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responsabilitą civile magistrati: i nodi del contendere


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Dopo 25 anni, il Parlamento approva la responsabilità civile dei magistrati

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Responsabilità magistrati: il contenuto dell'emendamento Pini ed un pò di chiarezza sull'attuale disciplina in materia di responsabilità civile dei magistrati

 

L'emendamento inserito nella Legge Comunitaria che riguarda la responsabilità civile dei magistrati così recita:

“chi ha subito un danno ingiusto per effetto di un comportamento, di un atto o di un provvedimento giudiziario posto in essere dal magistrato in violazione manifesta del diritto o con dolo o colpa grave nell'esercizio delle sue funzioni ovvero per diniego di giustizia può agire contro lo Stato e contro il soggetto riconosciuto colpevole per ottenere il risarcimento dei danni patrimoniali e anche di quelli non patrimoniali che derivino da privazione della libertà personale”.

Ora, con riferimento all'emendamento si è aperto un dibattito come sempre permeato di politica e certamente disattento in merito ai reali contenuti della questione.

Si è sostenuto che la norma sarebbe imposta dall'orientamento costante della Corte di Giustizia e che la responsabilità civile dei magistrati sarebbe addirittura assente nell'attuale contesto ordinamentale.

Invero, la responsabilità civile che il magistrato assume, invece, nei confronti delle parti processuali o di altri soggetti a causa di eventuali errori o inosservanze compiute nell’esercizio delle sue funzioni esiste ed è regolata dalla Legge n 117 del 13 aprile 1988.

Tale ultima forma di responsabilità, analoga a quella di qualunque altro pubblico dipendente, trova il suo fondamento nell’art. 28 Cost.
Sotto il profilo sostanziale, la legge afferma il principio della risarcibilità di qualunque danno ingiusto conseguente ad un comportamento, atto o provvedimento giudiziario posto in essere da un magistrato con «dolo» o «colpa grave» nell’esercizio delle sue funzioni ovvero conseguente «a diniego di giustizia» (art. 2).
 
La legge, dopo avere puntualmente fornito le nozioni di «colpa grave» (art. 2, comma 3) e del «diniego di giustizia» (art. 3), chiarisce, comunque, che non possono dare luogo a responsabilità l’attività di interpretazione di norme di diritto e quella di valutazione del fatto e delle prove (art. 2, comma 2).
 
E' proprio in ordine all'assenza della previsione della responsabilità civile del magistrato in relazione all'interpretazione della normativa che si sono appuntate le critiche della Corte di Giustizia che ha affermato la risarcibilità del danno laddove l'erronea interpretazione sia grave e, sotto tale profilo, l'emendamento potrebbe certamente avere la sua logica. Attualmente, infatti, per errori anche gravi nell'interpretazione della normativa di legge la tutela delle parti è esclusivamente endoprocessuale, attraverso il ricorso al sistema delle impugnazioni del provvedimento giurisdizionale che si assume viziato.
 
Sotto il profilo processuale, va segnalato che, attualmente, la responsabilità per il risarcimento dei danni grava sullo Stato, nei confronti del quale il danneggiato può agire (art. 4), ma in caso di affermazione della sua responsabilità lo Stato può rivalersi, a determinate condizioni, sul magistrato (art. 7).

La previsione di un'azione diretta della parte nei confronti del magistrato appare invece la novità estemporanea e senza alcuna giustificazione "comunitaria" dell'emendamento c.d. Pini.
 
La previsione di una sorta di "vendetta privata" della parte (naturalmente la più facoltosa è quella più minacciosa) nei riguardi del magistrato che svolga le proprie funzioni, infatti, non risponde ad alcuna logica indennitaria (l'indennizzo sarebbe comunque erogato dallo Stato) ma assume la funzione di rendere preavvisato il magistrato che un errore nei confronti di una parte processuale, specie se "ricca e famosa", potrebbe comportare obblighi risarcitori milionari.

La colpa grave del magistrato così come naturalmente il dolo giustificano l'azione di rivalsa da parte dello Stato nei confronti dello stesso ma non è ipotizzabile un'azione diretta della parte processuale se non a pena di alterare irrimediabilmente ed ovviamente nella sostanza il principio cardine dell'ordinamento giudiziario secondo cui tutti sono uguali davanti alla legge.

Per un magistrato, infatti, non può essere uguale intraprendere un giudizio nei confronti di un politico ricco e famoso in grado di mobilitare stuoli di avvocati per ottenere risarcimenti milionari o un comune cittadino, il cui eventuale obiettivo principale è quello di veder risarcito il danno che deriva dall'errore del magistrato (obiettivo che, salva l'attuale discutibile irrisarcibilità per erronea interpretazione della norma giuridica, anche l'attuale disciplina consente di raggiungere).

Per concludere la sintetica ricostruzione dell'attuale disciplina in punto di responsabilità civile del magistrato, l’azione di responsabilità e il relativo procedimento soggiacciono attualmente a regole particolari: tra esse, le più significative riguardano la subordinazione della procedibilità dell’azione all’esperimento di tutti i mezzi ordinari d’impugnazione e degli altri rimedi per la modifica o la revoca del provvedimento che si assume causativo di danno ingiusto e la previsione di un termine di decadenza per l’esercizio di essa (art. 4); la delibazione dell’ammissibilità dell’azione, ai fini del controllo dei relativi presupposti, del rispetto dei termini e della valutazione della eventuale «manifesta infondatezza» (art. 5); la facoltà d’intervento del magistrato nel giudizio contro lo Stato (art. 6).

Per garantire la trasparenza e l’imparzialità del giudizio, nel sistema è configurato lo spostamento della competenza a conoscere delle cause di che trattasi (artt. 4 e 8),  onde evitare che possa essere chiamato a conoscerne un giudice dello stesso ufficio nel quale presta o ha prestato servizio il magistrato dalla cui attività si assume essere derivato un danno ingiusto. I criteri di individuazione del giudice competente sono stati di recente modificati, con l. 2 dicembre 1998, n. 420, proprio per evitare qualsivoglia rischio di pregiudizio nella cognizione delle cause di che trattasi.




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