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Cassa Commercialisti. non si toccano i requisiti di accesso alla pensione

Cassa Commercialisti. non si toccano i requisiti di accesso alla pensione

Con una pronuncia di marzo del 2017 la S.C. ha affermato il principio di diritto secondo cui i regolamenti della Cassa Commercialisti non possono incidere sulla disciplina di legge dei requisiti di accesso alla pensione 

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Con una recentissima sentenza, la S.C., confermando in realtà un indirizzo già espresso nel 20005 (con la sentenza n. 7010) ha affermato il principio di diritto secondo cui gli enti previdenziali privatizzati e, nel caso di specie, la Cassa Nazionale di Previdenza a Favore dei Dottori Commercialisti, non hanno il potere regolamentare di modificare i requisiti di accesso ai trattamenti pensionistici, dovendo, quindi, essere riconosciuta la pensione sulla base dei requisiti di età e di contribuzione previsti dalla normativa di legge (in tale caso la l. n. 21 del 1986). Non è ben chiaro il caso di specie, nè se la S.C. ritenga applicabile ai pensionamenti attuati dopo il 2007, il principio che le SS.UU. hanno espresso nel 2015 con riferimento all'incremento del numero dei redditi da includere nella base pensionabile e, cioè, che, per i pensionamenti aventi tae decorrenza o successiva, tale modifica del criterio di determinazione della pensione è valido ed efficace mentre, per i pensionamenti anteriori, esso è illegittimo per violazione del pro rata. La materia del contendere, infatti, è chiaramente ediversa in quanto, come peraltro aveva avuto modo di chiarire la S.C., con la sentenza n. 7010/2005, un conto è modificare i criteri di calcolo della pensione, un conto è modificare i requisiti di accesso. 

Cassazione civile, sez. lav., 23/03/2017, n. 7516

In materia di pensione dei dottori commercialisti, la Cassa Nazionale di Previdenza ed Assistenza dei Dottori Commercialisti, operando come parametro di riferimento la l. n. 335 del 1995, non può adottare atti o provvedimenti che incidano, non sui criteri di determinazione del trattamento pensionistico, ma sulla disciplina contributiva e delle prestazioni e, in definitiva, sui requisiti per l’accesso alle pensioni, né rileva, in senso contrario, il disposto dell'art. 1, comma 763, della l. n. 296 del 2006, che non vale a sanare l’illegittimità dei provvedimenti adottati dagli enti privatizzati di cui al d.lgs. n. 509 del 1994, ed approvati dai Ministeri vigilanti, in violazione delle leggi vigenti al momento della loro emanazione. (In applicazione di tale principio, la S.C. ha confermato il diritto di un iscritto alla CNPADC ad ottenere la pensione di vecchiaia secondo i requisiti anagrafici e contributivi previsti dalla previgente l. n. 21 del 1986).

 

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

Con la sentenza n. 304/2010, la Corte d'Appello di Bari rigettava l'appello proposto dalla Cassa Nazionale di Previdenza e Assistenza a favore dei Dottori Commercialisti (CNPADC) avverso la sentenza del Tribunale di Foggia, che aveva accolto la domanda di D.S.F. diretta ad ottenere la pensione di vecchiaia secondo i requisiti anagrafici e contributivi previsti dalla L. n. 21 del 1986, non derogabili da parte del regolamento adottato dalla Cassa nel 2004. A fondamento della pronuncia la Corte affermava che il D.Lgs. n. 509 del 1994, e la L. n. 335 del 1995, art. 3, comma 12, pur avendo conferito alla Cassa poteri riguardanti i criteri di determinazione della misura del trattamento pensionistico (salvo il pro rata), non avevano attribuito alla stessa Cassa il potere di incidere sulla disciplina contributiva e delle prestazioni e pertanto sui requisiti per l'accesso alle pensioni, salvo i poteri già previsti in base alla normativa preesistente.9. Sotto il profilo fattuale è pacifico che il Dott. D.S.F., in possesso dei requisiti anagrafici e contributivi previsti dalla L. n. 2 del 1986, art. 2, si è visto negare dalla Cassa l'erogazione della prestazione pensionistica in conseguenza dell'entrata in vigore del nuovo regolamento di disciplina delle funzioni di assistenza e di solidarietà approvato con decreto ministeriale del 14.7.2004 con il quale sono stati elevati i requisiti per l'accesso alla pensione di vecchiaia.

Circa il potere degli enti privatizzati di emanare previsioni regolamentari la giurisprudenza di questa Corte si è pronunciata fin dalla sentenza n. 7010 del 05/04/2005 affermando che in relazione alla "potestà normativa degli enti previdenziali privatizzati, le disposizioni in tema di privatizzazione dei soggetti gestori di forme obbligatorie di previdenza e assistenza (D.Lgs. n. 509 del 1994, artt. 2 e 3) non hanno attribuito agli enti privatizzati il potere di incidere sulla disciplina sostanziale di tali assicurazioni (v. Corte Cost. n. 248 del 1995, e n. 15 del 1999), nè sulla normativa in materia di contributi e prestazioni, salvi i poteri di cui essi, eventualmente, già disponessero, sulla base della normativa preesistente. La L. n. 335 del 1995 ha, poi, perfezionato le disposizioni dirette alla garanzia di stabilità di bilancio dei predetti enti, attribuendo incisivi poteri in materia di contributi e prestazioni quali si evincono dal riferimento, sub L. n. 335 cit., art. 3, comma 12, alla "riparametrazione dei coefficienti di rendimento o di ogni altro criterio di determinazione del trattamento pensionistico, nel rispetto del principio del pro rata, in relazione alle anzianità già maturate rispetto all'introduzione delle modifiche derivanti dai provvedimenti suddetti". Ne consegue che, alla stregua del tenore letterale della menzionata disposizione, i poteri attribuiti riguardano i criteri di determinazione della misura dei trattamenti pensionistici e non anche i requisiti per l'accesso ai medesimi o per la loro concreta fruizione. Nè tale conclusione è smentita dalla successiva disposizione dello stesso comma, in materia di pensionamenti anticipati di anzianità, per i quali è prevista, con efficacia non retroattiva, l'estensione di disposizioni sui requisiti minimi di età e di contribuzione di cui dalla citata L. n. 335 del 1995, art. 1, commi 17 e 18.

10. Sulla stessa scia si collocano tutte le successive sentenze (cfr. n. 20235/2010, n. 13607/2012, 14/2015) le quali hanno ribadito l'illegittimità delle deliberazioni adottate nel tempo degli enti privatizzati di cui al D.Lgs. 30 giugno 1994, n. 509, con le quali sono stato introdotte modifiche in peius in materia di accesso a pensione o criteri di calcolo meno favorevoli per l'assicurato.

11. In particolare questa Corte con la sentenza n. 25212 del 30/11/2009 ha stabilito che in materia di trattamento previdenziale, gli enti privatizzati (nella specie, la Cassa Nazionale di Previdenza e Assistenza dei Dottori Commercialisti) non possono adottare - in funzione dell'obbiettivo di assicurare l'equilibrio di bilancio e la stabilità della gestione - atti o provvedimenti che, lungi dall'incidere sui criteri di determinazione del trattamento pensionistico, impongano una trattenuta (nella specie, un contributo di solidarietà) su un trattamento che sia già determinato in base ai criteri ad esso applicabili, dovendosi ritenere tali atti incompatibili con il rispetto del principio del "pro rata" - che è stabilito in relazione "alle anzianità già maturate", le quali concorrono a determinare il trattamento medesimo - e lesivi dell'affidamento dell'assicurato a conseguire una pensione di consistenza proporzionale alla quantità dei contributi versati.

12. E' stato pure ribadito (sentenza n. 8847 del 18/04/2011) che sulla violazione della regola del "pro rata" di cui alla L. 8 agosto 1995, n. 335, art. 3, comma 12, non può rilevare, in senso contrario, il disposto della L. 27 dicembre 2006, n. 296, art. 1, comma 763, il quale va interpretato nel senso che la disposta salvezza degli atti e delle deliberazioni in materia previdenziale addottati dagli enti di cui al D.Lgs. 30 giugno 1994, n. 509 ed approvati dai Ministeri vigilanti, non vale a sanare la illegittimità dei provvedimenti adottati in violazione della precedente legge vigente al momento della loro emanazione.

13. Gli stessi orientamenti hanno poi ricevuto il suggello delle Sez. Unite con le pronunce nn. 17742/2015 e 18136/2015, da ritenersi richiamate, le quali hanno disatteso tutte le censure, pure qui sollevate, con le quali si sostiene la legittimità dei provvedimenti adottati dalla Cassa e la sanatoria per effetto della L. n. 296 del 2006, art. 1, comma 763. Si è affermato al contrario che in materia di prestazioni pensionistiche erogate dagli enti previdenziali privatizzati ai sensi del D.Lgs. n. 509 del 1994, per i trattamenti maturati prima del 1 gennaio 2007 il parametro di riferimento è costituito dal regime originario della L. n. 335 del 1995, art. 3, comma 12, sicchè non trovano applicazione le modifiche "in peius" per gli assicurati introdotte da atti e provvedimenti adottati dagli enti prima dell'attenuazione del principio del "pro rata" per effetto della riformulazione disposta dalla L. n. 296 del 2006, art. 1, comma 763, come interpretata dalla L. n. 147 del 2013, art. 1, comma 488.

14. Si tratta di pronunce fondate su argomenti a carattere generale che valgono anche per le modifiche in peius (introdotte con il nuovo "Regolamento di disciplina del regime previdenziale", approvato con Decreto interministeriale 14 luglio 2004 ed applicato a decorrere dall'1 gennaio 2005) che hanno aggravato i requisiti anagrafici e contributivi per l'acceso a pensione di vecchiaia; modifiche che non possono perciò trovare applicazione al caso di specie.

15. Il ricorso deve, pertanto, essere respinto. Le spese seguono la soccombenza e si liquidano come in dispositivo.


 





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