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Cassa Ragionieri le delibere riapprovate sono legittime?
Il 24 e il 25 giugno del 2011, dopo le sentenze del 18 aprile 2011, la Cassa Ragionieri ha riapprovato il proprio regolamento...ma la legittimità del regolamento riapprovato è tutta ancora da verificare alla luce dei criteri del pro rata e della gradualità
 
Approfondimento a cura di
 
 
avvocato del Foro di Roma
 
La Cassa Ragionieri, con delibere adottate dal Comitato dei Delegati negli anni 2002 e 2003 ed in particolare con le delibere del 22 giugno 2002, del 7 dicembre 2003 e del 20 dicembre 2003 ha profondamente innovato il proprio sistema previdenziale passando al sistema contributivo di calcolo della pensione quanto alle anzianità contributive successive al 31.12.2003 e mantenendo il sistema previgente reddituale quanto al calcolo della quota pensionistica riferibile alle anzianità sino al 31.12.2003 ma prevedendo l'ampliamento del numero dei redditi da includere in base pensionabile (dagli ultimi quindici dichiarati prima della decorrenza del trattamento a tutti i redditi a mente della deliberazione del 22 giugno 2002 sino gli ultimi 24 a ritroso a partire dal reddito dichiarato nel 2003 a mente della successiva deliberazione del 20 dicembre 2003).

Le innovazioni apportate al sistema previdenziale dalla Cassa Ragionieri non sono, tuttavia, passate indenni al vaglio della giurisprudenza ed in particolare, con le sentenze del 18 aprile 2011 (Cass Civ Sez Lav nn. 8847 e ss del 18 aprile 2011), la Suprema Corte di Cassazione ha avuto modo di chiarire come il criterio del pro rata, stabilito dall'art. 3 comma 12 della Legge n 335 del 1995, che la Cassa Ragionieri avrebbe dovuto rispettare nell'adottare regolamenti di modifica dei criteri di determinazione dei trattamenti pensionistici, impone, così come nel sistema dell'AGO, che, in caso di modifiche del sistema di computo della pensione, la pensione stessa risulti successivamente frazionata in quote da calcolarsi, ciascuna, in base alla normativa pro tempore vigente (in tal senso si veda in particolare Cass Civ Sez Lav n 24202 del 2009).

In tale prospettiva, la norma di fonte regolamentare che aveva inciso sui criteri di calcolo della quota pensionistica riferibile all'anzianità pregressa ed in particolare quella, ora contenuta nell'art. 50 del regolamento di esecuzione, che aveva ampliato il numero dei redditi da includere in base pensionabile aveva palesemente violato il criterio del pro rata così inteso in quanto aveva modificato il criterio di calcolo non già in relazione alla quota pensionistica riferibile alle anzianità contributive future (che si sarebbero calcolate invece con il sistema contributivo) ma in relazione alla quota riferibile alle anzianità contributive pregresse.
 
Le sentenze del 18 aprile del 2011 hanno avuto modo di pronunciarsi sulla deliberazione del 22 giugno del 2002 che ha incluso tutti i redditi nella base pensionabile ma si tratta di considerazioni naturalmente estensibili alla deliberazione del 20 dicembre del 2003 che ha ridotto a 24 il numero dei redditi da includere in base pensionabile (si tratta infatti di criterio diverso rispetto alla previgente disciplina di fonte legale e regolamentare che prevedeva il calcolo sulla base dei quindici redditi dichiarati prima del pensionamento).
 
Sul tema è intervenuto il Legislatore sul finire dell'anno 2006 con norma inserita nella Finanziaria 2007 (e perciò solo di dubbia compatibilità con la Costituzione) che ha modificato, con l'art. 1 comma 763 della L. n. 296 del 2006 , il previgente art. 3 comma 12 della L. n. 335 del 1995, innovando quanto ai criteri di esercizio dell'autonomia regolamentare da parte degli enti previdenziali privatizzati.
 
In particolare, mentre secondo il previgente art. 3 comma 12 della L. n. 335 del 1995, gli enti privatizzati potevano adottare delibere di riparametrazione dei coefficienti di rendimento e di variazione delle aliquote contributive nonchè di ogni altro criterio di determinazione della pensione nel rispetto del pro rata con riferimento alle anzianità contributive pregresse, secondo la nuova versione tali enti possono adottare provvedimenti (innominati) in materia previdenziale tenuto conto del criterio del pro rata nonchè degli ulteriori criteri della gradualità e dell'equità tra generazioni.
 
L'art. 1 comma 763 citato ha poi variato l'arco temporale sulla base del quale deve essere redatto il bilancio tecnico alla luce del quale gli enti debbono calibrare i provvedimenti regolamentari di modifica del sistema pensionistico passando da un arco temporale di 15 anni ad un arco temporale di 30 anni (per inciso, il DL 201 del 2011 ha portato tale arco temprale a cinquanta anni).
 
Infine, l'art. 1 comma 763 si chiudeva con una norma che stabiliva la salvezza delgi atti e dei provvedimenti adottati dagli enti previdenziali privatizzati sino all'entrata in vigore della Legge di modifica dell'art. 3 comma 12 della Legge n 335 del 1995.
 
La Suprema Corte, con rifertimento all'art. 1 comma 763 della Legge n 296 del 2006 ha avuto modo di chiarire come si tratti di norma di carattere non interpretativo ma modificativo del previgente art. 3 comma 12 della Legge n 335 del 1995; ne consegue la sua applicabilità esclusivamente pro futuro, in relazione, cioè, ai regolamenti che gli enti previdenziali privatizzati hanno adottato o adotteranno dal 1° gennaio 2007.

L'inciso che dispone la salvezza degli atti ed i provvedimenti, che taluna sentenza di merito aveva qualificato come norma di sanatoria con la conseguente rimessione della questione di costituzionalità alla Consulta per violazione dell'art. 24 Cost nonchè della CEDU, è stato invece interpretato dalla Suprema Corte come norma volta a chiarire che i nuovi criteri di esercizio dell'autonomia regolamentare non valgono a caducare automaticamente le deliberazione ed i provvedimenti già adottati sulla base della pregressa normativa ed eventualmente non in linea con i nuovi paramteri. Ne ha dunque tratto l'ovvia conseguenza che tali regolamenti e provvedimenti soggiacciono, quale parametro valutativo della legittimità, ai criteri stabiliti dalla pregressa formulazione dell'art. 3 comma 12 della legge n 335 del 1995.

Preso atto dell'orientamento espresso dalla Suprema Corte (con ben 45 sentenze del 18 aprile 2011 nonchè con due ordinanze di inammissibilità ex art. 360 bis cpc dei ricorsi promossi dalla Cassa Ragionieri del 2012 - la n 3613 del 2012 e la n 3828 del 2012), la Cassa Ragionieri, con deliberazione del Comitato dei delegati del 24 e 25 giugno 2011, ha provveduto a riapprovare le deliberazioni regolamentari del 2002 e del 2003 ed il regolamento di previdenza che ne è risultato (cfr. la deliebra che così testualmente recita: "E' approvato il Regolamento di esecuzione nel testo vigente quale risulta dalle deliberazioni di adozione e di modifica del Regolamento stesso e approvate dai Ministeri vigilanti").

La sola spiegazione logica di una tale deliberazione regolamentare può essere quella di modificare il quadro della normazione primaria di riferimento per la valutazione della legittimità del regolamento, dall'art. 3 comma 12 della Legge n 335 del 1995, nella formulazione originaria, all'art. 3 comma 12 della L. n. 335 del 1995 nella formulazione introdotta dall'art. 1 comma 763 della L. n. 296 del 2006.

Ed in questa, sede, dopo aver ripercorso le tappe più significative del percorso dell'innovato sistema di previdenza della Cassa Ragionieri è lecito porre un interrogativo.

L'art. 50 del regolamento di esecuzione della Cassa che ha previsto l'innalzamento a 24 del numero dei redditi da includere nella base pensionabile, così come l'art. 53 che ha introdotto dei coefficienti di riduzione della della pensione di anzianità, con riferimento (sia l'innalzamento del numero dei redditi sia i coefficienti di riduzione) alla c.d. quota a) da calcolarsi con sistema reddituale in relazione alle anzianità contributive maturati sino al 31.12.2003, possono considerarsi legittimi alla luce del nuovo testo dell'art. 3 comma 12 della L. n. 335 del 1995 introdotto dall'art. 1 comma 763 della Legge n 296 del 2006?

La norma testè richiamata prevede infatti che, in esito alle risultanze del bilancio tecnico gli enti possano adottare provvedimenti tenuto conto del principio del pro rata, di quello della gradualità e dell'equità tra generazioni.
 
Ora, quanto al significato del pro rata, del quale la Cassa Ragionieri, così come gli altri enti del comparto, è chiamata a tenere conto nell'adozione delle deliberazioni in materia previdenziale, il riferimento obbligato rimane quello degli arresti della giurisprudenza di legittimità di cui s’è dato dianzi conto.
 
Se, come a più riprese affermato dalla Suprema Corte  (cfr. in particolare Cass Civ Sez Lav n 24202 del 2009), il criterio del pro rata impone che “ i lavoratori iscritti ad enti previdenziali privatizzati - nel caso di successione, durante il periodo dell'iscrizione, di sistemi diversi di calcolo della pensione -hanno, quindi, diritto - in ossequio, appunto, al principio del pro rata - ad altrettante quote di pensione, da calcolare - in relazione a ciascun periodo dell'anzianità maturata - secondo il sistema, rispettivamente, in vigore.”, non sembra che, di detto principio, inteso in tal senso, abbia effettivamente tenuto conto una disposizione regolamentare, come quella dell'art. 50 del regolamento di esecuzione, che, solo con riferimento all’anzianità pregressa, ha modificato i criteri di calcolo della pensione ampliando in modo secco ed improvviso il numero dei redditi da includere in base pensionabile da 15 a 24.

Tener conto del principio del pro rata, infatti, a tutto concedere all'indirizzo espresso dalla Suprema Corte secondo cui si tratterebbe di una formula atta ad attenuarne la portata, non pare possa essere intesa come formula facoltizzante la Cassa Ragionieri (nella qualità di ente destinatario del criterio di legge nell’esercizio della propria autonomia normativa), ad incidere, senza alcun possibile sindacato di legittimità, sulla quota pensionistica riferibile alle anzianità contributive pregresse (se tale fosse stato l'intento del Legislatore, più coerente e sensato sarebbe stato non includere il pro rata tra i criteri di esercizio dell'autonomia regolamentare degli enti previdenziali privatizzati). 
 
D'altronde, il principio del pro rata o ha il significato che gli è stato attribuito dalla Suprema Corte oppure, a ben vedere, viene privato di qualsivoglia significato e si traduce in un criterio vuoto, inutile e di nessuna salvaguardia per gli assicurati.
 
La nuova versione dell’art. 3 comma 12 della L. n. 335 del 1995 ha imposto, poi, quale ulteriore principio guida dell’esercizio della potestà regolamentare degli enti previdenziali privatizzati, quello della gradualità ed anche sotto questo profilo, la norma di cui all’art. 50, che ha stabilito l’incremento secco da 15 a 24, dei redditi da includere in base pensionabile non appare in linea con tale ulteriore criterio imposto dal Legislatore in una prospettiva di affidamento per gli assicurati.

Analoghe considerazioni pare possono essere svolte con riferimento all’introduzione dei coefficienti di riduzione per via regolamentare (cfr. la deliberazione del 7 luglio del 2003, la successiva del 20 dicembre 2003 e le recenti, confermative, del 24 e del 25 giugno del 2011).
 
L’art. 53 del regolamento d’esecuzione, che tali coefficienti contempla,  non appare in linea con il criterio del pro rata, nel senso fatto chiaro dalla già più volte citata sentenza n 24202 del 2009, in quanto si tratta di una riduzione del trattamento quale risulterebbe dal calcolo secondo la normativa previgente applicabile alla sola quota pensionistica riferibile alle anzianità contributive maturate prima dell'entrata in vigore della norma regolamentare (si tratta, infatti della quota riferibile alle anzianità contributive maturate sino al 31.12.2003).

Tale limitazione del trattamento appare, inoltre, in contrasto con l'ulteriore criterio della gradualità in quanto difetta un qualsivoglia regime transitorio atto a graduare la portata della norma limitativa del trattamento pensionistico, sicchè la differenza di un solo mese nella decorrenza della pensione può comportare la diminuzione di oltre il 40% della pensione spettante in presenza di analoga anzianità contributiva e di analoga situazione reddituale.
 
Pare, poi, doveroso ricordare come Cass. Civ. Sez. Lav. n. 22240 del 25 novembre 2004, pur nel vigore del previgente art. 3 comma 12 della Legge n 335 del 1995, abbia dichiarato illegittimo e disapplicando un provvedimento normativo con il quale la Cassa Ragionieri aveva imposto un tetto ad ogni trattamento pensionistico, enucleando il principio per cui l’applicazione del tetto, lungi dal rappresentare un criterio di determinazione della pensione, finisce per risolversi in un limite esterno al trattamento stesso e per violare inevitabilmente il principio del pro rata.

In tal senso, la Suprema Corte aveva escluso che potesse essere ricondotto ad un criterio di determinazione della pensione un mero limite esterno all’ammontare della pensione quale risultante dall’applicazione dei criteri ordinari del calcolo; ciò sia per la considerazione che tale riduzione non consiste in un criterio di determinazione dell’importo ma in un suo limite esterno, sia per la considerazione che essa finisce inevitabilmente per violare il principio del pro rata.

In definitiva, il sistema previdenziale della Cassa Ragionieri, riapprovato dalle delibere del 24 e del 25 giugno del 2011, nella parte in cui ha inciso sui criteri di calcolo delle quote di pensione riferibili alle anzianità contributive sino al 31.12.2003 (per quel che concerne il numero dei redditi da includere nella base pensionabile e per quel che concerne i coefficienti di riduzione delle pensioni di anzianità - ci si riferisce agli artt. 50 e 53 del vigente regolamento di esecuzione), non appare in linea con l'art. 3 comma 12 della L. n. 335 del 1995 nella versione introdotta dall'art. 1 comma 763 della L. n. 296 del 2006 sicchè non pare peregrina la previsione di un nuovo fronte di contenzioso, potenzialmente destabilizzante dell'equilibrio del sistema, che solo tra molti anni avrà le nuove risposte dalla Suprema Corte di Cassazione.
 
 
Si riporta la parte motiva di una delle 45 sentenze, sostanzialmente gemelle, della Suprema Corte del 18 aprile 2011
 
4. La Cassa ricorrente solleva sostanzialmente tre questioni: la prima ( terzo motivo di ricorso) il principio del prò rata non sarebbe applicabile, in via assoluta; la seconda (primo motivo) la regola del prò rata di cui alla citata L. n. 335 del 1995, art. 3, non opererebbe nel caso della delibera in esame, perchè non concernente un mero processo di riequilibrio finanziario, ma una riforma integrale dell'ordinamento attraverso il passaggio dal sistema retributivo a quello contributivo; la terza (secondo motivo) la delibera in contestazione avrebbe in ogni caso ricevuto sanatoria ad opera dello ius superveniens di cui alla citata L. n. 296 del 2006, art. 1 comma 763.
5. Conviene preliminarmente trattare il terzo motivo di ricorso perchè investe principi di carattere generale e, ove accolto, determinerebbe in radice l'annullamento della sentenza impugnata senza necessità di esaminare le altre doglianze.
Il motivo è infondato.
E' pur vero che con una sentenza di questa Corte (Cass. 25 giugno 2007 n. 14071) si è affermato che "Il principio del pro rata "deve intendersi fatto dal legislatore con riferimento ai parametri suscettibili di frazionamento nel tempo e di separata valutazione in relazione ai periodi temporali di vigenza di diverse normative " con la conseguenza che non sarebbe "applicabile al sistema di calcolo della pensione, che non è suscettibile di frazionamento, in quanto può avvenire esclusivamente al momento dell'accoglimento della domanda di pensionamento e deve essere eseguito secondo le norme in vigore in quel momento".
Questo orientamento è stato però disatteso dalla giurisprudenza successiva di legittimità (cfr. Cass. n. 20235 del 24/09/2010 e n. 24202 del 16/11/2009) Quest'ultima pronunzia è così motivata "Il principio del pro rata - come questa Corte ha già avuto occasione di ritenere (vedine la sentenza n. 2240 del 25 novembre 2004) - non può che essere inteso nel senso enunciato (dalla stessa L. n. 335 del 1995, art. 3, comma 12), laddove - con riferimento specifico ai lavoratori (iscritti all'assicurazione generale obbligatoria ed a forme sostitutive ed esclusive della stessa e) soggetti, nel passaggio dal sistema retribuivo al sistema contributivo di calcolo della pensione, ad entrambi i sistemi (cioè ai lavoratori che possono far valere un'anzianità contributiva inferiore a diciotto armi) - stabilisce che, in tale caso, "la pensione è determinata dalla somma:
a) della quota di pensione - corrispondente alle anzianità acquisite anteriormente al 31 dicembre 1995 (cioè, alla entrata in vigore del sistema contributivo) - calcolata, con riferimento alla data di decorrenza della pensione, secondo il sistema retributivo previsto dalla normativa vigente precedentemente alla predetta data;
b) della quota di pensione corrispondente ai trattamento pensionistico relativo alle ulteriori anzianità contributive calcolato secondo il sistema contributivo.
Analogamente, i lavoratori iscritti ad enti previdenziali privatizzati - nel caso di successione, durante il periodo dell'iscrizione, di sistemi diversi di calcolo della pensione - hanno, quindi, diritto - in ossequio, appunto, al principio del pro rata - ad altrettante quote di pensione, da calcolare - in relazione a ciascun periodo dell'anzianità maturata - secondo il sistema, rispettivamente, in vigore. La Corte - così decidendo - consapevolmente si discosta dal proprio precedente in senso contrario (Cass. 14071/2007), che - trascurando la prospettata normativa di fonte legislativa - perviene alla conclusione - che non pare, tuttavia, sorretta da alcuna base giuridica - secondo cui il principio del pro rata deve intendersi fatto dal legislatore con riferimento ai parametri suscettibili di frazionamento nel tempo e di separata valutazione in relazione ai periodi temporali di vigenza di diverse normative con la conseguenza che non sarebbe applicabile al sistema di calcolo della pensione, che non è suscettibile di frazionamento, (in quanto) può avvenire esclusivamente al momento dell'accoglimento della domanda di pensionamento e deve essere eseguito secondo le norme in vigore in quel momento".
In conformità a questo più recente orientamento va quindi ribadito che è ben vero, in via generale, che la pensione si calcola con le regole della normativa vigente all'epoca di maturazione del diritto, tuttavia il legislatore degli ultimi anni (che si connotano per il perseguimento del risparmio della spesa previdenziale dei sistemi pubblici e privati, come nella specie), ricorre sovente alla diversa regola del prò rata, specificamente per le prestazioni pensionistiche di anzianità e vecchiaia, i cui presupposti si maturano nel corso del tempo, andando a regolare quei casi in cui la lunga anzianità assicurativa, che è prescritta come requisito, si colloca in un ambito temporale ove si succedono normative intrinsecamente diverse ed ove la più recente è solitamente meno favorevole di quella precedente. In questi casi il legislatore, giacchè solo a lui compete la scelta, deroga alla regola generale della applicazione della legge vigente all'epoca di liquidazione della pensione, con l'ovvia finalità di non frustrare le aspettative di diritti in via di maturazione e scinde la pensione in due quote che si sommano tra loro: una quota è calcolata sulla base della anzianità assicurativa acquisita sotto il vigore della vecchia disposizione (legge o delibera come nella specie) e l'altra, ossia la anzianità residua, si calcola alla luce della nuova legge meno favorevole.
La stessa esigenza si ravvisa per la pensione per cui è causa, onde il secondo motivo di ricorso è infondato.
6. Le argomentazioni testè svolte conducono pianamente al rigetto anche del primo motivo di ricorso, con cui si sostiene che la L. n. 335 del 1995, art. 3, comma 12, imporrebbe l'applicazione del principio del prò rata solo nei casi di "riparametrazione dei coefficienti di rendimento o di ogni altro criterio di determinazione del trattamento pensionistico", non già nei casi di opzione per il passaggio dal sistema retributivo a quello contributivo.
In primo luogo il tenore testuale della norma non consente questa interpretazione ed in ogni caso sarebbe incongruo escludere la regola del prò rata proprio nei casi in cui il mutamento di legislazione è più vistoso e più incide sui trattamenti pensionistici, ed imporlo invece quando le modifiche deliberate potrebbero apportare solo lievi variazioni all'ammontare delle pensioni spettanti. Invero, è proprio nei casi di "rivoluzioni" del sistema che si fa più acuta l'esigenza di salvaguardare i diritti in via di maturazione, evitando di sottoporre "l'intera" anzianità assicurativa acquisita nel vigore della vecchia normativa ad una normativa nuova, meno favorevole, emanata poco prima del conseguimento del diritto, che, in alcuni casi, opera per solo per gli ultimi anni, o addirittura degli ultimi mesi. Non è un caso, come già osservato dalla citata sentenza di questa Corte 24202/2009, che la più importante fattispecie di prò rata sia stata introdotta proprio dalle L. n. 335 del 1995, che ha introdotto, per le pensioni Inps, il mutamento del sistema pensionistico da retributivo a contributivo. D'altra parte anche il sistema del prò rata rientra nell'ambito di previsione della medesima L. n. 335 del 1995, art. 1, comma 2, che recita "Le disposizioni della presente legge costituiscono principi fondamentali di riforma economico-sociale della Repubblica. Le successive leggi della Repubblica non possono introdurre eccezioni o deroghe alla presente legge, se non mediante espresse modificazioni delle sue disposizioni".
7. Parimenti infondato è il secondo motivo con cui si prospetta che la delibera del 2002 sarebbe in ogni caso "divenuta legittima" ad opera dello ius superveniens, ossia della L. n. 296 del 2006, art. 1, comma 763. Tale norma sostituisce il primo e secondo periodo della L. n. 335 del 1995, art. 3 comma 12: col primo si innalza l'arco temporale da prendere in esame per assicurare l'equilibrio di bilancio degli enti previdenziali privatizzati da 15 a 30 anni; col terzo periodo (sostitutivo del secondo della precedente norma) si dispone: ® In esito alle risultanze e in attuazione di quanto disposto dal suddetto art. 2, comma 2, sono adottati dagli enti medesimi, i provvedimenti necessari per la salvaguardia dell'equilibrio finanziario di lungo termine, avendo presente il principio del pro rata in relazione alle anzianità già maturate rispetto alla introduzione delle modifiche derivanti dai provvedimenti suddetti e comunque tenuto conto dei criteri di gradualità e di equità fra generazioni.... Sono fatti salvi gli atti e le deliberazioni in materia previdenziale adottati dagli enti di cui al comma 1 ed approvati dai Ministeri vigilanti prima dell'entrata in vigore della presente legge".
7.1. Con la sentenza n. 124 del 2008 la Corte Costituzionale ha dichiarato manifestamente inammissibile la questione di legittimità costituzionale di detta disposizione, censurata in riferimento agli artt. 3, 4, 24 e 38 Cost., nella parte in cui fa salvi gli atti e le deliberazioni adottati dagli enti previdenziali ed approvati dai Ministeri vigilanti prima dell'entrata in vigore della legge stessa e così determinava, secondo il rimettente, la sanatoria della delibera del 22 giugno 2002 del Comitato dei delegati della Cassa nazionale a favore dei ragionieri, della cui legittimità si controverteva nel giudizio a quo. Ha affermato la Corte che la questione non sembrava diretta a dirimere un dubbio di legittimità costituzionale ma si risolveva nella richiesta alla Corte di un avallo all'interpretazione, non univoca nè basata su un diritto vivente, che il rimettente riteneva dovesse essere attribuita alla norma impugnata. Indi, con la successiva sentenza n. 263 del 2009, il Giudice delle leggi ha confermato il giudizio di inammissibilità, affermando che il rimettente aveva omesso di esplorare altre, pur possibili, interpretazioni della disposizione censurata, oltre quella prospettata o, quanto meno, di evidenziare le ragioni per le quali tali interpretazioni (e, in particolare, una proposta nella giurisprudenza di merito e di per sè suscettibile di eliminare in radice l'ipotizzato dubbio di costituzionalità) non sarebbero accoglibili. In relazione al consolidato insegnamento secondo cui una disposizione non si dichiara illegittima perchè suscettibile di un'interpretazione contrastante con ì parametri costituzionali, ma soltanto se ne è impossibile altra a questi conforme.
7.2. La principale differenza rispetto alla norma precedente, che imponeva il rispetto del principio del prò rata, è un attenuazione di esso: non deve più esser "rispettato" ma si deve averlo presente tenendo altresì conto dei criteri di gradualità e di equità fra generazioni; il principio non è più un vincolo cogente bensì elastico in quanto concorrente con esigenze di gradualità e di equità tra generazioni. Ciò significa che dal primo gennaio 2007 l'autonomia regolamentare degli enti non incontra più i limiti posti dal vecchio testo della L. n. 335 del 1995, art. 3, comma 12, ma quelli, meno rigidi, del nuovo testo.
La medesima Cassa ricorrente riconosce che non si tratta di norma interpretativa e quindi retroattiva, ma di disposizione destinata ad operare dal primo gennaio 2007, come dispone l'ultimo comma dell'art. 1 della medesima legge. La Cassa invoca però l'ultima parte della disposizione per cui "Sono fatti salvi gli atti e le deliberazioni in materia previdenziale adottati dagli enti di cui al comma 1 ed approvati dai Ministeri vigilanti prima dell'entrata in vigore della presente legge" e sostiene che ciò che il legislatore ha voluto è proprio di far salve, per il passato, le delibere e gli atti adottati nell'esercizio di un'autonomia spintasi, in ipotesi, oltre i limiti stabiliti dalla previgente normativa, ratificando e "sanando" l'irregolarità commessa. Aggiunge infatti che la disposizione sarebbe del tutto inutile se interpretata nel senso di far salvi solo gli atti pregressi purchè validi, giacchè gli atti validi non hanno necessità di alcuna ratifica.
7.3. Va in primo luogo osservato che l'infondatezza di questa tesi emerge considerando che la disposizione invocata vale non solo per la Cassa attuale ricorrente, ma per tutti gli organismi che gestiscono forme obbligatorie di previdenza e assistenza (escluse quelle sostitutive che pure erano incluse nel decreto legislativo di privatizzazione n. 509 del 30 giugno 1994 come Enasarco, Inpgi, Enpam) ossia per le Casse Avvocati e Procuratori, Dottori Commercialisti, Geometri, Ingegneri ed ^ Architetti, e quindi vi sarebbe una amplissima sanatoria di tutte le delibere di modifica della regolamentazione delle pensioni, ossia di atti, risalenti a tempi diversi e di cui nulla sia sa, neppure se abbiano contenuto "anticipatorio" della nuova legge, come la Cassa ricorrente sostiene per la sua delibera del 2002, con l'unica condizione di essere stati approvati dai ministeri vigilanti antecedentemente al primo gennaio 2007.
Sarebbe invero incongruo ritenere che la norma abbia inteso attuare una sanatoria, proiettata nel passato, di una serie indefinita di atti delle Casse, a contenuto non identificato, i quali, all'epoca della loro emanazione, non erano conformi alla legge vigente.
Inoltre, come non si è mancato di rilevare in sede di merito, "far salvo" un provvedimento significa che esso non perde efficacia per effetto della nuova legge, ma, non anche, che esso sia conforme a legge, di talchè gli atti ed i provvedimenti adottati dagli enti prima della disposizione del 2006 rimangono efficaci e la loro legittimità, per i pensionamenti attuati entro il 2006, come nella specie, deve essere vagliata alla luce del vecchio testo della disposizione in quanto normativa da applicare ratione temporis.
7.4. Va disattesa la tesi della Cassa la quale sostiene che solo con l'interpretazione da lei propugnata la disposizione troverebbe una sua ragion d'essere, mentre, diversamente opinando sarebbe del tutto inutile.
Va infatti rilevato che il mantenimento di efficacia di tali atti si giustifica invece pienamente per il periodo "successivo" all'entrata in vigore della legge del 2006, ossia dopo le modifiche apportate dalla disposizione in commento, allorquando è stato modificato il procedimento per l'emanazione dei provvedimenti delle Casse, basati non più sui bilanci tecnici redatti dai singoli Enti conferà in precedenza (D.Lgs. n. 509 del 1994, art. 2, comma 2), ma "in esito" ad un bilancio tecnico redatto secondo criteri determinati dal Ministero dell'Economia, sentiti gli enti interessati, sulla base delle indicazioni elaborate dal Consiglio nazionale degli attuari, nonchè del nucleo di valutazione della spesa previdenziale. Si poteva infatti ritenere che, in relazione ai periodi successivi all'entrata in vigore della legge, ossia dal primo gennaio 2007 in poi, non ci si potesse più avvalere delle delibere precedenti, che quindi fossero da ritenere automaticamente caducate, perchè non elaborate alla stregua dei nuovi criteri.
La ratifica era quindi necessaria, perchè sorgeva la necessità di conferire ultrattività alle vecchie delibere, anche se non redatte ai sensi della nuova legge ormai vigente ratione temporis. In altri termini, la sanatoria di cui all'ultima parte del comma 763 è funzionale a coprire il periodo successivo all'entrata in vigore della legge, allorquando le regole per le delibere erano già state modificate, ma non si era avuto ancora il tempo di adottarle secondo le prescrizioni del nuovo sistema. Si tratta in definitiva di una norma transitoria per non paralizzare l'attività degli enti.
Conclusivamente, dovendosi escludere sanatorie di sorta della delibera della Cassa del 2002 ad opera della Legge del 2006, la medesima è illegittima, onde il motivo va rigettato. In definitiva il ricorso va rigettato, con enunciazione del principio di diritto per cui è illegittimo il provvedimento di liquidazione della quota retributiva di pensione (avendo determinato il reddito professionale, su cui liquidare la pensione, non già, conferà in precedenza, sulla base "dei quindici redditi professionali annuali dichiarati dall'iscritto ai fini Irpef per gli ultimi venti anni di contribuzione anteriori a quello di maturazione del diritto a pensione", ma sulla base della "media di tutti i redditi professionali annuali") perchè effettuato dalla Cassa in violazione della regola del prò rata di cui alla L. n. 335 del 1995, art. 3, comma 12, applicabile anche alle pensioni per cui è causa; il disposto della L. n. 296 del 2006, art. 1, comma 763, va interpretato nel senso che la disposta salvezza degli atti e delle deliberazioni in materia previdenziale adottati dagli enti di cui al D.Lgs. n. 509 del 1994, ed approvati dai Ministeri vigilanti, non vale a sanare la illegittimità dei provvedimenti adottati in violazione della precedente legge vigente al momento della loro emanazione. Le spese del giudizio, liquidate come da dispositivo, seguono la soccombenza.
 
 




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