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Il licenziamento per scarso rendimento
Il licenziamento per scarso rendimento e l'onere della prova secondo i giudici della Suprema Corte

 
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Con una recente pronuncia la Suprema Corte di Cassazione ha avuto modo di occuparsi, confermando le decisioni dei giudici del merito che avevano ritenuto l'illegittimità del licenziamento intimato dal datore di lavoro, del licenziamento intimato per scarso rendimento.

 
In particolare, il caso riguardava un dipendente di una compagnia automobilistica che, essendo stato adibito al ruolo di responsabile di un nuovo settore commerciale non aveva raggiunto il target minimo di vendite prefissato dal datore di lavoro il quale aveva conseguentemente formulato distinte contestazioni disciplinari nei confronti del lavoratore sfociate nel licenziamento impugnato.

Sia i giudice del merito che la S.C. hanno fondato la decisione circa l'illegittimità del licenziamento sulla premessa che il mancato raggingimento del risultato prefissato non è, di per sè, prova dell'inadempimento del lavoratore subordinato il quale, in ragione del tipo di rapporto contrattuale che intrattiene con il proprio datore di lavoro, non è obbligato a raggiungere determinati risultati ma solo ad eseguire la prestazione di lavoro con diligenza.

In tale prospettiva, il datore di lavoro, ai sensi dell'art. 2697 c.c., deve dimostrare: a) che il mancato raggiungimento del risultato sia dipeso dalla scarsa diligenza del lavoratore; a.1) quindi che atri lavoratori adibiti alle medesime mansioni siano in grado di raggiungere ed effettivamente raggiungano tali risultati attesi da e: b) che il mancato raggiungimento del risultato prefissato non sia addeitaile a ragioni ierenti l'organizzazione aziendale o a fattori socio ambientali.

 
Secondo la S.C., inoltre, per legittimare il licenziamento per scarso rendimento, il datore di lavoro deve fornire la prova dell'esistenza di un’”enorme sproporzione” tra gli obbiettivi fissati per il dipendente e quanto effettivamente realizzato nel periodo di riferimento, avuto riguardo al confronto dei risultati globali riferiti all’attività ed ai risultati medi conseguiti dai lavoratori che operano in quel settore (c.d. “indice sintomatico”) ed indipendentemente dal conseguimento di una soglia minima di produzione (Cfr. Cass. sez. lav., 4 settembre 2014, n. 18678).



Cassazione civile, sez. lav., 10/11/2017,  n. 26676
 

Ai fini della legittimità del licenziamento per scarso rendimento occorre che il datore di lavoro provi rigorosamente il comportamento negligente del lavoratore e che l’inadeguatezza della prestazione resa non sia imputabile all’organizzazione del lavoro da parte dell’imprenditore ed a fattori socio-ambientali.La fattispecie del licenziamento per scarso rendimento non è configurabile qualora parte datoriale non dimostri che il mancato raggiungimento dell’auspicato risultato produttivo derivi da un inadempimento degli obblighi contrattuali (a fronte di una condotta negligente del lavoratore) e che sussiste una enorme sproporzione tra gli obbiettivi fissati al dipendente e quanto effettivamente realizzato nei periodi di riferimento, in confronto al risultato globale della media delle prestazioni di tutti i dipendenti adibiti al medesimo incarico. 

 

...Inoltre, nella sua valutazione in punto di diritto la Corte territoriale si è correttamente attenuta ai principii fissati in materia dalla giurisprudenza di legittimità (v. infatti la succitata pronuncia di Cass. lav. n. 1632 del 22/01/2009, secondo la quale pure è legittimo il licenziamento intimato al lavoratore per scarso rendimento soltanto qualora sia risultato provato, sulla scorta della valutazione complessiva dell'attività resa dal lavoratore stesso ed in base agli elementi dimostrati dal datore di lavoro, una evidente violazione della diligente collaborazione dovuta dal dipendente - ed a lui imputabile - in conseguenza dell'enorme sproporzione tra gli obiettivi fissati dai programmi di produzione per il lavoratore e quanto effettivamente realizzato nel periodo di riferimento, avuto riguardo al confronto dei risultanti dati globali riferito ad una media di attività tra i vari dipendenti ed indipendentemente dal conseguimento di una soglia minima di produzione. Conformi Cass. lav. n. 18678 del 04/09/2014 e. n. 3876 del 22/02/2006 - giurisprudenza tutta condivisa anche dalla più recente pronuncia di questa Corte, n. 18317 del 9 giugno / 19 settembre 2016.

V. altresì Cass. lav. n. 401 del 17/01/1981, secondo cui, qualora in taluni rapporti di lavoro subordinato assuma rilievo anche il risultato della prestazione, come il conseguimento di un determinato livello quantitativo minimo di affari, vendite eccetera, entro prefissati periodi di tempo, con la correlativa previsione da parte del contratto collettivo o individuale, del mancato risultato periodicamente richiesto quali ipotesi di grave inadempimento che legittima la risoluzione motivata del rapporto per scarso rendimento, il datore di lavoro - che intenda far valere tale scarso rendimento come notevole inadempimento degli obblighi contrattuali del prestatore di lavoro- non può limitarsi a provare solo il mancato raggiungimento del risultato atteso o l'oggettiva sua esigibilità, avuto riguardo alla normale capacita ed operosità della maggioranza dei lavoratori di pari qualificazione professionale ed addetti alle medesime mansioni, ma deve altresì provare che la causa dello scarso rendimento deriva da negligenza nell'espletamento della prestazione lavorativa. Pertanto, in mancanza di prova di un difetto di attività da parte del lavoratore, il solo dato del mancato raggiungimento degli obiettivi programmati dal datore di lavoro non legittima la risoluzione del rapporto per scarso rendimento. In senso conforme, Cass. lav. n. 6405 del 25/11/1982).

Le anzidette considerazioni, soprattutto per quanto concerne l'insindacabilità degli accertamenti e delle valutazioni in punto di fatto operati dai giudici di merito, come già detto, per di più concordemente in primo ed in secondo grado, bene all'evidenza valgono anche in ordine al secondo motivo di ricorso, essendo stato ritenuto acclarato comunque, tramite apposita c.t.u., il nesso di causalità tra gli anzidetti illegittimi provvedimenti disciplinari ed il lamentato, quindi riconosciuto, danno biologico (v. tra l'altro anche Cass. 3 civ. n. 11892 del 10/06/2016, secondo cui pure il cattivo esercizio del potere di apprezzamento delle prove non legali da parte del giudice di merito non dà luogo ad alcun vizio denunciabile con il ricorso per cassazione, non essendo inquadrabile nel paradigma dell'art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, nè in quello del precedente n. 4, disposizione che - per il tramite dell'art. 132 c.p.c., n. 4, - dà rilievo unicamente all'anomalia motivazionale che si tramuta in violazione di legge costituzionalmente rilevante). Non si rileva, inoltre, alcuno specifico errore, in punto di diritto, per quanto attiene all'applicazione delle norme di legge in tema di nesso eziologico, la cui violazione peraltro non è stata neanche ritualmente dedotta dall'appellante, mentre è assolutamente inconferente nella specie il richiamo dell'art. 2697 c.c., che disciplina il solo onere probatorio (nella specie peraltro indiscutibilmente a carico di parte datoriale), e non già la valutazione di quanto comunque acquisito in sede istruttoria.





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