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Il trasferimento disciplinare e per incompatibilitą ambientale
La discussa ammissibilità del trasferimento disciplinare e la sua distinzione rispetto alla fattispecie del licenziamento per incompatibilità ambientale
 
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Ai sensi dell'art. 2103 c.c. "il lavoratore non può essere trasferito da un'unità produttiva ad un'altra se non per comprovate ragioni tecniche, organizzative e produttive". Per disporre il trasferimento è necessario, dunque, ma anche sufficiente che il datore di lavoro motivi la sua scelta con obiettive ragioni, tecniche, organizzative e produttive essendo ricorrente, in giurisprudenza, l'affermazione, specie dopo l'entrata in vigore dell'art. 30 della l. n. 183 del 2010, dell'insindacabilità del merito della scelta imprenditoriale.
 
Ciò premesso, il trasferimento, pur non essendo, sotto il profilo oggettivo, un provvedimento di natura disciplinare si presta sovente ad essere interpretato come tale dal lavoratore nei confronti del quale esso sia disposto.
 
Inoltre, in taluni contratti collettivi la sanzione disciplinare del trasferimento è espressamente prevista.
 
Secondo una parte della dottrina, tuttavia, un trasferimento che fosse disposto per motivi disciplinari sarebbe nullo per difetto di causa in quanto mancherebbe il rapporto diretto con le esigenze organizzative dell'impresa ed in quanto l'art. 7 dello Statuto dei Lavoratori esclude la possibilità di disporre sanzioni disciplinari che comportino un mutamento definitivo del rapporto di lavoro
 
La giurisprudenza, invece, nell'ipotesi in cui la contrattazione collettiva preveda espressamente, la sanzione conservativa del trasferimento disciplinare, ritiene, tale sanzione, legittima. In tale caso, in punto di fatto, risulterà particolarmente delicata la verifica in ordine alla nnatura del provvedimento adottato in quanto, ove si tratti di un trasferimento di tipo organizzativo, non sarà necessario alcun onere di tipo procedimentale mentre, ove si tratti di una sanzione disciplinare, dovranno essere rispettate le norme di cui all'art. 7 dello Statuto dei Lavoratori (cfr. Cass. n. 7045 del 2010, secondo cui "Il trasferimento del lavoratore ad una sede di lavoro diversa da quella dove prestava precedentemente servizio, pur potendo essere previsto come sanzione disciplinare dalla contrattazione collettiva, la quale è abilitata a individuare sanzioni diverse da quelle tipiche previste dall'art. 7 della legge n. 300 del 1970, non assume tale natura ove il datore di lavoro si limiti ad esercitare lo ius variandi riconosciutogli dall'art. 2103 c.c., allegando la sussistenza di un giustificato motivo tecnico, organizzativo e produttivo per il mantenimento del luogo di lavoro (nella specie, la soppressione dell'attività presso il luogo di origine ed il suo accentramento nella nuova sede), e non è pertanto assoggettato alle garanzie previste dai commi 3 e 4 dell'art. 7 e dalla contrattazione collettiva).

In un ipotetico punto intermedio tra il trasferimento disciplinare ed il trasferimento dovuto a ragioni organizzative di cui all'art. 2103 c.c. si colloca il trasferimento per incompatibilità ambientale anche se, sotto il profilo della disciplina e della causa, anch'esso va ricondotto all'art. 2103 c.c.

Di recente, la S.C., in linea con quanto sopra esposto, ha chiarito che "Il trasferimento del dipendente dovuto ad incompatibilità ambientale non ha natura disciplinare, trovando la sua ragione nelle esigenze tecniche, organizzative e produttive di cui all'art. 2103 c.c., ed è subordinato ad una valutazione discrezionale dei fatti che fanno ritenere nociva, per il prestigio ed il buon andamento dell’ufficio, l’ulteriore permanenza dell’impiegato in una determinata sede" (cfr. in termini, cass. Civ. Sez. Lav. n. 2143 del 27.1.2017).

Anche in relazione al trasferimento per incompatibilità ambientale, la giurisprudenza ha posto l'accento sull'insindacabilità della scelta datoriale che sia obiettivamente percepibile  e riscontrabile evidenziando che "Il trasferimento del dipendente dovuto ad incompatibilità aziendale, trovando la sua ragione nello stato di disorganizzazione e disfunzione dell'unità produttiva, va ricondotto alle esigenze tecniche, organizzative e produttive, di cui all'art. 2103 c.c., piuttosto che, sia pure atipicamente, a ragioni punitive e disciplinari, con la conseguenza che la legittimità del provvedimento datoriale di trasferimento prescinde dalla colpa (in senso lato) dei lavoratori trasferiti, come dall'osservanza di qualsiasi altra garanzia sostanziale o procedimentale che sia stabilita per le sanzioni disciplinari. In tali casi, il controllo giurisdizionale sulle comprovate ragioni tecniche, organizzative e produttive, che legittimano il trasferimento del lavoratore subordinato, deve essere diretto ad accertare soltanto se vi sia corrispondenza tra il provvedimento datoriale e le finalità tipiche dell'impresa, e, trovando un preciso limite nel principio di libertà dell'iniziativa economica privata (garantita dall'art. 41 cost.), il controllo stesso non può essere esteso al merito della scelta imprenditoriale, né questa deve presentare necessariamente i caratteri della inevitabilità, essendo sufficiente che il trasferimento concreti una tra le scelte ragionevoli che il datore di lavoro possa adottare sul piano tecnico, organizzativo o produttivo" (cfr. in termini, Cass. Civ. Sez. Lav.n. 4265 del 2007).
 
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