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La nullitą della caparra confirmatoria eccessiva


E' possibile il rilieo d'ufficio della nullità (totale o parziale) della caparra confirmatoria eccessiva anche se l'art. 1385 cc non lo prevede? Secondo la Corte Costituzionale si

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L'art. 1384 c.c. prevede che la penale pattuita tra le parti possa essere ridotta dal giudice qualora essa sia manifestamente eccezziva in considerazione dell'interesse del contraente all'adempimento mancato della prestazione. Analoga norma non è, invece, prevista dall'art. 1385 c.c. in materia di caparra confirmatoria. E' stata, dunque, prospettata una questione di costituzionalità che, tuttavia, la Corte ha dichiarato inammissibile per difetto di motivazione in punto di rilevanza, in quanto, a parere della Consulta, per effetto dell'art. 2 della Costituzione e, in base alla regola generale della correttezza e buona fede, la caparra confirmatoria che risulti manifestamente eccessiva potrebbe essere dichiarata, ex officio, nulla totalmente o parzialmente da parte del giudice (cfr. ordinanze nn. 248 del 21 ottobre del 2013 e 77 del 2 aprile del 2014). In definitiva, si tratta di un ulteriore tassello della giurisprudenza che riconosce alla buona fede un ruolo integrativo e modificativo del contratto e, dunque, al giudice un ruolo concorrente nel riconoscimento delle integrazioni e delle modificazioni contrattuali che la buona fede impone sul negozio formalmente stipulato dalle parti. Quanto, tuttavia, all'eventuale dichiarazione della nullità di clausole che risultino in contrasto con il canone della correttezza e della buona fede, a parte l'indicazione recentemente data dalla Consulta con le richiamate ordinanze in tema di caparra confirmatoria, occorre ricordare che le SS.UU. della S.C., con le sentenze nn. 26724 2 26725 del 2007, avevano negato che la violazione di regole comportamentali come la correttezza e la buona fede potesse detrminare la nullità del contratto.



Corte Costituzionale, 24/10/2013, (ud. 21/10/2013, dep.24/10/2013),  n. 248

che, in punto poi di rilevanza, il Tribunale rimettente, per un verso, trascura di indagare compiutamente la reale portata dei patti conclusi dalle parti contrattuali, così da poter esprimere un necessario coerente giudizio di corrispondenza del nomen iuris rispetto all'effettiva funzione della caparra confirmatoria; per altro verso, non tiene conto dei possibili margini di intervento riconoscibili al giudice a fronte di una clausola negoziale che rifletta (come, nella specie, egli prospetta) un regolamento degli opposti interessi non equo e gravemente sbilanciato in danno di una parte. E ciò in ragione della rilevabilità, ex officio, della nullità (totale o parziale) ex articolo 1418 cod. civ., della clausola stessa, per contrasto con il precetto dell'articolo 2 Cost., (per il profilo dell'adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà) che entra direttamente nel contratto, in combinato contesto con il canone della buona fede, cui attribuisce vis normativa, «funzionalizzando così il rapporto obbligatorio alla tutela anche dell'interesse del partner negoziale nella misura in cui non collida con l'interesse proprio dell'obbligato» (Corte di cassazione n. 10511 del 1999; ma già n. 3775 del 1994 e, in prosieguo, a sezioni unite, n. 18128 del 2005 e n. 20106 del 2009).
 




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