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ReperibilitÓ, orario di lavoro e retribuzione
La retribuzione del lavoratore per i periodi in cui deve garantire la reperibilità: una recente pronuncia pregiudiziale della Corte di Giustizia traccia delle linee guida


Un lavoratore, impiegato come vigile del fuoco con lavoro discontinuo, veniva retribuito solo in funzione dell’effettivo tempo trascorso in servizio attivo, senza percepire compensi per il servizio di reperibilità che periodicamente doveva svolgere. Nello specifico, durante il servizio di guardia doveva essere contattabile e riuscire a raggiungere la caserma dei vigili del fuoco in pochi minuti.

Il pompiere, insoddisfatto dal mancato percepimento del compenso durante la reperibilità, adiva il Tribunale del Lavoro di Nivelles, che accoglieva le sue ragioni. La città belga, di contro, proponeva appello dinnanzi alla Corte del lavoro di Bruxelles che, constatando la mancanza di corrispondenza tra la nozione di “orario di lavoro” per il diritto belga e per quello dell’Unione Europea, domandava alla Corte di Giustizia mediante rinvio pregiudiziale se i servizi di guardia/reperibilità dovessero rientrare o meno nella definizione di orario di lavoro ai sensi della direttiva 2003/88/CE. La Corte di Giustizia, sostenendo la non derogabilità, se non in meglio, degli obblighi derivanti dalla direttiva e vista la forte limitazione per il pompiere a dedicare il proprio tempo ad attività personali e rapporti sociali, ha stabilito che il servizio di guardia deve essere considerato orario lavorativo.

Corte giustizia UE, sez. V, 21/02/2018,  n. 518

Sulla terza questione

48 Con la sua terza questione, il giudice del rinvio chiede, in sostanza, se l'articolo 2 della direttiva 2003/88 debba essere interpretato nel senso che esso impone agli Stati membri di determinare la retribuzione dei periodi di guardia al proprio domicilio come quelli di cui al procedimento principale in funzione della qualificazione di tali periodi come «orario di lavoro» e «periodo di riposo».

49 A tal riguardo, occorre ricordare, come rileva il giudice del rinvio, che è pacifico che la direttiva 2003/88 non disciplini la questione della retribuzione dei lavoratori, aspetto che esula, ai sensi dell'articolo 153, paragrafo 5, TFUE, dalla competenza dell'Unione.

50 Pertanto, se gli Stati membri sono autorizzati a fissare la retribuzione dei lavoratori che rientrano nel campo di applicazione della direttiva 2003/88 in funzione della definizione delle nozioni di «orario di lavoro» e di «periodo di riposo» di cui all'articolo 2 di tale direttiva, essi non sono obbligati a farlo.

51 Gli Stati membri possono pertanto prevedere, nel loro diritto nazionale, che la retribuzione di un lavoratore in «orario di lavoro» differisca da quella di un lavoratore in «periodo di riposo» e ciò anche al punto di non accordare alcun tipo di retribuzione durante tale periodo.

52 Alla luce di quanto precede, occorre rispondere alla terza questione affermando che l'articolo 2 della direttiva 2003/88 deve essere interpretato nel senso che esso non impone agli Stati membri di determinare la retribuzione dei periodi di guardia al proprio domicilio come quelli di cui al procedimento principale in funzione della qualificazione di tali periodi come «orario di lavoro» o «periodo di riposo».

Sulla quarta questione

53 Con la sua quarta questione, il giudice del rinvio chiede, in sostanza, se l'articolo 2 della direttiva 2003/88 debba essere interpretato nel senso che le ore di guardia che un lavoratore trascorre al proprio domicilio con l'obbligo di rispondere alle convocazioni del suo datore di lavoro entro 8 minuti, le quali limitano molto fortemente le possibilità di svolgere attività diverse, devono essere considerate come «orario di lavoro».

54 A tal proposito, occorre ricordare che la Corte ha già avuto modo di pronunciarsi sulla questione della qualificazione delle ore di guardia come «orario di lavoro» o «periodo di riposo», svolto da lavoratori che rientrano nel campo di applicazione della direttiva 2003/88.

55 In tale contesto, la Corte ha innanzitutto dichiarato che le nozioni di «orario di lavoro» e «periodo di riposo» si escludono a vicenda (v., in tal senso, sentenze del 3 ottobre 2000, Simap, C-303/98, EU:C:2000:528, punto 47, e del 10 settembre 2015, Federación de Servicios Privados del sindicato Comisiones obreras, C-266/14, EU:C:2015:578, punto 26 e giurisprudenza citata). Occorre pertanto constatare che, allo stato attuale del diritto dell'Unione, le ore di guardia trascorse da un lavoratore nell'ambito delle sue attività svolte per il datore di lavoro devono essere qualificate come «orario di lavoro» o come «periodo di riposo».

56 Inoltre, tra gli elementi caratteristici della nozione di «orario di lavoro», ai sensi dell'articolo 2 della direttiva 2003/88, non figurano l'intensità del lavoro svolto dal dipendente o il rendimento di quest'ultimo (sentenza del 1° dicembre 2005, Dellas e a., C-14/04, EU:C:2005:728, punto 43).

57 Si è ritenuto, inoltre, che la presenza fisica e la disponibilità del lavoratore sul luogo di lavoro durante le ore di guardia, in vista della prestazione dei suoi servizi professionali, deve essere considerata rientrante nell'esercizio delle sue funzioni, anche se l'attività effettivamente svolta varia secondo le circostanze (v., in tal senso, sentenza del 3 ottobre 2000, Simap, C-303/98, EU:C:2000:528, punto 48).

58 Infatti, escludere dalla nozione di «orario di lavoro» le ore di guardia svolte secondo il regime della presenza fisica sul luogo di lavoro equivarrebbe a rimettere in discussione l'obiettivo della direttiva 2003/88, che è quello di garantire la sicurezza e la salute dei lavoratori, facendo in modo che essi possano beneficiare di periodi minimi di riposo e di adeguati periodi di pausa (v., in tal senso, sentenza del 3 ottobre 2000, Simap, C-303/98, EU:C:2000:528, punto 49).

59 Inoltre, dalla giurisprudenza della Corte emerge che il fattore determinante per la qualificazione come «orario di lavoro», ai sensi della direttiva 2003/88, è costituito dal fatto che il lavoratore è costretto a essere fisicamente presente nel luogo stabilito dal datore di lavoro e a tenersi a disposizione del medesimo per poter immediatamente fornire le opportune prestazioni in caso di bisogno. Occorre considerare, infatti, che tali obblighi, i quali rendono impossibile ai lavoratori interessati di scegliere il luogo in cui stare durante le ore di guardia, rientrano nell'esercizio delle loro funzioni (v., in tal senso, sentenza del 9 settembre 2003, Jaeger, C-151/02, EU:C:2003:437, punto 63, nonché ordinanza del 4 marzo 2011, Grigore, C-258/10, non pubblicata, EU:C:2011:122, punto 53 e giurisprudenza citata).

60 Occorre rilevare, infine, che diverso è il caso in cui il lavoratore svolge una guardia secondo un sistema di reperibilità che vuole che esso sia sempre raggiungibile, senza per questo essere obbligato ad essere presente sul luogo di lavoro. Pur essendo, infatti, a disposizione del suo datore di lavoro, in quanto deve poter essere raggiungibile, in tal caso il lavoratore può gestire il suo tempo con maggiore libertà e dedicarsi ai propri interessi. Di conseguenza, solo il tempo relativo alla prestazione effettiva di servizi dev'essere considerato come «orario di lavoro» ai sensi della direttiva 2003/88 (v., in tal senso, sentenza del 9 settembre 2003, Jaeger, C-151/02, EU:C:2003:437, punto 65 e giurisprudenza citata).

61 Nel procedimento principale, dalle informazioni di cui dispone la Corte e che il giudice del rinvio è chiamato a verificare, il sig. Ma. non doveva solo essere raggiungibile durante i servizi di guardia. Da un lato, egli era obbligato a rispondere alle convocazioni del datore di lavoro entro 8 minuti e, dall'altro, a essere fisicamente presente nel luogo stabilito dal datore di lavoro. Tuttavia, tale luogo era il domicilio del sig. Ma. e non, come nelle cause che hanno dato luogo alla giurisprudenza citata ai punti da 57 a 59 della presente sentenza, il suo luogo di lavoro.

62 A tal riguardo, va ricordato che, secondo la giurisprudenza della Corte, le nozioni di «orario di lavoro» e di «periodo di riposo», ai sensi della direttiva 2003/88, costituiscono nozioni di diritto dell'Unione che occorre definire secondo criteri oggettivi, facendo riferimento al sistema e alla finalità di tale direttiva, intesa a stabilire prescrizioni minime destinate a migliorare le condizioni di vita e di lavoro dei dipendenti (sentenza del 10 settembre 2015, Federación de Servicios Privados del sindicato Comisiones obreras, C-266/14, EU:C:2015:578, punto 27).

63 Orbene, l'obbligo di essere fisicamente presente nel luogo stabilito dal datore di lavoro nonché il vincolo derivante, da un punto di vista geografico e temporale, dalla necessità di raggiungere il luogo di lavoro entro 8 minuti, sono di natura tale da limitare in modo oggettivo le possibilità di un lavoratore che si trovi nella condizione del sig. Ma. di dedicarsi ai propri interessi personali e sociali.

64 Alla luce di tali vincoli, la situazione del sig. Ma. si distingue da quella di un lavoratore che deve, durante le sue ore di guardia, essere semplicemente a disposizione del suo datore di lavoro affinché quest'ultimo possa contattarlo.

65 In tali condizioni, occorre interpretare la nozione di «orario di lavoro», di cui all'articolo 2 della direttiva 2003/88, nel senso che essa si applica a una situazione in cui un lavoratore è costretto a passare il periodo di guardia nel suo domicilio, a tenersi a disposizione del datore di lavoro e a essere in grado di raggiungere il luogo di lavoro entro 8 minuti.

66 Alla luce di quanto precede, occorre rispondere alla quarta questione affermando che l'articolo 2 della direttiva 2003/88 deve essere interpretato nel senso che le ore di guardia che un lavoratore trascorre al proprio domicilio con l'obbligo di rispondere alle convocazioni del suo datore di lavoro entro 8 minuti, obbligo che limita molto fortemente le possibilità di svolgere altre attività, devono essere considerate come «orario di lavoro».


 





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