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Totalizzazione: niente riduzioni per i geometri che hanno almeno 40 anni di contributi

Con una recentissima pronuncia la S.C. ha confermato l'orientamento già espresso da alcune corti di appello (Milano e Bologna) secondo cui il geometra che acceda al pensionamento in regime di totalizzazione possedendo almeno 40 anni di contributi computando i diversi periodi di iscrizione non può subire riduzioni della pensione d'anzianità spettante...

Totalizzazione difficile per i geometri

La questione sottoposta all'attenzioe della Suprema Corte e risolta con la sentenza n. 15892 del 2018 ha riguardato il caso di un geometra libero professionista, il quale, pensionatosi giovandosi della disciplina relativa alla totalizzazione potendo cumulare complessivamente più di 40 anni di contributi, si è visto decurtare la quota parte della pensione a carico della cassa di Previdenza dei geometri, ai sensi dell'art. 3 del regolamento, sul presupposto (ritenuto erroneo dalla Corte) che il professionista avrebbe posseduto un'anzianità contributiva inferiore a 40 anni e sul correlato presupposto in diritto che, al fine di computare l'anzianità contributiva, la Cassa avrebbe dovuto considerare soltanto l'anzianità contributiva maturata presso di sè.
Va al riguardo, ricordato che l’art. 3 del regolamento di attuazione delle attività previdenziali e assistenziali della Cassa Geometri prevede l’accesso alla pensione di anzianità:
a)    alla maturazione di almeno quaranta anni di effettiva iscrizione e contribuzione, senza la necessità di requisiti anagrafici (lettera A); in tale ipotesi non si applica alcun coefficiente di riduzione;
b)     alla maturazione di almeno trentacinque anni di effettiva iscrizione e contribuzione alla Cassa in presenza dei  requisiti di età anagrafica previsti dalla legge n. 335/95, così come modificata dalla L. n. 449/1997 (lettera B); in tale ipotesi si applicano i coefficienti di riduzione.
Ora, come detto, la Cassa Geometri ha applicato i coefficienti di riduzione, sul presupposto di fatto che il professionista non possedeva un'anzianità di contribuzione di 40 anni presso di sè ravvisando irrilevante la circostanza che esso possedesse detta anzianità computando anche il periodo di contribuzione presso l'Inps.
Secondo la Corte, invece, La Cassa, ai sensi dell’art. 4 del d.lgs. n. 42/06, avrebbe dovuto calcolare la quota considerando l’intera anzianità contributiva di oltre 40 anni maturata dal professionista e riproporzionando, quindi, l’importo con riferimento all’anzianità posseduta presso la Cassa. Tale sistema di calcolo avrebbe escluso l’applicazione dei contestati coefficienti di riduzione.

Cassazione civile, sez. lav., 15/06/2018, (ud. 14/03/2018, dep.15/06/2018),  n. 15892

1. Con il primo motivo la Cassa afferma la violazione del D.Lgs. n. 42 del 2006, art. 1 e art. 4, all. 1, sostenendosi che, mentre la totalizzazione dei periodi contributivi rileva ai fini dell'accesso alla pensione (D.Lgs. n. 42 del 2006, art. 1), essa sarebbe indifferente nel calcolo delle quote di pensione della gestione privatizzata, in quanto viceversa (art. 4, comma 5) se vi è anzianità almeno pari a quella utile alla pensione di vecchiaia nel regime privatizzato, si applicherebbero i criteri di calcolo propri di quest'ultimo, tra cui quello che prevede l'abbattimento delle pensioni di anzianità in dipendenza dell'anzianità contributiva e dell'età.

Con il secondo e terzo motivo è invece dedotta la violazione dell'art. 11 disp. gen. e della L. n. 335 del 1995, art. 3, comma 12, per essersi ritenuto che la L. n. 296 del 2006, art. 1, comma 763, non consentisse, per le pensioni successive al 1.1.2007, la rimodulazione dei trattamenti, anche sulla base di Delib. pregresse e comunque per avere omesso di considerare il fatto decisivo consistente nell'avere la pensione decorrenza successiva al 1.1.2007.

2. Il ricorso non è fondato.

3. La Corte d'Appello ha sviluppato una doppia ratio decidendi, in quanto, nella motivazione, si afferma, da un lato, che il Regolamento contenente i coefficienti di abbattimento delle pensioni di anzianità cui si sia acceduto con meno di quaranta anni di contribuzione non troverebbe applicazione perchè frutto di una deliberazione illegittima per il tempo in cui essa fu formata; per altro verso, la sentenza sostiene ancor prima che, comunque, i coefficienti di abbattimento non potrebbero trovare applicazione anche per effetto di una corretta applicazione del Regolamento del testo così novellato.

4. L'accoglimento del ricorso postulerebbe quindi non solo l'aggressione, che effettivamente vi è stata, di entrambe le rationes decidendi, ma anche la fondatezza di entrambi i profili di censura.

5. In effetti, il secondo ed il terzo motivo di ricorso, sono fondati, essendosi stabilito, per quanto in forza anche di disciplina interpretativa sopravvenuta, che "in materia di prestazioni pensionistiche erogate dagli enti previdenziali privatizzati ai sensi del D.Lgs. n. 509 del 1994, la liquidazione dei trattamenti pensionistici, a partire dal 1 gennaio 2007, è legittimamente operata sulla base della L. n. 335 del 1995, art. 3, comma 12, riformulato dalla L. n. 296 del 2006, art. 1, comma 763, che, nel prevedere che gli enti previdenziali adottino i provvedimenti necessari per la salvaguardia dell'equilibrio finanziario, impone solo di aver presente - e non di applicare in modo assoluto - il principio del "pro rata", in relazione alle anzianità già maturate rispetto all'introduzione delle modifiche derivanti dai provvedimenti suddetti, e comunque tenendo conto dei criteri di gradualità e di equità tra generazioni, con salvezza degli atti approvati dai Ministeri vigilanti prima dell'entrata in vigore della L. n. 296 del 2006 e che, in forza della L. n. 147 del 2013, art. 1, comma 488, si intendono legittimi ed efficaci purchè siano finalizzati ad assicurare l'equilibrio finanziario di lungo termine" (Cass., S.U., 8 settembre 2015, n. 17742).

Non può quindi essere condivisa l'affermazione contenuta nella sentenza impugnata in ordine ad un'illegittimità tout court, per i trattamenti riconosciuti a partire dal 1.1.2007, quale è quello del M., delle delibere antecedenti alla L. n. 296 del 2006, con cui si sono stabiliti i coefficienti di riduzione delle pensioni di anzianità.

Non vi è però neppure da valutare in concreto se la delibera che rileva nel caso di specie sia conforme ai criteri (finalizzazione alla sostenibilità finanziaria di lungo periodo) fissati dalla normativa di salvaguardia sopra richiamata; l'ulteriore disamina in tal senso è infatti superflua, alla luce dell'infondatezza del primo motivo, con cui si assume che tali delibere consentirebbero, nel caso di specie, l'applicazione dei menzionati coefficienti di riduzione.

In sostanza, pur se si dovesse infine ritenere l'applicabilità del Regolamento nel testo modificato, da ciò non consegue, per l'infondatezza del primo motivo, che attiene appunto al regime derivante da tale applicazione, l'accoglimento del ricorso, in quanto la restante ratio decidendi è destinata a resistere all'impugnativa.

6. Venendo appunto al primo motivo di ricorso, non è qui in sè in discussione, come già ha incidentalmente rilevato la Corte d'Appello, il criterio di calcolo della pensione nella quota inerente la Cassa.

E' infatti certo che, avendo il M. raggiunto, alla data del pensionamento, un'anzianità di 31 anni nella Cassa, pari a quella utile (ove combinata ad un'età di almeno sessantacinque anni), nel regime di transitorio di cui all'art. 34 del Regolamento, per il biennio 2007/2008, all'accesso alla pensione di vecchiaia, il calcolo della misura della pensione andava sviluppato, ai sensi del D.Lgs. 2 febbraio 2006, n. 42, art. 4, comma 5, secondo i criteri propri della gestione privatizzata e non secondo i criteri dello stesso art. 4, commi 3 e 4.

Il richiamo con il primo motivo di ricorso alla disciplina dell'art. 4, comma 5, non è quindi errato, ma esso è insufficiente a dirimere quanto oggetto di causa.

La questione da risolvere è infatti se, sull'importo calcolato nei termini di cui sopra, si debbano applicare i coefficienti di riduzione previsti dal Regolamento, per i casi in cui l'accesso alla pensione di anzianità avvenga con un'anzianità, presso la Cassa, inferiore ai 40 anni.

In proposito, l'art. 3 del Regolamento, se riconnette i coefficienti di abbattimento ai criteri di accesso alla pensione di anzianità (nel senso che, ove non sia raggiunta l'anzianità di quarant'anni, la pensione soggiace a riduzioni in ragione dell'anzianità effettiva e dell'età), prevede poi tali abbattimenti solo in relazione ad anzianità comprese tra 35 e 39 anni, il che è ovvia conseguenza del fatto che, per ottenere la pensione di anzianità, sempre secondo il predetto Regolamento - art. 3.1 lett. b - sono necessari almeno trentacinque anni di iscrizione.

In presenza di totalizzazione, l'effetto è però quello per cui a chi vi abbia accesso è consentito di "cumulare" i diversi periodi assicurativi non coincidenti "al fine del conseguimento di un'unica pensione" (D.Lgs. n. 42 del 2006, art. 1 cit.), salvo poi calcolarsi secondo un sistema proporzionale (pro rata) le quote che ciascuna gestione deve pagare.

Ciò significa che, rispetto ai singoli ordinamenti pensionistici, le anzianità contributive sono da considerare pari alla somma di tutti i contributi totalizzati e pertanto l'accesso a pensione di anzianità, anche con riferimento alla Cassa, va qui inteso come derivante, per effetto della totalizzazione, dalla sussistenza di quarant'anni di contribuzione.

D'altra parte, il sistema come sopra ricostruito appare consonante rispetto alla ratio degli istituti e delle regole che vengono a coesistere.

Infatti, se la totalizzazione impone di considerare, per l'accesso alla pensione di anzianità, l'anzianità contributiva quale deriva dall'insieme dei periodi che la legge consente di cumulare e se lo scopo del Regolamento della Cassa è evidentemente quello di disincentivare l'accesso a pensione di anzianità per chi abbia meno di quarant'anni di contributi, è palese che le concomitanti esigenze convergono in un sistema unitario allorquando, per effetto del cumulo, l'anzianità da considerare sia appunto quella, complessiva e maggiore, derivante dalla totalizzazione.

Del resto, poichè il diritto a pensione, per effetto della totalizzazione, è indiscusso, costituirebbe una evidente forzatura, come giustamente osserva la Corte territoriale, che il trattamento da applicare, per il caso in cui l'anzianità presso la Cassa fosse inferiore ai trentacinque anni, venisse ricavato dall'art. 3.1 lett. b) del Regolamento, applicando il coefficiente di abbattimento previsto per la (superiore) anzianità di trentacinque anni.

Deve invece ritenersi che ad operare sia il requisito di accesso di cui all'art. 3.1 lettera a) del Regolamento.

E' vero che tale ipotesi fa riferimento alla maturazione di quarant'anni di contribuzione "alla Cassa", ma, in presenza di totalizzazione, essa va estensivamente interpretata come inerente la contribuzione complessiva, in coerenza con il sistema quale è stato sopra ricostruito e proprio perchè effetto della totalizzazione è quello di far sì che, rispetto all'accesso a pensione, siano efficaci, per i singoli ordinamenti, i contributi maturati anche presso altre gestioni.

La pensione del M. è quindi dovuta senza l'applicazione degli abbattimenti, come lo sono le pensioni che maturano, nel sistema della Cassa, per il conseguimento dei quarant'anni di anzianità contributiva.

7. La reiezione del ricorso assorbe la questione, sollevata dall'I.N.P.S,. rispetto all'inammissibilità della sua evocazione in sede di legittimità rispetto a profili che non attengono alla liquidazione della quota di pensione a suo carico.

8. Le spese del giudizio di legittimità seguono la soccombenza.




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