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lavoro interinale somministrazione temporanea e contingentamento
Clausole di contingentamento nel lavoro temporaneo e interinale e regime sanzionatorio, si costituisce un rapporto di lavoro in capo all'utilizzatore?


Cassazione civile 10 aprile 2012 n. 5667

In tema di lavoro ««interinalee», nel caso in cui l'utilizzatore, in violazione dell'art. 1, comma 8, della legge n. 196 del 1997, (applicabile ratione temporis), stipuli col fornitore contratti di fornitura di lavoro temporaneo in misura eccedente la percentuale fissata dai contratti collettivi, non si instaura un ordinario rapporto di lavoro subordinato tra lavoratore e utilizzatore, attesa l'assenza di ogni sanzione per la suddetta irregolarità, che riguarda la sola posizione dell'utilizzatore e non può inficiare il rapporto tra lavoratore e fornitore. Ne consegue che l'obbligo contributivo resta a carico dell'impresa fornitrice.
 
LA MOTIVAZIONE IN CALCE AL COMMENTO 


La Suprema Corte, con la pronuncia in esame, affronta il tema della violazione delle clausole di contingentamento in relazione alla fornitura di lavoro temporaneo.
 
La Cassazione ha rilevato che la l. n. 196/1997 prevedeva la conversione del rapporto di lavoro c.d. interinale in rapporto di lavoro a tempo indeterminato in capo all'impresa utilizzatrice solo qualora il contratto di fornitura di lavoro temporaneo risultasse privo della forma scritta richiesta ad substantiam. Dunque, argomentando dall'assenza di analoga previsione sanzionatoria, la diversa ipotesi consistente nella violazione delle clausole di contingentamento non può comportare la conversione del rapporto di lavoro temporaneo in rapporto a tempo indeterminato in capo all'utilizzatore. 
 
Allo stato attuale, il quadro giurisprudenziale in materia risulta, però, tutt'altro che univoco.
 
Invero, in alcuni casi, si è rilevato che, stante l'assenza di previsioni sanzionatorie nell'art. 10 della l. n. 196/1997 in caso di mancato rispetto dei limiti percentuali, la violazione degli stessi non può costituire da sola motivo di nullità del contratto di prestazione temporanea. Se così non fosse, si è osservato, da un punto di vista operativo «sorgerebbero notevoli difficoltà: in caso di superamento del limite percentuale, infatti, non è chiaro se sarebbero da considerare invalidi tutti i contratti di fornitura di lavoro o solo quelli eccedenti la percentuale... e, in questo secondo caso, come si potrebbe distinguere tra contratti da annullare e contratti legittimi considerate le normali fluttuazioni del personale ordinario e la rotazione dei lavoratori interinali.
 
In altre pronunce, al contrario, si è ritenuto che la violazione delle clausole di contingentamento comportasse l'illegittimità dei contratti di fornitura di prestazioni di lavoro temporaneo e la costituzione di un rapporto di lavoro a tempo indeterminato alle dipendenze dell'impresa utilizzatrice. Nell'ambito di tale filone si è argomentato nel senso che la previsione delle clausole di contingentamento deve essere considerata una mera specificazione della regola più generale posta dall'art. 1, comma 2, lett. a, secondo la quale il contratto di fornitura di lavoro temporaneo può essere concluso nei casi previsti dai contratti collettivi nazionali della categoria di appartenenza dell'impresa utilizzatrice. Pertanto, posto che, ove il contratto di fornitura sia stipulato al di fuori dei casi individuati dalla contrattazione collettiva (o si accerti la genericità del richiamo a tali ipotesi), il rapporto di lavoro temporaneo si converte in un rapporto di lavoro a tempo indeterminato alle dipendenze dell'impresa utilizzatrice (la giurisprudenza di legittimità è concorde in merito, cfr., ex multis, Cass. 5 luglio 2011, n. 14715), allo stesso modo un contratto concluso in violazione dei limiti percentuali dovrebbe essere assoggettato alla medesima sanzione (in questi termini cfr. Cass. 5 novembre 2012, n. 18919).
 
La sentenza in commento si discosta da queste ultime pronunce opinando che l'unica disfunzione allo schema legale idonea a determinare la costituzione di un rapporto diretto con l'impresa utilizzatrice è l'assenza di forma scritta del contratto c.d. commerciale tra quest'ultima e la fornitrice. 
 
La pronuncia in commento, pur avendo ad oggetto ratione temporis la fornitura di lavoro temporaneo, assume rilevanza anche in riferimento alla fattispecie della somministrazione a termine, la cui disciplina ha affidato l'individuazione di clausole di contingentamento ai contratti collettivi nazionali di lavoro stipulati dai sindacati comparativamente più rappresentativi (art. 20, comma 4, d.lgs. n. 276/2003).
 
Anche in relazione al menzionato art. 20, comma 4, non sono molte le sentenze relative alle conseguenze sanzionatorie applicabili ai contratti di somministrazione stipulati in violazione dei limiti quantitativi posti dalla contrattazione collettiva. Talvolta, in forza di un'interpretazione letterale della disciplina in tema di somministrazione, si è affermato che, poiché l'art. 27 del d.lgs. n. 276/2003 prevede la sanzione della costituzione di un rapporto di lavoro a tempo indeterminato in capo all'impresa utilizzatrice, qualora la somministrazione avvenga «al di fuori dei limiti e delle condizioni» di cui all'art. 20, anche la violazione dei limiti percentuali, essendo disciplinata nel comma 4° di tale norma, dovrebbe condurre all'applicabilità del medesimo meccanismo sanzionatorio (cfr. Cass. 15 luglio 2011, n. 15610.
 
Tuttavia, come già per il lavoro temporaneo, non si può dire che sussista attualmente in materia un orientamento univoco. 
 
La pronuncia in esame. invece, potrebbe corroborare la tesi per cui, come nel lavoro c.d. interinale, anche nella somministrazione a termine la violazione delle clausole di contingentamento non dovrebbe condurre all'imputazione del rapporto di lavoro in capo all'utilizzatore. Invero, al pari di quanto previsto per il lavoro temporaneo (art. 10, comma 2, l. n. 196/1997), anche l'art. 21, comma 4 del d.lgs. n. 276/2003 dispone che solo in assenza di forma scritta del contratto commerciale tra agenzia di somministrazione e impresa utilizzatrice tale contratto è nullo e i lavoratori sono considerati automaticamente alle dipendenze di quest'ultima.
 
In conclusione, la violazione dei limiti quantitativi, qualificata dalla sentenza in commento come mero vizio “interno” dell'utilizzatore in relazione al lavoro temporaneo, potrebbe assumere la medesima connotazione anche con riferimento alla somministrazione a tempo determinato. E, una volta esclusa l'operatività del meccanismo sanzionatorio della conversione ex art. 27, d.lgs. n. 276/2003, il superamento dei limiti percentuali potrebbe tutt'al più condurre, ove si attribuisse natura obbligatoria alle clausole di contingentamento, all'applicazione di sanzioni unicamente sul piano sindacale.


SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

La DCE Elettronica srl proponeva opposizione avverso la cartella di pagamento dell'importo di Euro 79.975,21 per contributi Inps e sanzioni relativamente ad alcuni lavoratori che erano stati avviati dalla Conserv Interm spa con contratto di lavoro interinale senza il rispetto della percentuale prevista dal CCNL per i prestatori di lavoro interinale rispetto ai lavoratori occupati a tempo indeterminato da essa impresa utilizzatrice, così violando della L. n. 196 del 1997, art. 1, comma 8. Nel contraddittorio con l'Inps, il Tribunale di Sondrio accoglieva l'opposizione, ma la statuizione veniva riformata dalla Corte d'appello di Milano, che la rigettava.
La Corte adita negava che la prescrizione di cui al citato L. n. 196 del 1997, art. 8 fosse priva di sanzione e che la nullità dei contratti per contrarietà a questa norma imperativa conducesse solo all'applicazione dell'art. 2126 cod. civ. Concludeva quindi la Corte territoriale che la nullità dei contratti interinali per violazione di legge (art. 1418 cod. civ.) comporta la loro qualificazione come ordinari rapporti di lavoro subordinato, soggetti alla contribuzione ordinaria, perchè - superato il limite quantitativo a che legittima la conclusione dei contratti di lavoro interinale - i contratti conclusi in eccedenza, essendo sprovvisti di strumento derogatorio, non possono che considerarsi come ordinari contratti di lavoro subordinato.
Avverso detta sentenza la società soccombente ricorre con due motivi, illustrati da memoria. Resiste l'Inps con controricorso.

MOTIVI DELLA DECISIONE

Con il primo motivo si denunzia violazione della L. n. 196 del 1997, art. 1, comma 8 e dell'art. 1418 cod. civ. sostenendo che, contrariamente a quanto ritenuto dalla sentenza impugnata, la regola di cui al citato comma 8 non avrebbe carattere imperativo, non avendo finalità e carattere di interesse pubblico ed in ogni caso sarebbe priva di sanzione in caso di violazione.
Con il secondo motivo si denunzia violazione degli artt. 1418 e 2126 cod. civ., giacchè non sarebbe prevista la conversione, in ordinari contratti di lavoro subordinato con essa utilizzatrice, dei contratti di lavoro interinali conclusi in eccedenza rispetto alla percentuale indicata nel CCNL. Il ricorso merita accoglimento.
1. E' noto (cfr. Cass. n. 3020 del 27/02/2003) che il rapporto di lavoro "interinale", disciplinato dalla L. 24 giugno 1997, n. 196 (prima dell'abrogazione degli artt. da 1 a 11 ad opera del D.Lgs. n. 276 del 2003, art. 85), ha luogo attraverso la stipulazione di due distinti contratti: quello di fornitura di prestazioni di lavoro temporaneo stipulato tra l'impresa fornitrice e quella utilizzatrice (art. 1) e quello tra il lavoratore e l'impresa fornitrice (art. 3);
entrambi i contratti devono essere stipulati per iscritto e devono contenere determinate clausole. In tal modo si determina la scissione del rapporto di lavoro fra gestione normativa, che compete alla fornitrice, e quella tecnico - produttiva, che compete all'utilizzatrice.
Alla fornitrice compete infatti (art. 1, comma 5, lett. d) l'obbligo di pagamento diretto al lavoratore del trattamento economico, nonchè l'obbligo al versamento dei contributi previdenziali (ancorchè spetti poi all'utilizzatrice l'onere del rimborso ex art. 1, comma 5, lett.f).
La L. n. 196 del 1997 indica con estrema precisione i requisiti che presiedono a questa complessa "scissione" e regola con altrettanta precisione le conseguenze che derivano quando la fattispecie concreta si discosti da quella legale.
2. Infatti, esaminando le possibili disfunzioni rispetto alla fattispecie legale, si rileva che la mancanza o la incompletezza del contratto tra lavoratore e fornitrice (art. 10, comma 2, secondo capoverso), determina la trasformazione del contratto direttamente in capo alla società fornitrice, ma non coinvolge in alcun modo la utilizzatrice.
3. Vi è un solo caso in cui alla disfunzione rispetto allo schema legale la norma ricollega automaticamente l'esistenza del rapporto diretto, anche dal punto di vista normativo, tra lavoratore e impresa utilizzatrice, ed il caso è quello in cui (art. 10, comma 2) sia omessa la forma scritta, prevista ad substantiam, del contratto di fornitura di lavoro temporaneo tra le due imprese, di cui all'art. 1, comma 5. In tal caso, infatti, mancando in radice il contratto tra fornitrice e utilizzatrice, che è il presupposto della fattispecie legale, non può scattare alcun obbligo a carico della fornitrice nei confronti del lavoratore (ancorchè tra queste due parti sia stato stipulato il contratto previsto dall'art. 3, perchè questo resta necessariamente inoperante per mancanza di valida individuazione del soggetto beneficiario ) e quindi le prestazioni rese dal lavoratore non possono che considerarsi come lavoro alle dipendenze della utilizzatrice.
4. Si colloca invece al di fuori di questa previsione il caso che ne occupa.
Infatti non si può sostenere che, in ipotesi di violazione dell'art. 1, comma 8, ossia quando i prestatori di lavoro temporaneo superino la percentuale prescritta, la fattispecie legale non sia configurabile e vengano meno tutti i rapporti contrattuali che si sono nel frattempo instaurati, e cioè sia quello tra fornitrice e utilizzatrice, sia quello tra fornitrice e lavoratore.
5. Si tratta infatti di un vizio "interno" all'utilizzatore che non può inficiare il rapporto a cui l'utilizzatore medesimo è estraneo, ossia il rapporto tra fornitore e lavoratore, in quanto "res inter alios acta".
Si trae conferma che i vizi "interni" che si riferiscono ai soggetti stipulanti, non precludono la configurazione della fattispecie legale, se si considera il disposto dell'art. 10, comma 1 ove si fa riferimento ad un vizio interno della fornitrice, e cioè al caso in cui questa non sia iscritta negli elenchi di cui all'art. 2, e quindi non sia tra i soggetti abilitati all'attività di fornitura di lavoro temporaneo: neppure in tal caso il contratto si instaura direttamente tra lavoratore e utilizzatore, ma resta fermo il contratto tra lavoratore ed utilizzatore e vi sarà, se del caso, da applicare la L. n. 1369 del 1960 sull'interposizione fittizia di manodopera, all'esito degli accertamenti che questa comporta.
6. In altri termini, quando la irregolarità dipende da vizi diversi, ma non attiene nè inficia il contratto tra impresa fornitrice e impresa utilizzatrice, questo spiega i suoi effetti "naturali", così integrando lo schema legale che prevede obblighi di retribuzione e contribuzione a carico della fornitrice, ed impedisce di ricadere nel paradigma del rapporto di lavoro subordinato ordinario con la utilizzatrice.
7. Conclusivamente, non si può sostenere che la violazione dell'art. 1, comma 8 costituisca violazione di norma imperativa, giacchè non solo la medesima non reca espressamente alcuna sanzione, ma la mancanza di sanzione - sul versante, quanto meno degli obblighi della impresa utilizzatrice nei confronti dell'ente previdenziale, che rilevano nel caso di specie - si deduce anche dal complesso del sistema che sopra si è delineato.
Ne consegue che la contribuzione richiesta resta a carico dell'impresa fornitrice.
Va quindi affermato il principio di diritto per cui, con riguardo alla fattispecie del lavoro interinale, nel caso di violazione della L. n. 196 del 1997, art. 1, comma 8 ossia nel caso in cui l'impresa utilizzatrice stipuli con l'impresa fornitrice contratti per fornitura di prestazioni di lavoro temporaneo in numero eccedente rispetto alla percentuale indicata nel CCNL, detta violazione non determina l'instaurazione di un ordinario rapporto di lavoro subordinato tra lavoratore e impresa utilizzatrice.
Il ricorso va quindi accolto e la sentenza va cassata.
Non essendovi ulteriori accertamenti da compiere all'esito del principio affermato, la causa va decisa nel merito, con l'accoglimento della opposizione proposta dalla società ricorrente avverso la cartella di pagamento.
La novità delle questioni giustifica la compensazione tra le parti delle spese dell'intero giudizio.

P.Q.M.

La Corte accoglie il ricorso, cassa la sentenza impugnata e, decidendo nel merito, accoglie l'opposizione proposta dalla ricorrente avverso la cartella esattoriale.
Compensa tra le parti le spese dell'intero processo.
Così deciso in Roma, il 12 gennaio 2012.
Depositato in Cancelleria il 10 aprile 2012




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