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lavoro straordinario rifiuto legittimo se la richiesta č scorretta
Il rifiuto di prestare lavoro straordinario è legittimo se la richiesta del datore di lavoro risulta contrario ai doveri di correttezza e di buina fede di cui all'art. 1175 cc
 
Secondo il costante orientamento della giurisprudenza di legittimità il rifiuto di prestare lavoro straordinario è legittimo se la richiesta del datore di lavoro risulta contrario ai doveri di correttezza e di buina fede di cui all'art. 1175 cc.
 
Tuttavia, in tema di onus probandi,  laddove sia il lavoratore ad impugnare l'eventuale sanzione disciplinare comminata, grava sul medesimo lavoratore l'onere di provare l'arbitrarietà della richiesta del datore di lavoro.
 
Secondo la promuncia della Suprema Corte che qui di seguito si trascrive, invece, l'onere probatorio risulta invertito laddove sia il datore di lavoro ad agire giudizialmente per l'accertamento della legittimità della sanzione comminata per il rifiuto del prestatore di lavoro di svolgere il lavoro straordinario. In tal caso infatti l'onere di provare che il potere discrezionale di richiedere la prestazione dello straordinario sia stato esercitato secondo le regole di correttezza e buona fede, poste dagli artt. 1175 e 1375 c.c. nel contenuto determinato dall'art. 41 Cost., comma 2, grava sulla parte datoriale.
 
In particolare, ha avuto modo di sottolineare la Corte, tra gli oneri che gravano sulla parte datoriale perchè la richiesta di lavoro straordinario sia legittima avuto riguardo al criterio della correttezza e della buona fede di cui all'art. 1175 c.c., vi è quello di informare puntualmente il lavoratore in merito alle esigenze aziendali prevalenti che giustificano la richiesta medesima.
 
 
Cassazione civile  sez. lav. 29 luglio 2009 n. 17644

In tema di prestazioni di lavoro straordinario, il principio secondo cui, essendo rimesso alla discrezionalità del datore di lavoro il potere di richiedere le dette prestazioni, grava sul lavoratore l'onere di provare, a giustificazione del proprio rifiuto di corrispondere alla richiesta, una inaccettabile arbitrarietà della medesima, avendosi altrimenti inadempimento sanzionabile disciplinarmente, non è applicabile nel caso in cui sia il datore di lavoro ad agire in giudizio per l'accertamento della legittimità della sanzione disciplinare, incombendo, in tal caso, su di lui l'onere di provare di aver esercitato il proprio potere discrezionale secondo le regole di correttezza e buona fede poste dagli art. 1175 e 1375 c.c., nel contenuto determinato dall'art. 41, comma 2, cost.

RITENUTO IN FATTO

La sentenza di cui si chiede la cassazione rigetta l'appello di Trenitalia SpA e conferma la decisione del Tribunale di Messina n. 4031 del 15 dicembre 2004, che aveva giudicato infondata la domanda proposta dalla Societa' nei confronti del dipendente G. G. per l'accertamento della legittimita' della sanzione disciplinare della sospensione dal servizio e dalla retribuzione per quattro giorni, inflitta al dipendente nel novembre del 2001.
L'esito di rigetto dell'appello e' motivato con la considerazione che si addebitava al G. di non aver ottemperato all'ordine che disponeva la ripresa del servizio il giorno (OMISSIS), ore 11,22, ordine emanato in violazione delle disposizioni del D.P.R. n. 374 del 1983, art. 8 (che prevedeva il riposo giornaliero in residenza di 18 ore e di 22 ore dopo ciascuna notte nei casi di due servizi notturni consecutivi), senza che rilevassero le previsioni del contratto collettivo in ordine all'obbligo del lavoratore di ottemperare agli ordini non in contrasto con la legge penale, siccome il contratto era divenuto inefficace dopo la scadenza del 31 dicembre 1999.
Il ricorso di Trenitalia SpA si articola in tre motivi, resiste con controricorso G.G..
La ricorrente deposita memoria ai sensi dell'art. 278 c.p.c. e replica altresi' per iscritto alle conclusioni del Pubblico ministero.
 
CONSIDERATO IN DIRITTO
 
Con il primo motivo di ricorso, denunciando violazione di norme di diritto e vizio di motivazione, si sostiene che, anche prescindendo dalle disposizioni del contratto collettivo, l'obbligo di ottemperare all'ordine impartito dal datore di lavoro trovava la sua fonte diretta dell'art. 2104 c.c. e si risolveva nella richiesta oggettivo e soggettivo, del rifiuto di darvi esecuzione da parte del lavoratore, proporzionalita' al fatto della sanzione inflitta.
Con specifico riguardo alle prestazioni di lavoro straordinario, l'esercizio del potere di richiederle deve intendersi affidato alla discrezionalita' del datore di lavoro, in ragione dei poteri direzionali di cui e' titolare e della corrispondente subordinazione del dipendente, cosicche' e' vero che, a norma dell'art. 2697 c.c., grava sul prestatore d'opera l'onere di provare, a giustificazione del rifiuto di corrispondere alla richiesta, una inaccettabile arbitrarieta' della medesima, avendosi altrimenti inadempimento sanzionatale disciplinarmente (vedi Cass. 21 febbraio 2007, n. 4011).
Ma questo principio non puo' trovare applicazione se e' il datore di lavoro ad agire in giudizio in accertamento della legittimita' della sanzione disciplinare, incombendo a lui, in tal caso, l'onere di provare che il potere discrezionale di richiedere la prestazione dello straordinario era stato esercitato secondo le regole di correttezza e buona fede, poste dagli artt. 1175 e 1375 c.c. nel contenuto determinato dall'art. 41 Cost., comma 2.
I suddetti limiti al potere sono individuati in questi termini dalla giurisprudenza della Corte (adde al precedente sopra citato, Cass. 5 agosto 2003, n. 11821). In particolare, e' stata esclusa la configurabilita' dell'illecito disciplinare in relazione al rifiuto da parte del lavoratore di riprendere servizio dopo circa otto ore dalla fine del turno notturno per svolgere lavoro straordinario, non essendo la relativa richiesta giustificata da esigenze aziendali assolutamente prevalenti ( Cass. 19 febbraio 1992, n. 2073).
L'enunciato principio richiedeva, pertanto, che fosse assolto un preciso onere di allegazione e di prova, relativo, per quanto qui interessa, alla prevalenza dell'esigenza aziendale di predisporre quel turno, nonche' alle adeguate informazioni (dovute in base ai principi di correttezza e buona fede) fornite al dipendente, onde evitare che potesse reputare legittimo il suo rifiuto.
Tale onere non risultava assolto e cio' doveva essere ritenuto sufficiente dal giudice del merito per rigettare la domanda di accertamento.
Sono queste, quindi le ragioni che giustificano il rigetto del ricorso, comportanti l'assorbimento dell'esame delle altre questioni controverse (proroga dell'efficacia del contratto collettivo dopo la scadenza; vigenza delle disposizioni del D.P.R. n. 374 del 1983).
La sostituzione della motivazione della sentenza impugnata costituisce giusto motivo per compensare le spese del giudizio di cassazione per l'intero.

P.Q.M.

LA CORTE Rigetta il ricorso e compensa per l'intero le spese e degli onorari del giudizio di cassazione.
Cosi' deciso in Roma, nella Camera di consiglio della Sezione lavoro, il 10 giugno 2009.
Depositato in Cancelleria il 29 luglio 2009




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