Ricerca























mod_vvisit_counterVisite Oggi1342
mod_vvisit_counterDal 12/06/0913216900

 CERCA IN QUESTO SITO

Ricerca personalizzata
licenziamento e decreto dignitą un regime sempre meno armonico
Con il decreto dignità e con la modifica del regime di tutela minimo e massimo a fronte di un licenziamento illegittimo si è ulteriormente ampliato il ventaglio delle forme di tutela previste in caso di licenziamento: in questo caso ne potrebbero fare le spese i lavoratori più anziani vediamo perchè
 
Come si è avuto modo di illustrare in altro articolo pubblicato su questo argomento , con il D.L. n. 87 del 2018, il Legislatore è intervenuto sulle forme di tutela per equivalente previste dal d.lgs. n. 23 del 2015 in ipotesi di licenziamento illegittimo innalzando il livello minimo e massimo dell'indennità stessa; indennità che, lo si ricorda, all'interno del range segnato dai suddetti limiti, è automaticamente determinata sulla base dell'anzianità di servizio del lavoratore.
 
Più in particolare, con l’art. 3 del d.l. n. 78 del 2018 i Legislatore, forse non del tutto consapevolmente, ha dettato una disciplina (in prospettiva futura) più favorevole per i lavoratori assunti dopo l’entrata in vigore del d.lgs. n. 23 del 2015 innalzando a 36 mensilità la misura massima dell’indennità risarcitoria prevista in ipotesi di licenziamenti sostanzialmente viziati o di licenziamenti collettivi invalidi per vizi procedurali o per violazione dei criteri di scelta e a sei mensilità la misura minima di tale indennità.
 
I lavoratori in questione, infatti, dopo avere maturato l’anzianità minima di 12 anni percepiranno necessariamente (e senza discrezionalità per il giudice) un’indennità risarcitoria in misura superiore rispetto ai colleghi precedentemente assunti laddove illegittimamente licenziati. Una volta maturati i 18 anni di anzianità di servizio essi matureranno il diritto (silente) di percepire un’indennità risarcitoria (in ipotesi di licenziamento sostanzialmente illegittimo) superiore (di dodici mensilità) rispetto a quella massima prevista per i lavoratori precedentemente assunti dal medesimo datore di lavoro.

Il che apre, a mio avviso, un, non troppo ipotetico, scenario. Che così come già recentemente fatto dal Tribunale di Roma ma per motivi sostanzialmente opposti, sia sollevata una immediata questione di costituzionalità in relazione a lavoratori cui non s’applica il d.l. n. 78 del 2018 e, quindi, già assunti alla data di entrata in vigore del d.lgs. n. 23 del 2015 da parte di imprese sopra soglia i quali, avendo un’anzianità di servizio superiore a 12 anni lamentino di non potere percepire l’indennità risarcitoria nella misura in cui invece la percepirebbero lavoratori successivamente assunti con analoga anzianità di servizio per la medesima tipologia di vizio sostanziale del licenziamento.

Appare, infatti, ingiustificata la maggiore tutela apprestata, nello stesso tempo, nei confronti della medesima forma di illegittimo esercizio del potere di recesso datoriale nei confronti della platea dei lavoratori assunti prima dell’entrata in vigore del d.lgs. n. 23 del 2015 rispetto ai lavoratori assunti dopo l’entrata in vigore di tale decreto.

E’ chiaro, infatti, che tale diversificato regime di tutela potrebbe condurre a forme di discriminazione al rovescio nei confronti dei lavoratori con maggiore anzianità di servizio, in quanto assunti prima dell’entrata in vigore del d.lgs. n. 23 del 2015 rispetto a quelli con minore anzianità in quanto assunti successivamente ad esempio nel caso di scelta del lavoratore da licenziare nell’ambito di un licenziamento intimato per GMO per motivi organizzativi. 

Tale forma di possibile discriminazione al rovescio si potrebbe realizzare anche nell’ambito dei licenziamenti collettivi in ogni ipotesi in cui la violazione ritenuta dal giudice involga le procedure e non direttamente l’applicazione dei criteri di scelta in quanto i lavoratori assunti dopo l’entrata in vigore del d.lgs. n. 23 del 2015 (in prospettiva futura) saranno destinatari di un risarcimento maggiore, per il medesimo tipo di violazione, rispetto ai lavoratori assunti in precedenza e quindi con anzianità di servizio maggiore. In tal caso la disciplina si pone, poi, in evidente disarmonia con l’art. 5 della l. n. 223 del 1991 che garantisce una maggiore tutela in relazione alla maggiore anzianità di servizio.

E’ vero che, come recentemente osservato dal tribunale di Roma con una nota ordinanza di rimessione alla Corte Costituzionale della questione di legittimità costituzionale dell’art. 3 del d.lgs. n. 23 del 2015 per il fatto di prevedere una forma di risarcimento incongrua e non dissuasiva avuto riguardo al bene inciso dal recesso illegittimo datoriale costituito dal diritto al lavoro, la Corte ha costantemente affermato che “non contrasta, di per sé, con il principio di eguaglianza un trattamento differenziato applicato alle stesse fattispecie, ma in momenti diversi nel tempo, poiché il fluire del tempo può costituire un valido elemento di diversificazione delle situazioni giuridiche (ordinanze n. 25 del 2012, n. 224 del 2011, n. 61 del 2010, n. 170 del 2009, n. 212 e n. 77 del 2008)”.

Ma la Corte Costituzionale ha elaborato tale principio con riferimento a fattispecie normative non assimilabili caratterizzate dal semplice succedersi di norme nel tempo e, quindi, dalla diversa disciplina di fatti verificatisi in momenti diversi e sotto la vigenza di diverse norme sostanziali.

Invece, per effetto del d.lgs. n. 23 del 2015 e, a maggiore ragione, dopo le modifiche apportate a tale decreto dal d.l. n. 78 del 2018, si verifica una disomogeneità di forme di tutela nei confronti delle stesse fattispecie produttive di danno che si realizzano nel medesimo tempo nei confronti di lavoratori distinti per il solo dato, del tutto accidentale, del momento dell’assunzione.

Occorrerà, dunque, verificare come la Corte risolverà la questione di costituzionalità sollevata dal Tribunale di Roma, tenuto conto del fatto che, in ogni caso, la modifica apportata al d.lgs. n. 23 del 2015 non inciderà sui presupposti giuridici dell’ordinanza di rimessione dovendo, il giudice rimettente, decidere il ricorso sulla base della normativa vigente al momento del licenziamento e, quindi, non potendo fare applicazione del d.l. n. 78 del 2018.

In ogni caso, va sottolineato che, tra gli elementi che più significativamente il giudice rimettente aveva sottoposto alla Corte vi era l’irragionevolezza della misura minima di 4 mensilità del risarcimento e, comunque, del meccanismo di determinazione dell’indennità risarcitoria in guisa automatizzata senza alcuna discrezionalità per il giudice il che, a parere del giudice rimettente, avrebbe necessariamente condotto ad assimilare fattispecie diverse e caratterizzate da un diverso grado di lesione e di gravità dell’inadempimento.

Quanto al primo aspetto, non si ritiene che l’innalzamento di due mensilità della soglia minima del risarcimento valga a mutare la valutazione del giudice rimettente e, comunque, la conservazione del meccanismo automatico do determinazione dell’indennità in misura crescente proporzionalmente all’anzianità di servizio mantiene l’ulteriore dubbio contenuto nell’ordinanza di rimessione.
 




Segnala su OK Notizie!Reddit!Del.icio.us! Facebook!
 

 CERCA ANCORA IN QUESTO SITO

Ricerca personalizzata
Previdenza Professionisti | Diritto Penale | Diritto Amministrativo | Diritto di Famiglia