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La presupposizione nel diritto dei contratti

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presupposizione e diritto di recesso - Cass

presupposizione e causa in concreto - Cass

la condizione sospensiva e risolutiva del contratto

l'eccessiva onerosità sopravvenuta

la buona fede oggettiva

la causa in concreto del contratto

 

L'istituto della presupposizione non trova alcun esplicito riconoscimento normativo.

 
Secondo la dottrina risalente la presupposizione sarebbe una condizione risolutiva implicita, non esplicitata nel negozio, che condizionerebbe la permanenza del rapporto contrattuale alla permanenza di una situazione tenuta presente da entrambe le parti al momento dell'assunzione del vincolo.

Alla presupposizione, secondo questa teoria, si applicherebbero, dunque, tutte le norme relative alla condizione  (la norma che impone la buona fede, quella relativa alla finzione di avveramento ecc ecc).

La presupposizione consente di dare rilievo a dei motivi concernenti il processo volitivo che altrimenti sarebbero rimasti irrilevanti per l'ordinamento giuridico. La presupposizione può riguardare una situazione di fatto o di diritto, positiva negativa, presente passata o futura. Secondo questa tesi, dunque, la presupposizione è configurata in termini soggettivi ed ha l'effetto di valorizzare motivi soggettivi.

Tale tesi è stata criticata da altra dottrina che ha sottolineato come i motivi, nell'ambito dell'ordinamento dei contratti, siano di regola irrilevanti. Inoltre, l'istituto della presupposizione potrebbe rappresentare un vulnus alla certezza dei traffici. Si è anche evidenziato come l'espressione presupposizione, ove eccessivamente dilatata, potrebbe costituire un contenitore vuoto da riempire con qualsivoglia contenuto. Altra critica mossa alla teoria della condizione risolutiva implicita è quella secondo cui il riferimento a situazioni passate o attuali mal si concilierebbe con il fatto che la condizione deve avere, per oggetto, un evento futuro ed incerto. 

Secondo giurisprudenza risalente (cfr. Cass n. 1619/47), la presupposizione troverebbe fondamento nell'art. 1467 cc sulla risoluzione per eccssiva onerosità sopravvenuta. La presupposizione sarebbe un presupposto comune ad entrambe le parti il cui venir meno determinerebbe la caducazione dello stesso vincolo contrattuale per una sopravvenienza. Tale tesi, secondo una posizione critica, confonderebbe la presupposizione e la sopravvenienza; inoltre, sulla base di tale impostazione, la presupposizione finirebbe per avere un'applicazione limitata in quanto si riferirebbe solo ai contratti di cui all'art. 1467 cc, e produrrebbe effetti sul vincolo contrattuale solo ove la sopravvenienza presentasse i caratteri dell'imprevedibilità e della straordinarietà.

Altra teoria (Mengoni, Osti) individua il fondamento della presupposizione nella sussistenza di una regola generale, vigente per ogni genere di contratto, secondo cui la permanenza del vincolo sarebbe implicitamente legata alla condizione rebus sic stantibus. Il venir meno della situazione di fatto presupposta determinerebbe la caducazione del vincolo contrattuale. Non sono, dunque, necessari i presupposti di cui all'art. 1467 cc. Venuta meno la situazione presupposta, il contratto viene meno, si sciolgie, con gli effetti dell'inefficacia.

Altra teoria si riferisce alla presupposizione come ad un errore sul motivo. Secondo tale impostazione, le parti definirebbero un programma negoziale sulla base di una finalità presupposta nota ad entrambe; allorchè tale finalità non possa essere conseguita per elementi sopravvenuti, secondo tale tesi opererebbe la presupposizione che, come errore sul motivo, determinerebbe lo scioglimento del vincolo. La critica mossa a tale tesi è quella per cui finirebbe per estendere eccessivamente l'operatività dei motivi di norma irrilevanti secondo le norme che disciplinano i contratti.
 
Una parte della dottrina (Bianca) ritiene che il fondamento della presupposizione sarebbe quello della buona fede e, in particolare, la buona fede nell'interpretazione del contratto di cui agli artt. 1362 e 1366 cc. Secondo tale tesi, allorchè il contratto non possa assolvere alla funzione cui lo stsso è preodinato in forza della clausola di buona fede, le conseguenze sarebbero l'integrazione del contenuto del contratto nei limiti in cui ciò non comporti apprezzabili pregiudizi per la controparte, la modificazione della prestazione o l'accettazione della modifica della prestazione della controparte, la rinegoziazione delle clausole ovvero, nei casi più gravi, l'inefficacia del negozio giuridico. La teoria che lega la presupposizione alla clausola della buona fede è il portato dell'estensione della funzione della buona fede che originariamente rappresentava il canone sulla base del quale valutare esclusivamente l'adempimento diligente.

Sotto il profilo giurisprudenziale, l'orientamento maggioritario continua a fare riferimento alla tesi della condizione implicita.
 
La sentenza n. 12235 del 25 maggio 2007 della Suprema Corte ha accolto un orientamento innovativo in materia di presupposizione. Questa pronuncia si discosta dalla teoria dominante che vede nella presupposizione una condizione inespressa, tesi accolta dalla giurisprudenza dominante sino al 2006, nonchè da un diverso indirizzo (cfr. cass. Civ. n. 6631 del 2006) che si è riferita alla presupposizione come ad un difetto sopravvenuto della causa in concreto, un'impossibilità sopravvenuta di realizzare l'assetto d'interessi contrattuale.
 
La pronuncia del 2007, si riferisce, nel percorso argomentativo a tre diversi elementi che caratterizzano il contratto; esso sarebbe caratterizzato, in via generale, dai presupposti causali, dai presupposti che entrano nel contenuto del'obbligo contrattuale (fase esecutiva) e dai presupposti specifici che sono, invece, rappresentati dalle circostanze esterne al vincolo. I presupposti causali sono tutti quei presupposti nei quali si concretizza la funzione economico individuale che le parti intendono realizzare. Poi vi sono quegli elementi dell'obbligo contrattuale relativi alla fase d'esecuzione del rapporto. I presupposti specifici sono, invece, le circostanze esterne che non riguardano nè la causa nè l'esecuzione ma che si possono desumere dalle clausole contrattuali. Nell'ambito di tale tripartizione la presupposizione riguarderebbe le circostanze esterne del contratto, il venir meno di esse legittimerebbe la parte all'esercizio del diritto di recesso. 
 
Le sentenze n. 3579 del 2008 e n. 6631 del 2006 hanno, invece, evidenziato il carattere composito dell'istituto, osservando come lo stesso si collochi in una zona intermedia tra la condizione risolutiva implicita ed il venir meno della causa in concreto. Il mantenimento del vincolo contrattuale, secondo la tesi della causa in concreto, è condizionato al mantenimento della possibilità di perseguimento di quell'assetto di interessi cristallizzato nel contratto (il caso di specie sottoposto al vaglio della Suprema Corte era quello del viaggio organizzato e della sopravvenuta diffusione di una malattia nel luogo di villeggiatura).
 




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