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totalizzazione la consulta si pronuncia sul calcolo delle quote
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La Corte di Appello di Torino, nel corso di un giudizio civile promosso da A.A. contro l’Associazione Cassa nazionale di previdenza e assistenza a favore dei ragionieri e periti commerciali volto ad ottenere la riliquidazione della quota pensionistica in regime di totalizzazione secondo le ordinarie norme previdenziali vigenti presso la Cassa anzichè con il calcolo contributivo previsto dall'art. 4 del D.Lgs. n. 42 del 2006, ha promosso, in riferimento agli articoli 3 e 76 della Costituzione, giudizio di legittimità costituzionale dell’articolo 4, comma 3, del decreto legislativo 2 febbraio 2006, n. 42 (Disposizioni in materia di totalizzazione dei periodi assicurativi) con ordinanza del 24 febbraio 2011.
Il ricorrente, nel giudizio a quo, aveva  chiesto che fosse dichiarato il suo diritto alla liquidazione della quota di pensione provvisoria di anzianità da totalizzazione maturata presso la Cassa nazionale di previdenza ed assistenza in favore dei ragionieri e periti commerciali secondo le regole di calcolo proprie della Cassa medesima e vigenti alla data del pensionamento anziché secondo la norma di cui all’art. 4 del D.Lgs. n 42 del 2006.
La Corte di appello rimettente ha sostenuto, nell’ordinanza di rimessione: “che la norma censurata, disponendo che per gli enti previdenziali privatizzati ai sensi del d.lgs. n. 509 del 1994 la misura del trattamento pensionistico dovuto a seguito di totalizzazione dei periodi assicurativi è determinata con le regole del sistema di calcolo contributivo, contrasterebbe con l’art. 76 Cost., per violazione del principio direttivo dettato dall’art. 1, comma 2, lettera o), della legge delega 23 agosto 2004, n. 243 (Norme in materia pensionistica e deleghe al Governo nel settore della previdenza pubblica, per il sostegno alla previdenza complementare e all’occupazione stabile e per il riordino degli enti di previdenza ed assistenza obbligatoria), secondo il quale, nel ridefinire la disciplina in materia di totalizzazione dei periodi assicurativi, il legislatore delegato era tenuto a prevedere che ogni ente presso cui sono versati i contributi sia tenuto pro quota al pagamento del trattamento pensionistico determinato «secondo le proprie regole di calcolo».
Invece, le regole del sistema di calcolo contributivo stabilite dall’art. 4, comma 3, del d.lgs. n. 42 del 2006 si discostano ampiamente da quelle dettate dal citato art. 53 del Regolamento di esecuzione della Cassa nazionale di previdenza ed assistenza in favore dei ragionieri e periti commerciali.”
Ulteriore argomento per rilevare l’evidente eccesso di delega, e la conseguente violazione dell’art. 76 Cost, la Corte Torinese ha ritenuto di poter trarre dal comma 5 dell’art. 4 del d.lgs. n. 42 del 2006, ove, sempre in riferimento agli enti previdenziali privatizzati ai sensi del d.lgs. n. 509 del 1994, è prevista, in deroga a quanto stabilito dai precedenti commi 3 e 4, l’applicazione del «sistema di calcolo della pensione previsto dall’ordinamento della gestione medesima», qualora il requisito contributivo maturato nella gestione pensionistica sia uguale o superiore a quello minimo richiesto per il conseguimento del diritto alla pensione di vecchiaia. Ha, quindi, osservato: “ciò che nella legge delega era indicato come principio generalizzato, nel decreto legislativo risulta trasformato in eccezione rispetto ad un diverso principio che fa invece riferimento alle «regole del sistema di calcolo contributivo»”.
La Corte Costituzionale ha ritenuto l’infondatezza dei profili d’illegittimità costituzionale sollevati con l’ordinanza di rimessione della Corte Torinese con la seguente asciutta motivazione:
“....Il riferimento alle «proprie regole di calcolo» contenuto nell’art. 1, comma 2, lettera o), della legge n. 243 del 2004 non escludeva di prevedere criteri di calcolo per le singole gestioni previdenziali al fine di consentire un ampliamento progressivo dell’ambito di operatività dell’istituto della totalizzazione.art. 1, comma 2, lettera o), della legge n. 243 del 2004
La necessità, quindi, di disciplinare anche tale fondamentale aspetto era direttamente connessa e implicita nell’attribuzione al Governo del compito di «rivedere il principio della totalizzazione dei periodi assicurativi» (art. 1, comma 1, lettera d, della legge n. 243 del 2004) e di «ridefinire la disciplina in materia » al fine di allargare progressivamente «le possibilità di sommare i periodi assicurativi previste dalla legislazione vigente» (art. 1, comma 2, lettera o, della legge delega)....
In definitiva, la prescrizione secondo la quale «Ogni ente presso cui sono stati versati i contributi sarà tenuto pro quota al pagamento del trattamento pensionistico, secondo le proprie regole di calcolo» dev’essere, certamente, intesa nel senso di una riaffermazione del principio generale secondo cui le quote di trattamento pensionistico a carico di ogni gestione previdenziale interessata dalla totalizzazione debbono essere calcolate in base ai criteri specifici della singola gestione, non escludendosi, però, che il legislatore delegato fosse autorizzato dalla delega a determinare esso stesso in base a quali criteri ogni ente previdenziale dovesse liquidare la quota di propria spettanza.”
Secondo quanto emerge dal tenore della motivazione, la delega a al Governo a definire i criteri di calcolo della totalizzazione sarebbe stata implicita nell’intento di ridefinire complessivamente la disciplina della totalizzazione al fine di ampliarne l’opportunità di accesso.
Tale assunto, tuttavia, appare, a nostro avviso, in manifesta contraddizione con l’espressa previsione, contenuta nell’art. 1 comma 2 lettera o della legge 243 del 2004 secondo cui: “ogni ente presso cui sono stati versati i contributi sarà tenuto pro quota al pagamento del trattamento pensionistico, secondo le proprie regole di calcolo”.
Ove, infatti, la delega al Governo a disciplinare i criteri di calcolo delle quote pensionistiche in regime di totalizzazione fosse stata implicita nell’obiettivo di ridefinirne la disciplina al fine di ampliare il ventaglio dei suoi possibili beneficiari, non vi sarebbe stata alcuna necessità di introdurre, nella medesima disposizione di delega, uno specifico criterio da seguire per il calcolo delle quote.
Affermare che la previsione dell’art. 1 comma 2 lettera o della legge n 243 del 2004 secondo cui: “ogni ente presso cui sono stati versati i contributi sarà tenuto pro quota al pagamento del trattamento pensionistico, secondo le proprie regole di calcolo” non escludeva che il Legislatore delegato fosse autorizzato a disciplinare il sistema di calcolo delle quote priva, in sostanza, di qualsivoglia logica la norma in questione e ne sancisce, in definitiva, un’interpretazione abrogatrice.
Va, infatti, rimarcato che l’art. 4 del D.Lgs. n. 42 del 2006 ha disciplinato integralmente i criteri di calcolo delle quote sicchè la parziale conservazione dei criteri di calcolo propri della singola gestione è risultata del tutto occasionale e dovuta esclusivamente alla scelta dello stesso Legislatore delegato.
Ciò che si intende sottolineare, in particolare, è che, ove il Legislatore delegante avesse inteso delegare implicitamente il Governo a disciplinare i criteri di calcolo delle quote, non sarebbe stata nè necessaria né opportuna una norma che rinvia alle: “proprie regole di calcolo” della singola gestione al fine di liquidare la quota.
In definitiva, si ritiene che l’interpretazione della norma che la Corte Costituzionale ha sposato, con ciò dichiarando l’infondatezza della questione di costituzionalità sollevata dalla Corte di Appello di Torino, si ponga in contrasto con il noto brocardo latino secondo cui Ubi lex voluit dixit, ubi noluit tacuit.
Se il Legislatore delegante non avesse inteso stabilire criteri specifici per il calcolo delle quote da rispettare ad opera del Legislatore delegato avrebbe “taciuto”, se l’art. 1 comma 2 lettera o della legge n 243 del 2004 ha previsto che: “ogni ente presso cui sono stati versati i contributi sarà tenuto pro quota al pagamento del trattamento pensionistico, secondo le proprie regole di calcolo”, ciò significa che il trattamento pensionistico in regime di totalizzazione avrebbe dovuto essere calcolato secondo le regole vigenti presso ciascun fondo, salvo il successivo riproporzionamento.
L’art. 4 del D.Lgs. n. 42 del 2006, invece, ha stabilito specifici criteri di calcolo delle quote e ciò ha fatto in relazione ad ogni gestione potenzialmente interessata dal procedimento di totalizzazione.
L’interpretazione dell’art. 1 comma 2 lettera o della Legge n 243 del 2004 fatta propria dalla Corte Costituzionale appare, a nostro avviso, contraria al canone di cui all’art. 12 delle preleggi e sancisce la sostanziale inutilità della norma stessa in quanto non si vede in che modo potrebbe essere valutato se il Legislatore delegato, nello stabilire i criteri di calcolo delle quote, abbia rispettato il criterio secondo cui : “ogni ente presso cui sono stati versati i contributi sarà tenuto pro quota al pagamento del trattamento pensionistico, secondo le proprie regole di calcolo” se poi, come affermato dalla Corte Costituzionale, la norma non escludeva “che il legislatore delegato fosse autorizzato dalla delega a determinare esso stesso in base a quali criteri ogni ente previdenziale dovesse liquidare la quota di propria spettanza.”
Insomma, la norma di cui all’art. 1 comma 2 lettera o della Legge n 243 del 2004:
o costituisce un parametro cui il Legislatore delegato doveva attenersi ed allora non poteva che significare che le quote pensionistiche in regime di totalizzazione dovevano calcolarsi secondo le regole proprie di ciascuna gestione salvo il successivo riproporziona mento;
o se, come affermato dalla Corte Costituzionale, non è norma atta ad escludere “che il legislatore delegato fosse autorizzato dalla delega a determinare esso stesso in base a quali criteri ogni ente previdenziale dovesse liquidare la quota di propria spettanza.” non costituisce un parametro cui il Legislatore delegato era chiamato ad attenersi e, all’evidenza, si traduce in una disposizione del tutto inutile e priva di contenuto precettivo.
 




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