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Il risarcimento del danno (art. 1223 e ss. c.c.)  
 

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La trattazione della tematica relativa al risarcimento del danno da inadempimento dell'obbligazione pone la preliminare questione di individuare, sotto il profilo giuridico, la fattispecie dell'inadempimento distinguendo, al riguardo, l'inadempimento assoluto dall'inesatto adempimento, sotto il profilo qualitativo, nonchè sotto il profilo del tempo e del luogo dell'esecuzione della prestazione.

Al riguardo se, sotto il profilo dell'individuazione dell'oggetto dell'adempimento e della prestazione dovuta, si è assistito ad un progressivo arricchimento del programma obbligatorio secondo il principio di buona fede, con obbligazioni accessorie volte a preservare, nei limiti del ragionevole sacrificio da parte del debitore, gli interessi del creditore e dei terzi in rapporto di vicinanza con questo, sotto il profilo dell'inadempimento si è assistito ad una progressiva attenuazione della rigorosa presunzione di colpa che sembrerebbe doversi desumere dall'art. 1218 cc.

Occorre, dunque, accennare alla concezione oggettiva dell'inadempimento ed a quella soggettiva che, rispettivamente, affondano le proprie radici nel disposto di cui all'art. 1218 cc secondo cui il debitore è responsabile dell'inadempimento salvo che non provi l'impossibilità adempitiva derivante da causa non imputabile e nell'art. 1176 cc secondo cui il debitore è tenuto all'adempimento con diligenza nonchè, in caso di prestazione professionale, con la perizia richiesta dalle norme professionali.

A fronte della tesi tradizionale che vede il debitore sempre responsabile a meno che non provi l'assoluta ed oggettiva impossibilità della prestazione (con esclusione dell'efficacia esimente di cause d'impossibilità riconducibili alla sfera del debitore che abbia diligentemente tentato di preservare le ragioni del creditore), si contrappone la tesi secondo cui tra l'art. 1176 cc e l'art. 1218 cc non vi sarebbe alcuna contraddizione in quanto l'impossibilità cui si riferisce il secondo andrebbe valutata ad una stregua soggettiva sicchè sarebbe da considerare inadempimento non imputabile  la mancata esecuzione del programma obbligatorio che si sia verificata nonostante il diligente impegno profuso dal debitore. A fronte di tale evoluzione concettuale in tema di inadempimento, sotto il profilo del riparto dell'onere probatorio, la giurisprudenza della Suprema Corte ha ritenuto che gravi sul creditore l'onere di provare il titolo dal quale origina l'obbligazione ed il danno spettando, invece, in armonia con il principio della vicinanza della prova, al debitore provare l'adempimento diligente o la causa esterna che abbia reso inevitabile l'adempimento (in tal senso si veda Cass Civ Sez Un n 13533 del 30 ottobre 2001).  

L'art. 1223 c.c. è la disposizione d'apertura relativa al risarcimento dei danni conseguenti all'inadempimento delle obbligazioni preesistenti ma la disciplina di cui agli artt. 1223 c.c. e ss. è, in larga parte, applicabile anche alle fattispecie di responsabilità extracontrattuale, in forza del rinvio contenuto nell'art. 2056 c.c.

A mente dell'art. 1223 c.c., in caso di inadempimento o di ritardo nell'adempimento, il soggetto inadempiente è obbligato a risarcire i danni che siano conseguenza immediata e diretta della condotta non esattamente adempiente e, in particolare, a risarcire il creditore per la perdita subita e per il mancato guadagno (cc.dd. danno emergente e lucro cessante).

L'art. 1223 c.c., dunque, individua la tipologia di danni oggetto di risarcimento e il criterio di imputazione causale degli stessi al debitore inadempiente stabilendo un nesso di causalità giuridica (distinto dal nesso di causalità materiale) di collegamento tra la condotta inadempiente ed i danni (per una parte della dottrina l'art. 1223 cc si riferirebbe solo al cd danno evento mentre secondo altra parte della dottrina esso avrebbe riguardo sia al danno evento che ai danni conseguenza).

Con riferimento all'individuazione del nesso causale tra la condotta ipoteticamente inadempitiva ed il danno e, in particolare, con riferimento al cd lucro cessante, deve sottolinearsi come, a volte, non sia agevole stabilire con certezza la riconducibilità di determinati danni allegati al dedotto inadempimento. Soccorre al riguardoil criterio della chance che, secondo le diverse tesi prospettate, può o agevolare la prova del nesso causale sicchè, ove s'acclari con criterio probabilistico comunque superiore al 50%, che il danno è riconducibile all'inadempimento, esso sarà risarcito per intero, o costituire un bene in sè risarcibile nella misura determinata dal valore del bene perduto o non acquisito al proprio patrimonio diminuito attraverso un coefficiente percentuale pari alla chance di conseguire il bene atteso attraverso un esatto adempimento.

Sempre a livello di imputazione causale dei danni, l'art. 1225 c.c. (non richiamato dall'art. 2056 c.c. in tema di responsabilità aquiliana) stabilisce che, salvo il caso d'inadempimento doloso, il debitore inadempiente non sia chiamato a rispondere dei danni che non siano prevedibili al momento in cui è sorta l'obbligazione.

In tal senso l'art. 1225 c.c. limita il risarcimento dei danni a quelli normalmente conseguenti al mancato adempimento della prestazione oggetto dell'obbligazione. Si discute se il riferimento oggettivo di cui all'art. 1225 cc sia il medesimo dell'art. 1223 cc o se quest'ultima norma abbia riguardo al danno evento mentre l'art. 1225 cc si riferisca ai cc.dd danni conseguenza. Nel primo caso, la norma varrebbe solo a prevedere un insaprimento del criterio d'imputazione del danno stabilito dall'art. 1223 cc per l'ipotesi dell'inadempimento doloso con la conseguenza, tuttavia, paradossale che, in via generale, vi sarebbe un criterio di imputazione della responsabilità più mite in caso di illecito aquiliano che in materia di inadempimento da contratto in considerazione del mancato richiamo dell'art. 1225 cc ad opera dell'art. 2056 cc. 

Sempre con riferimento ai danni risarcibili, l'art. 1227 c.c. limita il risarcimento del danno a carico del debitore inadempiente in relazione al comportamento colposo del creditore che, con la propria condotta, abbia concorso a determinare il danno; in tal caso il risarcimento del danno è diminuito nella misura determinata dalla gravità della colpa e dall'entità delle relative conseguenze.

Il secondo comma dell'art. 1227 c.c., poi, stabilisce un limite al risarcimento del danno, nel senso che il debitore inadempiente non è tenuto a risarcire quella quota di danni che il creditore avrebbe potuto evitare usando l'ordinaria diligenza; secondo la giurisprudenza tale fattispecie configurerebbe un'eccezione processuale in senso stretto (si veda, in tal senso, Cass. Civ. n. 10580 del 19 luglio 2002). Nutrito è il contenzioso in punto d'applicabilità dell'art. 1227 cc secondo comma; si è, così, escluso che il creditore sia, al riguardo, tenuto ad esborsi economici eccessivi, a sopportare rischi, ad interventi incidenti sulla salute, nonchè ad intraprendere azioni giudiziali (al riguardo una tematica di particolare interesse si rinviene nell'abito del risarcimento del danno da provvedimento illegittimo con riferimento al danno che avrebbe potuto evitarsi coltivando utilmente l'azione annullatoria).

Ai sensi dell'art. 1228 c.c. il debitore inadempiente risponde dei danni che siano stati prodotti dagli ausiliari di cui si sia avvalso nell'adempimento dell'obbligazione; al riguardo deve escludersi, per un verso, che il debitore debba rispondere in ordine agli atti posti in essere da terzi in via autonoma (si pensi al caso di cui all'art. 1180 cc) o da terzi che siano in una posizione equidistante rispetto alle parti contrattuali (si pensi alla figura del mediatore). Per altro verso, inell'ambito della disciplina della responsabilità contrattuale, il debitore deve rispondere delle condotte poste in essere con colpa o dolo da qualsivoglia terzo di cui si sia servito nell'adempimento della prestazione; al contrario, nell'ambito della responsabilità aquiliana, si richiede il vincolo giuridico della subordinazione. Deve, peraltro, soggiungersi che, con riferimento ai terzi, l'orientamento dominante esclude la validità di clausole che esonerino il debitore ex art. 1229 cc dalla responsabilià per attività compiuta dai terzi dei quali si sia avvalso nell'adempimento dell'obbligazione, salvo per l'ipotesi della colpa lieve.

Per quanto riguarda, invece, la liquidazione del danno, l'art. 1226 c.c. stabilisce che la stessa possa essere effettuata in via equitativa dal giudice; tale facoltà è prevista sia laddove la quantificazione esatta del danno sia impossibile, sia laddove detta quantificazione risulti particolarmente complessa sotto il profilo della prova.

Ai fini della quantificazione del danno mette conto rilevare come debba essere tenuto presente acnhe il criterio della compensazione del lucro con il danno ove il fatto inadempitivo sia causa di un vantaggio economico per il creditore della prestazione; la giurisprudenza ha, al riguardo, chiarito che i presupposti per l'operatività dell'istituto sono che l'inadempimento sia vera e propria causa dell'arricchimento e non già una mera occasione dello stesso (ad esempio, la morte è occasione e non causa della percezione della pensione di reversibilità). Nell'ambito del diritto del lavoro, la compensazione del lucro con il danno è comunemente ammessa con riferimento all'aliud perceptum da parte del lavoratore.

In dottrina si è discusso sulla possibilità di riconoscere, in via generalizzata, il risarcimento dei danni morali come conseguenza dell'inadempimento dell'obbligazione. In tal senso si è osservato che, nella disciplina del risarcimento del danno di cui agli artt. 1223 c.c. e ss., non figura una norma come quella contenuta nell'art. 2059 c.c. che limita, nell'ambito della responsabilità extracontrattuale, il risarcimento dei danni non patrimoniali ai casi previsti dalla legge. Inoltre, si è osservato come sia la struttura stessa dell'obbligazione che indurrebbe a riconoscere la risarcibilità del danno non patrimoniale in quanto, ai sensi dell'art. 1174 c.c., solo la prestazione deve avere contenuto patrimoniale mentre l'interesse del creditore può anche essere di carattere non patrimoniale. Peraltro il riferimento all'art. 2059 cc è stato utilizzato anche in senso diametralmente opposto per escludere il risarcimento del danno non patrimoniale da inadempimento contrattuale posta l'assenza di una norma come quella presente nell'ambito della disciplina dell'illecito aquiliano. La questione ha, peraltro, di recente trovato un'organica sistemazione ad opera delle Sezioni Unite della Suprema Corte che hanno riconosciuto la risarcibilità del danno non patrimoniale anche in caso di inadempimento ove questo abbia determinato la lesione di beni ed interessi costituzionalmente rilevanti. Vi sono, peraltro, casi in cui il risarcimento del danno non patrimoniale con speciico riguardo a determinate vicende contrattuali è positivamente previsto (si pensi alle disposizioni del codice del consumo relative al danno da c.d. vacanza rovinata).

La disciplina del risarcimento del danno derivante dall'inadempimento di obbligazioni preesistenti (c.d. responsabilità contrattuale) viene di norma posta in contrapposizione con la disciplina del risarcimento del danno da illecito (c.d. responsabilità extracontrattuale). Tra le differenze di maggior rilievo: i differenti termini prescrizionali, quinquennale per il risarcimento danni da illecito, decennale per il risarcimento danni da inadempimento; l'onere della prova, a carico del danneggiato nel risarcimento danni da illecito, a carico del debitore per il risarcimento danni da inadempimento; i danni imprevedibili, a carico dell'autore dell'illecito nel campo della responsabilità extracontrattuale, non risarcibili nel campo della responsabilità contrattuale.

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