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Cass. Civ. Sez. Un. n. 21094/2004 su anatocismo bancario
Cassazione Civile  Sez. Un. del 04 novembre 2004  n. 21094
L'iscrizione da parte del Procuratore della Repubblica di una notizia di reato e del nome della persona alla quale il reato stesso è attribuito, effettuata ex art. 335, comma 1, c.p.p., nell'apposito registro, costituisce un atto delle indagini preliminari del processo penale, previsto allo scopo di permettere il controllo del rispetto da parte del p.m. dei termini stabiliti per la durata delle indagini preliminari (art. 405, comma 2, e 407 c.p.p.), la cui inosservanza è sanzionata con l'inutilizzabilità degli atti di indagini eventualmente compiuti dopo la scadenza di detti termini; pertanto, la succitata iscrizione costituisce un atto processuale - inteso detto termine come comprensivo della fase delle indagini preliminari - in quanto rientrano in questa categoria non solo gli atti probatori, ma anche quelli che danno impulso al processo o comunque fanno parte della sequenza procedimentale prevista dalla legge in funzione delle finalità del processo e, conseguentemente, esso non è riconducibile nè alla categoria degli atti oggettivamente amministrativi, nè agli atti di amministrazione della giustizia, concernenti l'ordinamento degli uffici ed il loro funzionamento e che rientrano nella cd. amministrazione della giurisdizione. (In virtù di siffatto principio, le Sezioni unite hanno rigettato il ricorso proposto avverso la sentenza del Consiglio di Stato, di conferma della sentenza del Tar per il Lazio, che aveva dichiarato inammissibile per difetto di giurisdizione il ricorso avente ad oggetto l'impugnazione dell'iscrizione del nome del ricorrente nel registro delle notizie di reato, nonché del silenzio - rifiuto tenuto da un Procuratore della Repubblica sull'istanza diretta ad ottenerne la cancellazione).



Corte Costituzionale del 17 ottobre 2000 n. 425
È costituzionalmente illegittimo, per contrasto con gli art. 3, 24, 76, 77, 101, 102, 104 cost., l'art. 25 comma 3 d.lg. 4 agosto 1999 n. 342 (Modifiche al d.lg. 1 settembre 1993 n. 385, recante il testo unico delle leggi in materia bancaria e creditizia), in vigore dal 19 ottobre 1999, nella parte in cui stabilisce che le clausole riguardanti la produzione di interessi sugli interessi maturati, contenute nei contratti stipulati anteriormente alla data di entrata in vigore della delibera del comitato interministeriale per il credito e il risparmio (CICR) relativa alle modalità e criteri per la produzione di interessi sugli interessi maturati nelle operazioni poste in essere nell'esercizio dell'attività bancaria (delibera poi emessa il 9 febbraio 2000 ed entrata in vigore il 22 aprile 2000), siano valide ed efficaci fino a tale data e che, dopo di essa, debbono essere adeguate - a pena di inefficacia da farsi valere solo dal cliente - al disposto della menzionata delibera, con le modalità ed i tempi ivi previsti.


Cassazione Civile  Sez. I del 16 marzo 1999 n. 2374
La previsione contenuta nei contratti di conto corrente bancario, concernente la capitalizzazione trimestrale degli interessi dovuti dal cliente, in quanto basata su un mero uso negoziale e non su una vera e propria norma consuetudinaria, è nulla, in quanto anteriore alla scadenza degli interessi.


Cassazione Civile  Sez. III del 20 giugno 1992 n. 7571
Quando il contratto di conto corrente bancario prevede, sulle esposizioni debitorie del cliente, la corresponsione di interessi ultralegali in misura variabile riferita ai tassi usualmente praticati dalla banca, l'obbligo dei maggiori interessi contrattualmente pattuiti continua anche per il periodo successivo al recesso della banca perché l'art. 1224 comma 1, seconda parte, c.c., nel disporre che se prima della mora sono dovuti interessi in misura superiore a quella legale, gli interessi moratori vanno corrisposti anche successivamente nella stessa misura, si riferisce alla disciplina contrattuale dell'obbligazione, che, così, si perpetua anche dopo la scadenza, e non al tasso di interesse ultralegale dovuto all'atto della scadenza dell'obbligazione
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Cassazione Civile  Sez. Un. del  4 novembre 2004  n. 21094

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE
SEZIONI UNITE CIVILI

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:                           
Dott. Vincenzo        CARBONE       - Presidente aggiunto -         
Dott. Enrico          PAPA          - Consigliere -                 
Dott. Alfredo         MENSITIERI    - Consigliere -                 
Dott. Ernesto         LUPO          - Consigliere -                 
Dott. Roberto         PREDEN        - Consigliere -                 
Dott. Mario Rosario   MORELLI       - Consigliere -                 
Dott. Giulio          GRAZIADEI     - Consigliere -                 
Dott. Stefanomaria    EVANGELISTA   - Consigliere -                 
Dott. Pasquale        PICONE        - Consigliere -                 
ha pronunciato la seguente

ORDINANZA

sul ricorso proposto da:
G.B., elettivamente domiciliato in  ROMA  VIA  PARMA  22,  presso  lo studio dell'avvocato ANDREA DI PORTO, che lo  rappresenta  e  difende unitamente all'avvocato ALFREDO GAITO, giusta delega  a  margine  del ricorso;

ricorrente –

contro

MINISTERO DELLA GIUSTIZIA, PROCURATORE  DELLA  REPUBBLICA  PRESSO  IL TRIBUNALE BRINDISI;

intimati –

avverso la decisione n. 5176/01 del Consiglio di Stato, depositata il 01/10/01; 
udita la relazione della causa  svolta  nella  pubblica  udienza  del 07/10/04 dal Consigliere Dott. Ernesto LUPO;
udito l'Avvocato Alfredo GAITO;
udito il P.M. in persona del  Sostituto  Procuratore  Generale  Dott. Raffaele PALMIERI che ha concluso per il rigetto del ricorso.

Svolgimento del processo.

Con atto notificato il 22 settembre 1997 G.B. ha impugnato davanti al TAR del Lazio il provvedimento con cui il Procuratore della Repubblica presso il Tribunale di Brindisi, in data 6 giugno 1995, ha iscritto il suo nome nel registro delle notizie di reato (n. 4837/1995) ed ha chiesto, altresì, che sia accettata l'illegittimità del silenzio - rifiuto tenuto dal suddetto Procuratore della Repubblica sull'istanza di alla cancellazione del proprio nome dal registro stesso.
Costituitosi il Ministero della giustizia, il TAR adito, con la sentenza pubblicata l'11 aprile 2000, ha dichiarato inammissibile il ricorso per difetto di giurisdizione, perché proposto contro atti che non provengono da un organo amministrativo, né costituiscono estrinsecazione di una funzione amministrativa.
Il G.B. ha proposto appello. Costituitisi gli appellati attraverso l'Avvocatura generale dello Stato, il Consiglio di Stato, con la decisione depositata il 1° ottobre 2001, ha confermato la pronunzia di primo grado, affermando, che la giurisdizione amministrativa è ammessa soltanto contro gli "atti amministrativi veri e propri, ossia provenienti dalla pubblica amministrazione ed emanati nell'esercizio di una potestà amininistrativa".
Avverso la decisione del Consiglio di Stato G.B. ha proposto ricorso per cassazione ed ha poi depositato memoria. Nessuno degli intimati ha svolto attività difensiva davanti a questa Corte.

Motivi della decisione.

Il ricorrente sostiene che è stata illegittimamente negata la giurisdizione del giudice amministrativo, la quale sussiste sulla base dell'art. 26, comma 1, r.d. n. 1054/1924 e dell'art. 3, comma 1, l. n. 1034/1971, anche in relazione all'art. 113 della Costituzione. Il ricorrente, richiamata l'elaborazione della categoria degli atti oggettivamente amministrativi ed affermata l'impugnabilità davanti al giudice amministrativo degli atti giudiziari dal contenuto oggettivamente amministrativo, ritiene che a tale categoria appartenga "l'atto con cui il pubblico ministero ordina alla propria segreteria di estrarre copia degli atti di un procedimento e inserirli in un autonomo fascicolo provvedendo ad una nuova iscrizione di notizia di reato" poiché tale atto ha "natura ordinatoria", non rientrando tra quelli "finalizzati alla ricerca della prova e, quindi, all'esercizio dell'azione penale e alla successiva attività giurisdizionale del giudice".
Il ricorso è infondato.
Va premesso che gli atti impugnati davanti al TAR vanno individuati nella iscrizione del G.B. nel registro delle notizie di reato (proc. n. 4837/95) e nel silenzio del Procuratore della Repubblica sulla istanza dello stesso G.B. a disporre la cancellazione di detta iscrizione in quanto illegittima. L'ordine del pubblico ministero alla propria segreteria di estrarre copia degli atti di altro procedimento penale per formare il fascicolo n. 4837/95 è strumentale alla disposta nuova iscrizione del G.B. e quindi non ha la rilevanza di un atto autonomo, consistendo invece nell'attività meramente esecutiva dell'ordine di iscrizione emesso dal pubblico ministero.
Il problema che il ricorso pone è se possa impugnarsi davanti al giudice amministrativo l'atto del pubblico ministero di iscrizione di una notizia di reato nel relativo registro, atto previsto dal codice di procedura penale, il cui art. 335 dispone, nel comma 1, che "il pubblico ministero iscrive immediatamente, nell'apposito registro custodito presso l'ufficio, ogni notizia di reato che gli perviene o che ha acquisito di propria iniziativa nonché, contestualmente o dal momento in cui risulta, il nome della persona alla quale il reato stesso è attribuito".
Al quesito va data risposta negativa per la considerazione che detta iscrizione concretizza un atto delle indagini preliminari del processo penale (il citato art. 335 è inserito nel libro V del c.p.p., in cui si disciplinano dette indagini). Essa, invero, ha la finalità di consentire il controllo sul rispetto, da parte del pubblico ministero, dei termini previsti per la durata delle indagini preliminari (artt. 405, comma 2, e 407 c.p.p.), la cui inosservanza è sanzionata con l'inutilizzabilità degli atti di indagine eventualmente compiuti dopo la scadenza del termine (citato art. 407, comma 3). La funzione assolta dalla iscrizione nel registro delle notizie di reato è, quindi, di natura processuale, inteso tale termine come comprensivo della fase delle indagini preliminari del processo penale. Consegue che tale atto, facendo parte del procedimento penale, non può avere natura amministrativa, essendovi incompatibilità tra atti processuali ed atti amministrativi, e cioè tra l'esplicazione di una finzione giudiziaria e quella di una funzione amministrativa.
L'opposta tesi sostenuta dal ricorrente si fonda sulla opinione - che non può essere condivisa - che siano processuali soltanto gli atti finalizzati alla ricerca della prova, e cioè soltanto gli atti probatori. Ma nella categoria degli atti processuali vanno compresi anche gli atti che danno impulso al processo o che comunque rientrano nella sequenza procedimentale prevista dalla legge in funzione delle finalità del processo. E non può dubitarsi che l'iscrizione nel registro delle notizie di reato si collochi nell'ambito delle indagini preliminari e sia funzionale al controllo sulla regolare tempestività delle stesse.
E' non pertinente, pertanto, il richiamo che il ricorrente fa alla categoria degli atti oggettivamente amministrativi, non potendo tale natura essere ravvisata in un atto processuale. Né possono parificarsi agli atti processuali gli atti di amministrazione della giustizia "per quanto attiene all'ordinamento degli uffici ed al loro funzionamento sotto l'aspetto amministrativo" (così il ricorrente), atti che non rientrano nel processo e che invece fanno parte della c.d. amministrazione della giurisdizione, onde non possono essere parificati agli atti del procedimento penale (inteso come comprensivo sia delle indagini preliminari sia dell'attività processuale in senso stretto).
Né vale lamentare - come ha fatto il ricorrente, con particolare insistenza nella discussione orale - che siffatta conclusione lasci senza protezione giurisdizionale la persona iscritta nel detto registro, perché, in linea di principio, ogni forma di tutela nei confronti degli atti processuali è data nell'ambito del processo stesso, ed ogni aspetto per cui la prevista tutela possa ritenersi insoddisfacente potrà dare adito a questioni di costituzionalità della normativa processuale, ma non all'inserimento di una giurisdizione diversa da quella che è preposta al processo. Di tale principio generale è possibile trovare specifica conferma proprio nella disciplina del processo amministrativo, in cui l'art. 4 della legge 6 dicembre 1971 n. 1034 prevede che, anche nelle materie devolute alla giurisdizione dei tribunali amministrativi regionali, questa giurisdizione sussiste soltanto se l'ordinamento non attribuisce la tutela "all'autorità giudiziaria ordinaria, o ad altri organi di giurisdizione". Per le attività che rientrano nel processo penale (inteso come comprensivo delle indagini preliminari), la tutela appartiene agli organi della giurisdizione penale, con la conseguente esclusione della giurisdizione amministrativa.
Ne deriva che la questione di legittimità costituzionale, che il ricorrente solleva formalmente nella memoria (lamentando che l'affermato vuoto di tutela giurisdizionale, rispetto alla iscrizione nel registro delle notizie di reato, si ponga in contrasto con gli artt. 113, comma 2, e 24, comma 1, Cost.) può essere prospettata ed essere eventualmente rilevante nell'ambito del processo penale e sotto l'aspetto dell'applicazione della normativa del codice di rito penale.
Le considerazioni espresse in relazione all'atto di iscrizione nel registro delle notizie di reato sono, poi, applicabili anche alla istanza di cancellazione della disposta iscrizione, istanza che concerne pur sempre un atto processuale, onde non ha per oggetto l'emanazione di un atto amministrativo, sia pure considerato nel solo suo profilo oggettivo.
In conclusione, va confermata la decisione impugnata di difetto della giurisdizione amministrativa sulla impugnativa sia dell'iscrizione del ricorrente nel registro delle notizie di reato, sia del silenzio del Procuratore della Repubblica sull'istanza dello stesso ricorrente di cancellazione della iscrizione medesima. Il ricorso per cassazione va, pertanto, rigettato.
Poiché nessun intimato si è costituito, manca il presupposto per la pronunzia sulle spese del giudizio di cassazione.

P.Q.M.

La Corte rigetta il ricorso. Nulla per le spese del giudizio di cassazione.
Così deciso a Roma il 7 ottobre 2004.

DEPOSITATA IN CANCELLERIA IN DATA 4 NOV. 2004.




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