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Art 10 della l n 604 del 1966 patto di prova e ambito di applicazione
Articolo 10 della legge n 604 del 1966, il patto di prova e l'ambito di applicazione della disciplina sui licenziamenti in particolare con riferimento ai dirigenti, la giurisprudenza di legittimità più recente e rilevante

Legge n 604 1966
Art. 10.
 
Le norme della presente legge si applicano nei confronti dei prestatori di lavoro che rivestano la qualifica di impiegato e di operaio, ai sensi dell'articolo 2095 del Codice civile e, per quelli assunti in prova, si applicano dal momento in cui l'assunzione diviene definitiva e, in ogni caso, quando sono decorsi sei mesi dall'inizio del rapporto di lavoro (1).
 

Cassazione civile sez. lav.  27/06/2013 16224

In tema di pubblico impiego privatizzato, il recesso dell'amministrazione dal rapporto di lavoro per l'esito negativo del periodo di prova ha natura discrezionale e dispensa dall'onere di provarne la giustificazione.

In tema di lavoro in prova, il principio secondo il quale il recesso del datore di lavoro per esito negativo della prova ha natura discrezionale e dispensa dall'onere di provarne la giustificazione (differenziandosi, pertanto, dal recesso assoggettato alla disciplina limitativa dei licenziamenti) si applica anche al recesso della P.A. nel rapporto di lavoro privatizzato, cui non si estende l'obbligo di motivazione dei provvedimenti amministrativi previsto dall'art. 3 della legge 7 agosto 1990, n. 241, trattandosi di atto gestionale del rapporto di lavoro adottato con le capacità e i poteri del privato datore di lavoro.

Cassazione civile sez. lav. 23/11/2012 20763

La disciplina limitativa del potere di licenziamento di cui alle leggi n. 604 del 1966 e n. 300 del 1970 non è applicabile, ai sensi dell'art. 10 della legge n. 604 del 1966, neppure ai dirigenti convenzionali, sia che si tratti di dirigenti apicali, che di dirigenti medi o minori, ad eccezione, tuttavia, degli pseudo - dirigenti, vale a dire di coloro che dirigenti non sono, non essendo le mansioni da essi espletate riconducibili in alcun modo alla nozione ordinamentale o contrattuale del dirigente.

Cassazione civile sez. lav. 13/12/2010 n 25145

La disciplina limitativa del potere di licenziamento di cui alle l. 15 n. 604 del 1966 e n. 300 del 1970 non è applicabile, ai sensi dell'art. 10 l. n. 604 del 1966, ai dirigenti convenzionali, quelli cioè da ritenere tali alla stregua delle declaratorie del contratto collettivo applicabile, sia che si tratti di dirigenti apicali, che di dirigenti medi o minori, ad eccezione degli pseudo-dirigenti, vale a dire di coloro i cui compiti non sono in alcun modo riconducibili alla declaratoria contrattuale del dirigente. Ne consegue che, ai fini dell'eventuale riconoscimento dell'indennità supplementare prevista per la categoria dei dirigenti, occorre fare riferimento alla nozione contrattuale di giustificatezza che si discosta, sia nel piano soggettivo che su quello oggettivo, da quello di giustificato motivo ex art. 3, l. n. 604 del 1966, e di giusta causa ex art. 2119 c.c., trovando la sua ragione d'essere, da un lato, nel rapporto fiduciario che lega il dirigente al datore di lavoro in ragione delle mansioni affidate - suscettibile di essere leso anche da mera inadeguatezza rispetto ad aspettative riconoscibili "ex ante" o da importante deviazione dalla linea segnata dalle direttive generali del datore di lavoro, ovvero da comportamento extralavorativo incidente sull'immagine aziendale a causa della posizione rivestita - e, dall'altro, nello stesso sviluppo delle strategie di impresa che rendano nel tempo non pienamente adeguata la concreta posizione assegnata al dirigente nella articolazione della struttura direttiva dell'azienda.

Cassazione civile sez. lav. 17/11/2010 23224

A norma degli artt. 2096 c.c. e 10 della legge n. 604/1966, il rapporto di lavoro subordinato costituito con patto di prova è sottratto, per il periodo massimo di sei mesi, alla disciplina dei licenziamenti individuali ed è caratterizzato dal potere di recesso del datore di lavoro, la cui discrezionalità si esplica senza obbligo di fornire al lavoratore alcuna motivazione, neppure in caso di contestazione, sulla valutazione delle capacità e del comportamento professionale del lavoratore stesso. Detta discrezionalità, peraltro, non è assoluta e deve essere coerente con la causa del patto di prova, sicché il lavoratore che non dimostri il positivo superamento dell’esperimento nonché l’imputabilità del recesso del datore a un motivo estraneo a tale causa, e quindi illecito, non può eccepire né dedurre la nullità del licenziamento in sede giurisdizionale.

Cassazione civile sez. lav. 27/10/2010 21965

Se è vero che il licenziamento del lavoratore in prova rientra nell'area della recedibilità acausale, tuttavia non per questo può ammettersi che il datore possa esercitare del tutto arbitrariamente questo suo diritto. Il lavoratore, infatti, potrà sempre dimostrare che l'atto di recesso sia stato determinato da motivi illeciti, tra i quali anche lo svolgimento della prova con l'assegnazione di mansioni incompatibili con lo stato di invalidità, e che esso sia stato adottato nonostante il positivo superamento del periodo di prova, portando così all'elusione della disciplina sul collocamento dei disabili e ponendo in essere un licenziamento in frode alla legge. Il lavoratore, però, non avrà diritto al reintegro, non trovando applicazione la tutela di cui all'art. 18 dello Statuti dei Lavoratori.

Cassazione civile sez. lav. 14/10/2009 21784

Il licenziamento intimato nel corso o al termine del periodo di prova, avendo natura discrezionale, non deve essere motivato, neppure in caso di contestazione in ordine alla valutazione della capacità e del comportamento professionale del lavoratore stesso; incombe, pertanto, sul lavoratore licenziato, che deduca in sede giurisdizionale la nullità di tale recesso, l'onere di provare, secondo la regola generale di cui all'art. 2697 c.c., sia il positivo superamento del periodo di prova, sia che il recesso è stato determinato da motivo illecito e quindi, estraneo alla funzione del patto di prova. (Fattispecie relativa a patto di prova stipulato con lavoratore invalido assunto in base alla l. 2 aprile 1968 n. 482).

Cassazione civile sez. lav. 13/08/2008 21586
 
Nel pubblico impiego privatizzato, l'obbligo di motivare il recesso nel periodo di prova previsto dal contratto collettivo di comparto, consente di verificare in sede giudiziale la coerenza delle ragioni addotte dall'amministrazione rispetto, da un lato, alla finalità della prova e, dall'altro, al suo andamento effettivo, senza che resti escluso il potere di valutazione discrezionale del datore di lavoro, non potendo omologarsi la giustificazione del recesso per mancato superamento della prova alla giustificazione del licenziamento per giusta causa o giustificato motivo, e dovendosi escludere che l'obbligo di motivazione sia idoneo spostare l'onere della prova sul datore di lavoro.

Cassazione civile sez. lav. 13/08/2008 21586

Nel pubblico impiego privatizzato il recesso del datore di lavoro nel corso del periodo di prova ha natura discrezionale e dispensa dall'onere di provarne la giustificazione, differenziandosi dal recesso assoggettato al regime della l. n. 604 del 1996 e fermo restando che l'esercizio del potere di recesso deve essere coerente con la causa del patto di prova, che consiste nel consentire alle parti del rapporto di lavoro di verificarne la reciproca convenienza. Ne consegue che non sono configurabili un esito negativo della prova ed un valido recesso qualora le modalità dell'esperimento non risultino adeguate ad accertare la capacità lavorativa del dipendente in prova, ovvero emergano finalità discriminatorie o altrimenti illecite, ma incombe, in tal caso, sul lavoratore l'onere di dimostrare la contraddizione tra il recesso e la sua funzione.

In tema di obbligo di motivare il recesso in periodo di prova, con riferimento al lavoro pubblico, è verificabile in giudizio la congruità delle ragioni rispetto, da un lato, alla finalità per legge della prova e, dall'altro, all'effettivo andamento della prova stessa, senza che resti escluso il potere di valutazione discrezionale dell'Amministrazione datrice di lavoro, non potendo omologarsi la giustificazione del recesso per mancato superamento della prova alla giustificazione del licenziamento per giusta causa o giustificato motivo, e dovendosi escludere che l'obbligo di motivazione possa spostare l'onere delle prova sul datore di lavoro.

Cassazione civile sez. lav. 05/12/2007 25301

Il recesso del datore durante il periodo di prova è da ritenersi illegittimo se il dipendente è stato adibito a mansioni radicalmente diverse da quelle pattuite: in questa circostanza il rapporto deve considerarsi a tempo indeterminato con tutte le conseguenze del caso (il recesso deve essere sorretto da giusta causa, mancando quest’ultima, scatta la reintegra nel posto di lavoro e il pagamento a titolo risarcitorio delle retribuzioni maturate); diversamente, nel caso di assegnazione a mansioni che semplicemente non coincidono con quelle per cui il dipendente è stato assunto, il lavoratore avrà diritto alla prosecuzione della prova (se è possibile) oppure al risarcimento del danno.

Cassazione civile sez. lav. 21/11/2007 24246

L'illegittimità del licenziamento di un dirigente, anche convenzionale, comporta il diritto del lavoratore soltanto alla tutela obbligatoria, a meno che la tutela reale non sia stata prevista, appositamente, in sede di contratto collettivo o individuale, con l'obbligo della reintegrazione in caso di licenziamento illegittimo.

Cassazione civile sez. lav. 05/11/2007 23061

Il licenziamento intimato nel corso o al termine del periodo di prova, avendo natura discrezionale, non deve essere motivato, salvo che la motivazione sia imposta, a tutela del lavoratore, dalla contrattazione collettiva; in tale ultimo caso, la motivazione ha la funzione di dimostrare sinteticamente che il recesso è stato determinato effettivamente da ragioni specifiche inerenti all'esito dell'esperimento in prova (che costituisce la causa del patto) e che non è dovuto a ragioni illecite, o comunque estranee al rapporto, ed in particolare a forme di discriminazione e, inoltre, ove il prestatore non assunto in via definitiva contesti quella motivazione, il datore deve integrarla opportunamente fornendo le indicazioni specifiche e complete delle ragioni della decisione assunta. (Nella specie, il lavoratore aveva impugnato giudizialmente il licenziamento intimatogli, adducendo la genericità della motivazione, ed il datore di lavoro aveva indicato le ragioni specifiche del recesso nel giudizio stesso; la S.C., enunciando il principio su riportato, ha confermato la sentenza di merito che, ritenendo comunque assolto l'obbligo di motivazione previsto dalla contrattazione collettiva, aveva affermato la legittimità del recesso).





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