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Cass. Civ. Sez. I n. 16017/2008 su art. 1419 c.c.

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE
SEZIONE PRIMA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:                           
Dott. LOSAVIO    Giovanni                         -  Presidente   - 
Dott. PLENTEDA   Donato                      -  rel. Consigliere  - 
Dott. NAPPI      Aniello                          -  Consigliere  - 
Dott. GIULIANI   Paolo                            -  Consigliere  - 
Dott. PANZANI    Luciano                          -  Consigliere  - 
ha pronunciato la seguente:

sentenza

sul ricorso proposto da:
CONFAPI  -  CONFEDERAZIONE ITALIANA DELLA PICCOLA E  MEDIA  INDUSTRIA  PRIVATA,  in  persona  del Presidente e legale  rappresentante  Dott. B.D.,  elettivamente domiciliata  in  Roma,  via  Antonio Granisci  14,  presso  l'avv. prof. Saffioti Maria  Tiziana,  che  la rappresenta e difende giusta delega in atti;

ricorrente –

contro

A.P.I.  BOLOGNA - ASSOCIAZIONE DELLE PICCOLE E MEDIE INDUSTRIE  DELLA  PROVINCIA   DI   BOLOGNA,  in  persona  del   Presidente   e   legale rappresentante  Dott. M.P., elettivamente domiciliata  in Roma, via Vittorio Veneto 7, presso l'avv. prof. Tartaglia Paolo, che la  rappresenta e difende con l'avv. Federico Dalla Verità del  foro di Bologna, giusta delega in atti;

controricorrente –

avverso la sentenza della Corte d'appello di Bologna n. 1006/2004 del  23.12.2003.
Udita  la  relazione  della causa svolta nella pubblica  udienza  del  9/4/2 008 dal Relatore Cons. Dr. Luciano Panzani; 
Udito  l'avv.  Giampiero  Dinacci,  sostituto  processuale  dell'avv.  Saffioti,  per la ricorrente, che ha concluso per l'accoglimento  del  ricorso;
Udito l'avv. Anita Banisi, sostituto processuale dell'avv. Tartaglia,  per la controricorrente, che ha concluso per il rigetto del ricorso;
Udito  il  P.M., in persona del Sostituto Procuratore Generale  Dott.  CARESTIA Antonietta, che ha concluso per il rigetto del ricorso.

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

L'Associazione piccole e medie industrie della Provincia di Bologna (API Bologna) conveniva in giudizio la Confederazione italiana della piccola e media industria privata (CONFAPI) impugnando avanti al Tribunale di Bologna la Del. in data 17 luglio 1998 dell'assemblea straordinaria di Confapi con cui era stato approvato il nuovo testo dello Statuto e del Regolamento.
Il Tribunale di Bologna annullava la delibera limitatamente alla parte in cui, approvando le clausole del nuovo Statuto Confapi, aveva attribuito al Consiglio federale della Confederazione il potere di scioglimento delle Organizzazioni facenti parte del sistema Confapi (art. 11, comma 5, lett. h, e art. 13, comma 11, lett. f) nonchè conferito ad un collegio di probiviri, nominato dal Consiglio federale, il potere arbitrale di definire le controversie (art. 16 dello Statuto), il tutto con condanna di Confapi alla rifusione delle spese del grado.
La Corte d'appello di Bologna accoglieva in parte l'appello principale di API Bologna e rigettava l'appello incidentale di Confapi, che aveva impugnato la sentenza di primo grado soltanto in ordine alla condanna alle spese, chiedendo per il resto la conferma della sentenza impugnata e, in subordine, la declaratoria di sopravvenuta cessazione della materia del contendere ex art. 2377 c.c., comma 4, a seguito delle modifiche apportate alla delibera impugnata. La Corte premetteva che il Tribunale aveva dato atto che lo Statuto Confapi prevedeva l'esistenza di Federazioni regionali di primo grado (con adesione diretta) ovvero di secondo grado (con adesione delle API provinciali) nonchè di Unioni nazionali di categoria (su base, quindi, corporativa e non territoriale).
Osservava poi, accogliendo il motivo di gravame, che lo Statuto era illegittimo nelle parti in cui non prevedeva rapporti diretti tra le API provinciali e Confapi, ma soltanto per il tramite delle Federazioni regionali (art. 4, comma 1, St.). La clausola era illegittima perchè API Bologna non aderiva alla Federazione regionale Unionapi Emilia-Romagna, che a sua volta non aderiva a Confapi. Era quindi necessaria una riscrittura della norma fondata sull'adesione diretta di Api Bologna a Confapi. Osservava poi, per quanto concerneva la disciplina del recesso, che il Tribunale aveva dato atto dell'omessa previsione da parte dello Statuto del diritto di recesso delle API provinciali, ritenendo peraltro che potesse trovare applicazione analogica l'art. 24 c.c., comma 2" con facoltà per le API di uscire comunque dal sistema confederale attraverso l'esercizio del diritto di recesso dalla Federazione territoriale di appartenenza". Tale conclusione non era condivisibile, secondo la Corte territoriale, ancorchè Confapi con deliberazione 16.3.2001 avesse modificato lo Statuto all'art. 22, ult. comma, prevedendo espressamente il recesso delle API dalla Federazione regionale e, in modo automatico, da Confapi. Tale disciplina non risolveva peraltro il problema del diritto di recesso diretto delle API da Confapi. La ritenuta illegittimità della mancata previsione di rapporti diretti tra API e Confapi comportava anche l'illegittimità della disciplina del recesso, che non prevedeva la facoltà delle API di recedere direttamente da Confapi.
In ordine al trasferimento operato dallo Statuto di una serie di competenze dall'assemblea al Consiglio Federale la Corte d'appello dava atto che il Tribunale aveva ritenuta legittima l'istituzione di quest'organo, affiancato all'assemblea generale. Tale disciplina ad avviso dei giudici d'appello era invece illegittima perchè comportava la sterilizzazione del principio di partecipazione dei soci, anche per il controllo delle decisioni. Il Tribunale non aveva tenuto conto che il Consiglio federale non era eletto dall'assemblea e che, pertanto, non era assicurata una rappresentanza di secondo grado. L'art. 11, comma 1, St. prevedeva una composizione fissa con partecipazione riservata ai presidenti delle Federazioni regionali, organismi questi ultimi contestati nella loro stessa esistenza da API Bologna.
All'assemblea erano rimaste funzioni residuali di "indirizzo generale", con la conseguenza che l'art. 11, comma 1, St. violava i principi di partecipazione e rappresentanza diretta ed impediva agli associati di esercitare il controllo, per mezzo dell'impugnazione in sede giurisdizionale, delle delibere, ammessa soltanto per quanto riguardava l'assemblea e non il Consiglio federale. A tutto concedere le deliberazioni di tale organo potevano essere impugnate ex art. 23 c.c., dalle Federazioni regionali, ma non dalle API provinciali. La Corte d'appello respingeva i motivi di gravame con cui API Bologna riproponeva la questione dell'illegittimità degli artt. 11 e ss.
Regolamento che prevedevano il commissariamento degli organi direttivi delle associazioni locali e dell'art. 25 dello Statuto, che disciplinava lo scioglimento dell'associazione. Respingeva infine il motivo con cui API Bologna si doleva che il Tribunale, nel ritenere illegittime alcune clausole dello Statuto, avesse ritenuto che si trattava di nullità parziale, che non si estendeva allo Statuto nella sua interezza.
Avverso la sentenza ricorre per cassazione Confapi articolando quattro motivi di ricorso, illustrati da memoria. Resiste con controricorso API Bologna.

MOTIVI DELLA DECISIONE

1. Con il primo motivo la ricorrente Confapi deduce violazione degli artt. 112, 113 c.p.c., art. 2907 c.c. artt. 104, 111 Cost. e degli artt. 36 e ss. Cost., artt. 1321, 1322 c.c..
Lamenta che la Corte d'appello, che era stata investita con l'appello principale di API Bologna di una domanda diretta alla pronuncia di nullità dell'intero Statuto e di due subordinate aventi ad oggetto le clausole di cui all'art. 15 del Regolamento e art. 25 dello Statuto, e che aveva ritenuto di respingere l'impugnazione relativa alle due subordinate, avesse esorbitato dai suoi poteri. La Corte territoriale avrebbe potuto dichiarare la nullità dell'intero Statuto ovvero disattendere tale domanda. Essa invece aveva ritenuto l'illegittimità di talune clausole statutarie, non in relazione alla loro portata precettiva, ma per le omissioni riscontrate. Con ciò i giudici d'appello avevano violato il principio della corrispondenza tra chiesto e pronunciato, accordando un bene della vita "diverso" da quello richiesto, ed avevano violato i limiti del potere d'interpretazione della domanda. La pronuncia era lesiva del principio di libertà contrattuale di cui all'art. 1321 c.c. e all'art. 36 c.c. perchè aveva disposto d'ufficio le integrazioni che le parti avrebbero dovuto apportare alle clausole ritenute annullabili.
Con il secondo motivo la ricorrente lamenta violazione degli artt. 110, 112, 113, 132 c.p.c. e art. 2377 c.c., comma penultimo, nonchè difetto di motivazione. Nel disattendere la richiesta di Confapi di dichiarare cessata la materia del contendere relativamente alle clausole ritenute illegittime dal Tribunale a seguito delle modifiche apportate allo Statuto con Delib. 16 marzo 2001 del Consiglio Federale, la Corte d'appello non aveva voluto prendere atto che il contrasto tra le parti sulle vecchie clausole non esisteva più perchè esse erano state sostituite da nuove clausole. Il vecchio Statuto era stato oggetto di autoannullamento, sì che non vi era più materia per accertarne l'illegittimità. L'intervenuta modifica statutaria costituiva fatto certo, non contestato dall'appellante, se non nel merito. Ai sensi dell'art. 2377 c.c., penultimo comma, applicabile anche alle associazioni non riconosciute, non poteva essere impugnata una delibera illegittima sostituita con altra conforme alla legge e allo statuto.
Con il terzo motivo la ricorrente lamenta violazione degli artt. 2 e 18 Cost., artt. 20 - 21 - 24 - 36 c.c. in relazione agli artt. 1362 e ss. c.c.; degli artt. 2697 e 2730 c.c., artt. 115 e 116 c.p.c., illogicità e difetto di motivazione. Nel ritenere illegittima la clausola statutaria (art. 4, comma 1) che non prevedeva rapporti diretti tra API Bologna e Confapi, la Corte d'appello aveva ritenuto che API Bologna non aderisse a Unionapi e che quest'ultima non aderisse a Confapi, ma non aveva considerato fatti pacifici. In citazione API Bologna aveva dichiarato di aver aderito ad Unionapi e, anche se l'attrice aveva contestato che Unionapi avesse aderito a Confapi, dallo Statuto impugnato risultava il contrario. L'art. 1 stabiliva, infatti, che le Federazioni regionali, tra cui Unionapi facessero parte di Confapi. Lo stesso risultava anche dall'art. 4 del vecchio Statuto. Di qui il vizio di violazione di legge per errata valutazione del materiale probatorio e il vizio di motivazione per aver fondato le proprie conclusioni su fatti non esistenti.
Analoghe conclusioni dovevano valere per la pronuncia della Corte d'appello in ordine all'illegittimità della clausola relativa al diritto di recesso, per il quale poteva comunque trovare applicazione analogica l'art. 24 c.c..
Sussisteva violazione di legge e violazione dei canoni ermeneutici stabiliti dal codice civile in ordine alla pronuncia della Corte d'appello relativa all'illegittimità della disciplina statutaria relativa al Consiglio federale, per la mancata previsione della partecipazione diretta di API Bologna a tale organo. Il Consiglio federale costituiva un'articolazione dell'organo assembleare, di cui riproduceva la composizione, e garantiva la partecipazione degli associati tramite una rappresentanza di secondo grado, per il tramite delle Federazioni regionali, i cui presidenti sedevano nel consiglio.
Si trattava di materia nella disponibilità delle parti ai sensi dell'art. 36 citato, con i soli limiti previsti dagli artt. 20 e ss..
Con il quarto motivo la ricorrente deduce violazione dell'art. 91 c.p.c. e difetto di motivazione dolendosi che la Corte d'appello abbia respinto l'appello incidentale contro la condanna alle spese nei suoi confronti pronunciata dal Tribunale, nonostante che essa non fosse stata totalmente soccombente, in quanto le domande proposte da API Bologna erano state in parte rigettate.
2. Il primo motivo di ricorso non è fondato. Sostiene l'associazione ricorrente che i giudici d'appello avrebbero violato il principio della corrispondenza tra chiesto e pronunciato, accordando un bene della vita "diverso" da quello richiesto, ed avrebbero violato i limiti del potere d'interpretazione della domanda nel pronunciare la nullità di alcune clausole soltanto dello Statuto a fronte di una domanda diretta all'annullamento dell'intera delibera di approvazione dello Statuto e nel pronunciare non in ragione della portata precettiva delle clausole, ma in funzione delle omissioni riscontrate.
In proposito occorre osservare che con l'atto introduttivo del giudizio e successivamente con l'appello API Bologna aveva chiesto l'annullamento della Del. 17 luglio 1998 nella parte in cui aveva approvato il nuovo testo dello Statuto e del Regolamento. Aveva poi posto a fondamento della domanda il contrasto della disciplina statutaria, e di alcune clausole in particolare, con norme imperative. il Tribunale ha parzialmente accolto la domanda, annullando la deliberazione impugnata nella parte in cui, approvando le clausole del nuovo Statuto, aveva attribuito al Consiglio federale della Confederazione il potere di scioglimento delle Organizzazioni facenti parte del sistema Confapi (artt. 11 e 13 Statuto) e nella parte in cui aveva conferito ad un collegio di probiviri, nominato dal Consiglio federale, il potere arbitrale di definire le controversie (art. 16 Statuto). La Corte d'appello, accogliendo in parte i motivi di gravame di API Bologna, ferma restando la pronuncia del Tribunale, non impugnata dalla ricorrente (se non per la dedotta cessazione della materia del contendere su cui cfr. infra, l'esame del secondo motivo), ha annullato l'impugnata delibera anche nella parte in cui aveva approvato altre clausole dello Statuto, in particolare nella parte in cui aveva stabilito che le API provinciali dovessero aderire alle Federazioni regionali anzichè direttamente alla Confapi, nella parte in cui aveva omesso di prevedere l'esercizio del diritto di recesso dalla Confapi direttamente da parte delle API provinciali, nella parte in cui aveva omesso di prevedere una rappresentanza dell'assemblea generale degli associati nel Consiglio federale Confapi, nonchè un meccanismo di impugnazione delle delibere approvate da tale ultimo organo, in grado di garantire il sindacato delle API provinciali.
A fronte di tali statuizioni della Corte d'appello API Bologna aveva dedotto sin dall'atto introduttivo che vi erano clausole nello Statuto che sembravano considerare le organizzazioni territoriali come parte della struttura della Confapi e clausole che sembravano conservare il rapporto fra organizzazione nazionale e organizzazioni provinciali così come era stato prima dell'approvazione del nuovo Statuto, pur introducendo significative limitazioni all'autonomia delle organizzazioni provinciali. Non era quindi possibile individuare i rapporti tra le organizzazioni provinciali e quella nazionale ed i reciproci diritti ed obblighi.
Ancora l'associazione attrice aveva dedotto l'illegittimità della disciplina del recesso, in quanto il nuovo Statuto non regolava il recesso delle API dalla Confapi, con conseguente violazione dell'art. 18 Cost. e art. 24 c.c., perchè tale mancata previsione riguardava soltanto le API e non le Federazioni regionali. Del pari era stata impugnata la clausola statutaria che indicava le funzioni attribuite al Consiglio federale, organo di nuova istituzione, che secondo l'attrice aveva compresso il ruolo dell'assemblea, sottraendo a quest'ultima i poteri riservatile dagli artt. 20 e 21 c.c., con conseguente sottrazione agli associati del potere di impugnare le delibere assembleari, potere non previsto per quanto riguardava le deliberazioni del Consiglio federale. E' evidente, sol che si comparino i profili d'illegittimità delle diverse clausole statutarie posti a fondamento dell'azione d'impugnazione della delibera di approvazione dello Statuto e del Regolamento con le statuizioni della sentenza impugnata, che la Corte d'appello, lungi dal provvedere oltre i limiti della domanda, ha esattamente pronunciato sulla domanda proposta da API Bologna, della cui cognizione la Corte territoriale era stata investita con rituale gravame. Il giudice d'appello non ha accolto l'intera domanda di annullamento della delibera di approvazione dello Statuto e del Regolamento, ma ha ritenuto tale domanda parzialmente fondata, pronunciando l'annullamento della delibera limitatamente all'approvazione di parte delle clausole dello Statuto che erano state oggetto di specifica contestazione con la domanda proposta, senza quindi pronunciare oltre i limiti di tale domanda, così come delimitata da petitum (annullamento della delibera) soltanto parzialmente accolto, e causa petendi (contrarietà a norme imperative). Questa Corte ha ritenuto che l'effetto estensivo della nullità della singola clausola o del singolo patto all'intero contratto, avendo carattere eccezionale rispetto alla regola della conservazione, non può essere dichiarato d'ufficio dal giudice ed è onere della parte che assume l'anzidetta estensione di allegare tempestivamente, e di provare con ogni mezzo idoneo, l'interdipendenza del resto del contratto dalla clausola o dal patto inficiato da nullità (Cass. 11.8.1980, n. 4921). Non è però vero il contrario, perchè mentre nel primo caso il giudice che pronunci la nullità dell'intero contratto senza esser stato investito di tale domanda viola il principio di corrispondenza tra chiesto e pronunciato, nel secondo caso egli pronuncia pur sempre nei limiti della domanda della parte, accogliendola soltanto parzialmente. Deve poi escludersi, contrariamente all'assunto della ricorrente, che la Corte d'appello abbia pronunciato una sentenza additiva o manipolativa, integrando la clausola contrattuale e indicando alle parti le modifiche che avrebbero dovuto essere introdotte nella disciplina contrattuale per rendere le clausole illegittime conformi a legge. In realtà la Corte d'appello nel pronunciare l'annullamento della delibera assembleare relativamente alle clausole statutarie ritenute illegittime, ha inserito nel dispositivo, oltre alla pronuncia di annullamento, la ragione posta a fondamento di tale statuizione. Ciò peraltro costituisce una mera irregolarità che non incide sulla validità della sentenza, il cui contenuto decisorio va individuato nella pronuncia di annullamento della delibera limitatamente alle clausole indicate. Nè può ritenersi che in questo modo la Corte abbia vincolato Confapi nelle successive decisioni, riservate all'autonomia negoziale degli associati, relative alla sostituzione delle clausole illegittime, posto che, com'è evidente, la ricorrente rimane libera di adottare la deliberazione ritenuta più opportuna, ferma restando la possibilità degli associati di impugnare ai sensi dell'art. 23 c.c., la nuova delibera ove ritenuta in contrasto con norme imperative.
3. Il secondo motivo di ricorso non è fondato. La ricorrente si duole che la Corte d'appello abbia respinto la richiesta di dichiarare cessata la materia del contendere. Nella comparsa di costituzione in appello la ricorrente aveva osservato che Confapi aveva modificato il proprio Statuto il 16.3.2001 con una delibera del Consiglio federale. Con riferimento agli istituti dello scioglimento e del collegio dei probiviri rispetto ai quali il Tribunale aveva accolto le domande attoree, la nuova formulazione dell'art. 11, comma 5, lett. h) e art. 13, comma 3, lett. F), aveva soppresso l'ipotesi dello scioglimento e aveva modificato la disciplina del collegio dei probiviri, indicato come "organo di garanzia statutaria e di giustizia interna" che assume le proprie decisioni in base alla normativa statutaria e all'equità, prevedendo il ricorso all'autorità giudiziaria in fase d'impugnazione. In tal modo Confapi si era adeguata alla pronuncia del Tribunale. Con riguardo invece agli altri istituti sui quali le domande di API Bologna non erano state accolte dal primo giudice, le modifiche apportate alle clausole statutarie rendevano ormai vane le contestazioni dell'appellante.
Di qui la conclusione che, ai sensi dell'art. 2377 c.c., comma 4, - applicabile anche alle associazioni non riconosciute - poichè la deliberazione impugnata era stata sostituita da altra conforme alla legge e all'atto costitutivo, non poteva più farsi luogo all'annullamento della deliberazione impugnata e doveva dichiararsi cessata la materia del contendere. In proposito peraltro la Corte d'appello ha ritenuto di dover disattendere la domanda in ragione del contrasto esistente tra le parti (sent. impugnata, p. 22), dopo aver precedentemente osservato che effettivamente il nuovo Statuto Confapi si era conformato alle statuizioni della sentenza di primo grado, ma che ".. in assenza di un motivo di impugnazione incidentale, tali modifiche non incidono sui punti dello Statuto oggetto di annullamento iussu iudicis".
Va anzitutto premesso che questa Corte ha più volte affermato che la disposizione dell'art. 2377 c.c., u. c., secondo cui l'annullamento della deliberazione assembleare non può essere pronunciato se la deliberazione impugnata è sostituita con altra presa in conformità della legge e dell'atto costitutivo, benchè dettata con riferimento alle società per azioni, ha carattere generale ed è, perciò, applicabile anche alle assemblee dei condomini di edifici (Cass. 5.6.1995, n. 6304; Cass. 9.12.1997, n. 12439; Cass. 21.10.1998, n. 10445) ed alle assemblee delle associazioni non riconosciute (Cass. 21.10.1987, n. 7754; Cass. 4.2.1993, n. 1408).
E questa Corte ha ritenuto che nel giudizio di impugnazione di una deliberazione assembleare si verifica la cessazione della materia del contendere, quando risulti che l'assemblea, regolarmente riconvocata, abbia validamente deliberato sugli stessi argomenti della deliberazione impugnata (Cass. 5.6.1995, n. 6304; Cass. 9.12.1997, n. 12439; Cass. 21.10.1998, n. 10445).
Tuttavia la dichiarazione di cessazione della materia del contendere non è automatica. Questa Corte ha anzi affermato che essa costituisce una fattispecie di sopravvenuta carenza di interesse delle parti alla naturale conclusione del giudizio, la quale può essere dichiarata soltanto quando i contendenti si diano reciprocamente atto dell'intervenuto mutamento della situazione e sottopongano al giudice conclusioni conformi; pertanto, deve escludersi che il giudice possa dichiarare siffatta cessazione della lite per avere una delle parti allegato e provato l'insorgenza di fatti astrattamente idonei a privare essa stessa o la controparte dell'interesse alla prosecuzione del giudizio e quando, nelle rispettive conclusioni, ciascuno abbia insistito sulle originarie domande (Cass. 22.12.2006, n. 27460; Cass. 18.1.2006, n. 909; Cass. 24.6.2000, n. 8607).
Anche ammettendo che l'art. 2307 c.c., u. c., impedisca al giudice di far luogo all'annullamento della deliberazione in tutti i casi in cui essa è stata sostituita da altra delibera conforme alla legge e all'atto costitutivo e gli attribuisca pertanto il potere di verificare se ricorrono le condizioni di legge impeditive della pronuncia di annullamento, al di là delle conclusioni assunte dalle parti, resta il fatto che è onere del giudice estendere il suo esame alla nuova delibera per verificare se sia stata eliminata la precedente causa di invalidità (Cass. 16.7.1998, n. 2570) e se tale deliberazione sia stata adottata in conformità alla legge e allo statuto. Poichè una nuova deliberazione nulla o annullabile non sarebbe idonea ad impedire l'annullamento della deliberazione impugnata, il giudice investito del giudizio di impugnazione di una delibera assembleare deve, ai limitati fini della ratifica- rinnovazione, accertare se la deliberazione ratificante sia immune da vizi, anche se contro di essa non sia stata proposta autonoma impugnativa (Cass. 6.7.1953, n. 2137).
Nel caso poi in cui il vizio da cui sia affetta la delibera impugnata non si riferisca al procedimento di approvazione, ma riguardi la disciplina sostanziale adottata, che si assume essere contraria alla legge o allo statuto, il giudice dovrà verificare se la nuova deliberazione detti una disciplina effettivamente idonea a rimuovere detto vizio.
Nel caso in esame la Corte d'appello, con espressione non del tutto felice, ha correttamente osservato che la pronuncia di annullamento da parte del Tribunale di alcune clausole dello Statuto Confapi non era stata impugnata dalla ricorrente, sì che sul punto non vi poteva essere pronuncia di cessazione della materia del contendere perchè la statuizione del primo giudice non costituiva oggetto del giudizio d'appello.
Per quanto poi concerneva le domande di API Bologna riproposte in sede d'impugnazione, ha rilevato che perdurava il contrasto tra le parti sulla validità delle clausole oggetto d'impugnativa, sì che non poteva farsi luogo alla pronuncia di cessazione del contendere.
Ed ha aggiunto che la questione poteva porsi soltanto per quanto concerneva la legittimità della clausola statutaria relativa al diritto di recesso degli associati, posto che la materia era stata regolamentata ex novo dall'art. 22, comma 5, dello Statuto nel testo approvato il 16.3.2001. Tuttavia la modifica introdotta non poteva ritenersi sufficiente, perchè la norma non attribuiva alle API provinciali il diritto di recesso da Confapi, ma disciplinava una forma di recesso "mediata" dalle Confederazioni regionali.
La conclusione cui è pervenuta la Corte di merito appare corretta.
Va infatti osservato da un lato che certamente non vi era accordo tra le parti in ordine al venir meno delle ragioni di controversia a seguito dell'approvazione del nuovo testo dello Statuto e dall'altro che le nuove clausole introdotte con lo Statuto approvato il 16.3.2001 non accoglievano integralmente le censure formulate da API Bologna, come dimostra la stessa circostanza che la Corte d'appello ha ritenuto fondato il gravame con riferimento a diverse clausole, pur avendo esaminato e tenuto conto delle modifiche introdotte con la Del. 16 marzo 2001. E a conferma di quanto ora esposto va sottolineato che API Bologna aveva proposto domanda di annullamento dell'intera delibera di approvazione del nuovo testo dello Statuto e del Regolamento sostenendo, con tesi poi non accolta dalla Corte d'appello, che nella specie non fosse questione di nullità parziale e che l'illegittimità di talune clausole non potesse non estendersi all'intero Statuto. E' evidente, a fronte di tale domanda, che non poteva sostenersi esser venuto meno l'interesse ad agire di API Bologna e farsi luogo a cessazione della materia del contendere.
4. Il terzo motivo di ricorso non è fondato. Sostiene la ricorrente che nel ritenere illegittima la clausola statutaria (art. 4, comma 1) che non in prevedeva rapporti diretti tra API Bologna e Confapi, la Corte d'appello ha ritenuto che API Bologna non aderisse a Unionapi e che quest'ultima non aderisse a Confapi, ma non avrebbe considerato fatti pacifici. In citazione API Bologna aveva dichiarato di aver aderito ad Unionapi e, anche se l'attrice aveva contestato che Unionapi avesse aderito a Confapi, dallo Statuto impugnato risultava il contrario. L'art. 1 stabiliva, infatti, che le Federazioni regionali, tra cui Unionapi facessero parte di Confapi. Lo stesso risultava anche dall'art. 4 del vecchio Statuto. Di qui il vizio di violazione di legge per errata valutazione del materiale probatorio e il vizio di motivazione per aver fondato le proprie conclusioni su fatti non esistenti. Nell'affermare che la Corte d'appello avrebbe posto a fondamento della propria decisione fatti la cui verità era incontestabilmente smentita dagli atti di causa la ricorrente prospetta un caso di errore revocatorio, tale ai sensi dell'art. 395 c.p.c., n. 4, che non può essere dedotto in questa sede di legittimità. Per quanto poi attiene alla dedotta violazione di legge per errata valutazione del materiale probatorio, con cui ci si duole che la Corte d'appello non abbia ritenuto, sulla base dello Statuto oggetto d'impugnazione, che API Bologna era associata ad Unionapi, vale a dire alla Federazione Regionale per l'Emilia Romagna, la ricorrente prospetta un' interpretazione diversa da quella cui è pervenuto il giudice d'appello, fondata sul carattere vincolante per API Bologna dello Statuto Confapi che prevede la partecipazione delle associazioni provinciali a quelle regionali.
Sul punto peraltro la Corte d'appello ha ritenuto prevalente la circostanza di fatto rappresentata dalla mancata adesione di API Bologna a Unionapi, desumendone il diritto della resistente a partecipare direttamente a Confapi, senza il tramite dell'associazione regionale. Tale accertamento in fatto è adeguatamente motivato e non è illogico. In particolare non può essere superato sulla base del ritenuto carattere vincolante di una norma statutaria la cui legittimità è oggetto essa stessa di giudizio e che, all'evidenza, non può che essere vincolante per gli associati a Confapi e dunque non per chi, come Unionapi, secondo quanto la Corte di merito ha accertato, non fa parte dell'associazione.
Sotto diverso profilo la ricorrente ha impugnato la pronuncia della Corte d'appello che ha affermato l'illegittimità della disciplina statutaria del consiglio federale, cui sono stati attribuiti compiti primari di formazione della volontà decisionale dell'associazione, con conseguente ridimensionamento dei poteri dell'assemblea generale degli associati. La Corte d'appello ha osservato che il consiglio federale non è eletto dall'assemblea degli associati, assicurando quantomeno una rappresentanza di secondo grado, ma ha una composizione fissa prestabilita ai sensi dell'art. 11, comma St. con posti riservati ai presidenti delle federazioni regionali, organismi contestati nella loro stessa esistenza da Api Bologna. Ha aggiunto che la composizione del nuovo organismo, nel quale le organizzazioni provinciali non sono rappresentate, non incide soltanto sui meccanismi decisionali, ma anche sulla possibilità per i singoli associati, privati della possibilità di agire in sede assembleare, di esercitare un controllo a posteriori mediante l'impugnazione delle delibere consiliari. Ciò perchè, mentre le singole API provinciali potrebbero esercitare direttamente la facoltà di impugnare decisioni eventualmente viziate prese dall'assemblea generale, non altrettanto potrebbero fare riguardo alle decisioni del consiglio federale, mancando nello Statuto una clausola relativa all'impugnabilità di tali delibere, che al più tramite l'applicazione analogica dell'art. 23 c.c., potrebbero essere impugnate dalle Federazioni regionali, ma non dalle API provinciali.
Osserva in senso contrario la ricorrente che il consiglio federale ha la stessa composizione dell'assemblea generale, è costituito dai legali rappresentanti degli stessi associati (in particolare i presidenti delle associazioni regionali di primo e secondo grado), portatori di un numero di voti proporzionale al numero di aziende rappresentate. Anche tale doglianza risulta infondata. La Corte d'appello ha correttamente escluso la rappresentatività del consiglio federale, in base al rilievo che in esso siedono i rappresentanti delle associazioni regionali, ma non i rappresentanti delle associazioni provinciali, con la conseguenza che, ove manchi l'adesione dell'associazione provinciale a quella regionale, organizzazioni come Api - Bologna non sono in alcun modo rappresentate.
5. Il quarto motivo di ricorso non è fondato. La facoltà di compensare fra le parti le spese del giudizio rientra nel potere discrezionale del giudice di merito, il quale non è tenuto a dare ragione con una espressa motivazione del mancato uso di tale sua facoltà, pertanto, la pronuncia di condanna alle spese, anche se adottata senza prendere in esame la eventualità di una compensazione, non può essere censurata in cassazione, neppure sotto il profilo della mancanza di motivazione (Cass. 24.7.2002, n. 10861).
Le spese del giudizio di Cassazione seguono la soccombenza e vanno pertanto poste a carico della ricorrente, liquidate, tenuto conto si tratta di controversia di valore indeterminabile e di particolare importanza, in Euro 10.100,00 di cui Euro 10.000,00 per onorari di avvocato.

P.Q.M.

La Corte rigetta il ricorso e condanna la ricorrente alle spese, che liquida in Euro 10.000,00 per onorari di avvocato, oltre spese generali ed accessorie come per legge.
Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio della Sezione Prima Civile, il 9 aprile 2008.

Depositato in Cancelleria il 13 giugno 2008





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