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Cass. Civ. Sez. I n. 5286/2000 su interessi di mora e usura

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE
SEZIONE PRIMA CIVILE

composta dagli Ill.mi sigg.ri Magistrati:
Dott. Renato   SGROI    - Presidente -
Dott. Pasquale REALE    - Consigliere -
Dott. Vincenzo FERRO    - Consigliere -
Dott. Giovanni VERUCCI  - Rel. Consigliere -
Dott. Giuseppe MARZIALE - Consigliere -
ha pronunciato la seguente

SENTENZA

sul ricorso proposto da:
MERAGLIA PIETRO GIUSEPPE, elettivamente domiciliato in  ROMA  VIA  L. MANTEGAZZA 24, presso il Signor  GARDIN  L.  rappresentato  e  difeso dall'avvocato COSTANTINI  VITTORIO,  giusta  mandato  a  margine  del ricorso;

ricorrente –

contro


BANCA TAMBORINO SANGIOVANNI SpA, ora CREDITO EMILIANO SpA, in persona del legale rappresentante pro tempore, elettivamente  domiciliata  in ROMA VIA A. TORLONIA 39 presso l'avvocato  FRANZÌ  STEFANO,  che  lo rappresenta e difende giusta procura in calce al controricorso;

controricorrente –

avverso la  sentenza  n.  130-58  della  Corte  d'Appello  di  LECCE, depositata il 05-03-98;
udita la relazione della causa  svolta  nella  pubblica  udienza  del 26-10-99 dal Consigliere Dott. Giovanni VERUCCI;
udito il P.M. in persona del  Sostituto  procuratore  Generale  Dott. Raffaele CENICCOLA che ha concluso per il rigetto del ricorso.

Svolgimento del processo

Pietro Giuseppe Meraglia proponeva opposizione, dinanzi al Tribunale di Lecce, avverso il decreto in data 22 settembre 1983 del Presidente dello stesso Tribunale, con il quale gli era stato ingiunto - in solido con Antonio Meraglia - il pagamento della somma di lire 28.424.960, con interessi al tasso del 28%, in favore della Banca Vincenzo Tamborino, a titolo di scoperte di conto corrente: a fondamento dell'opposizione, deduceva l'iniquità del regolamento pattizio degli interessi, rescindibile per lesione "ultra dimidium", attesa la sproporzione tra tassi attivi e passivi, nonché, quale erede del fideiussore Antonio Meraglia, la nullità della fideiussione sotto vari profili.
Costituitasi, la Banca chiedeva il rigetto dell'opposizione. Con sentenza non definitiva del 26 giugno 1986, il tribunale adito revocava il decreto ingiuntivo, disponendo ulteriore istruttoria per determinare il credito della banca. Con ordinanza collegiale del 28 maggio 1992 disponeva un supplemento di consulenza tecnica d'ufficio e, con sentenza definitiva del 28 aprile 1995, condannava il Meraglia al pagamento della somma di lire 24.716.923, con interessi al 28% dal l ottobre '82 al soddisfo.
L'impugnazione proposta dal Meraglia veniva accolta dalla Corte d'Appello di Lecce, con sentenza del 5 marzo 1998, limitatamente allo importo delle spese processuali di primo grado, confermando nel resto la sentenza gravata.
Con riferimento ai motivi di appello, la Corte territoriale osserva: che non sussisteva carenza assoluta od insufficienza della motivazione, atteso che i primi giudici avevano individuato il "thema decidendum" nella sentenza non definitiva, limitandosi a recepire le risultanze della consulenza tecnica con quella definitiva, tanto più che, se le eccezioni formulate dall'opponente erano state disattese solo implicitamente, comunque esse erano state riproposte in sede di gravame, in cui andavano esaminate; che il Tribunale aveva correttamente emesso una statuizione di condanna, pur revocando il decreto ingiuntivo, perché nel giudizio di opposizione attore in senso sostanziale è l'opposto, il quale aveva introdotto la domanda con ricorso, contenente la richiesta di condanna; che, quanto alla invocata rescindibilità del contratto, non era stata neppure dedotta la configurabilità di contratto c.d. usurario, dovendosi comunque considerare che la pattuizione di interessi ultralegali nulla ha a che vedere con gli interessi attivi, giacché i primi ineriscono a disponibilità di somme per il correntista; che neppure a livello di prospettazione v'era menzione degli altri elementi prescritti per la rescissione, ossia lo stato di bisogno, il nesso causale con la sproporzione della prestazioni, l'approfittamento dello stato medesimo; che dalla documentazione in atti risultava pattuito un interesse del 21% con scrittura del 7 ottobre 1976, mentre, con scrittura del 16 settembre 1982, il Maraglia si era obbligato a corrispondere il tasso del 25% e del 28% nel caso - che si era verificato - di inosservanza delle scadenze concordate per l'estinzione del conto corrente ordinario: v'era stata, quindi, espressa pattuizione di interessi ultralegali per il credito sia sulle rimesse che sul saldo; che avendo i primi giudici parzialmente accolto l'opposizione, v'erano le condizioni per una parziale compensazione delle spese processuali, la cui liquidazione era stata in ogni caso eccessiva; che, in definitiva, le spese del doppio grado del giudizio andavano compensate per un terzo, ponendo i restanti due terzi a carico del Meraglia.
Per la cassazione di tale sentenza il Meraglia ha proposto ricorso con nove motivi. Resiste il Credito Emiliano s.p.a. (già Banca Tamborino Sangiovanni) con controricorso.

Motivi della decisione

Il ricorrente lamenta, con il primo motivo, che la Corte di merito abbia ritenuto infondata la censura di carente od insufficiente motivazione della sentenza di primo grado: al riguardo, rinvia all'atto di appello per "ulteriori approfondimenti" circa il contenuto di detta doglianza, aggiungendo che è insufficiente anche la motivazione adottata dal giudice del gravame.
La censura è, all'evidenza, inammissibile non soltanto perché la Corte territoriale ha esattamente osservato che le eccezioni dell'opponente, essendo state comunque riproposte in appello, andavano ivi esaminate, ma anche e soprattutto perché, in ragione del principio di autosufficienza del ricorso per cassazione, il ricorrente ha l'onere di indicare specificatamente - ai fini della ammissibilità della censura di difetto di motivazione - le ragioni e-o i fatti che assume essere stati travisati, ovvero insufficientemente o illogicamente valutati dal giudice di merito, onde consentire al giudice di legittimità il controllo sulla decisività dei punti. controversi e la correttezza e sufficienza della motivazione rispetto ad essi, senza necessità di accedere a fonti estranee al ricorso medesimo e, quindi, ad elementi o atti relativi al pregresso giudizio di merito ("ex multis", Cass. 9734-99 e 8503-92).
Con il secondo motivo, il ricorrente si duole che sia stata disattesa dalla Corte d'appello la censura di ultrapetizione mossa alla decisione dei primi giudici, che l'avevano condannato al pagamento di una somma di denaro, pur revocando il decreto ingiuntivo opposto, sul punto, la motivazione adottata dalla Corte leccese non considera che il procedimento monitorio ed il giudizio di opposizione costituiscono fasi distinte e che si deve tener conto soltanto delle domande e delle eccezioni espressamente formulate dalle parti.
Con il terzo motivo, deduce che, stanti la revoca del decreto ingiuntivo e l'assenza di apposita domanda di condanna da parte della banca, il giudice di merito si sarebbe dovuto limitare alla pronuncia sulle spese in favore di esso Meraglia.
Le censure. che possono essere esaminate congiuntamente per l'evidente connessione, sono prive di fondamento, in quanto il giudice di merito si è attenuto al principio più volte enunciato da questa Corte, secondo cui l'opposizione a decreto ingiuntivo apre un ordinario giudizio di cognizione, nel quale il giudice è investito del potere - dovere di pronunciare sull'accertamento della pretesa creditoria fatta valere con la richiesta dell'ingiunzione, sicché, una volta stabilito che anche solo in parte la pretesa è infondata, il giudice dell'opposizione deve revocare il decreto ingiuntivo, ma non può limitarsi a tale statuizione, dovendo pronunciare nel merito del diritto fatto valere dal creditore, eventualmente emettendo condanna al pagamento di una minor somma (Cass. 5074-99 e 9708-94).
Inoltre, la richiesta di conferma del decreto ingiuntivo opposto, formulata dal creditore al momento della costituzione o nel corso del giudizio, comporta la richiesta di condanna al pagamento del credito, che può pertanto essere pronunciata dal giudice anche in difetto di esplicita domanda in tal senso senza incorrere nel vizio di ultrapetizione tra le ultime, Cass. 10104-96).
Con il quarto mezzo "si ripropone la domanda di rescissione del contratto di conto corrente per lesione ultra dimidium", facendosi presente che la dichiarazione di voler corrispondere interessi del 21%, 25% e, da ultimo, del 28% non era stata rilasciata spontaneamente, di talché, anche a non parlare di contratto usurario, v'era comunque una notevole lesione, raffrontando i tassi attivi e quelli passivi: lo stato di bisogno, l'approfittamento ed il nesso causale, poi sono "in re ipsa".
La stessa formulazione della censura ne palesa l'inammissibilità e, comunque, l'infondatezza, la Corte di merito avendo avuto cura di precisare, per un verso, che non era stata neppure dedotta la configurabilità di un contratto c.d. usurario e, per altro verso, che non v'era stata alcuna prospettazione degli elementi costitutivi della rescissione "ultra dimidium": ne deriva che nella presente fase di legittimità il ricorrente introduce un tema d'indagine non dedotto nel giudizio di merito e che, in ogni caso, presuppone accertamenti di fatto, atteso che l'esistenza degli elementi che legittimano l'azione ex art. 1448 c.c. non può essere ritenuta "in re ipsa", nè presunta, ma deve essere dimostrata da chi la faccia valere.
Il quinto, sesto e settimo motivo del ricorso riguardano la misura degli interessi ed il calcolo effettuato dal consulente tecnico di ufficio sulla base della scritture con le quali detta misura era stata convenuta: in particolare, si deduce la non riferibilità della dichiarazione in data 7 ottobre '76 al rapporto di conto corrente in questione; che la sottoscrizione della dichiarazione in data 16 settembre '82 è stata apposta in calce a testo predisposto dalla banca, senza che fossero comunque indicate le scadenze da rispettare per l'estinzione del conto corrente; che le clausole relative agli interessi devono ritenersi vessatorie, ai sensi e per gli effetti di cui all'art. 1469-bis cod. civ. (introdotto con la legge n. 52, del 1996).
Le censure sono inammissibili sotto un duplice profilo, atteso che, con valutazione insindacabile in sede di legittimità, il giudice di merito ha accertato che l'odierno ricorrente si ara impegnato, con patto intervenuto con la banca 7 ottobre '76, a corrispondere, il tasso del 21% e che, con la scrittura del 16 settembre '82% si era obbligato a pagare quello del 25% e del 28%, nel caso - effettivamente verificatosi - di inosservanza delle scadenze concordate per l'estinzione del conto corrente ordinario: non è possibile, quindi, revocare in dubbio che vi siano state pattuizioni di interessi ultralegali, che fossero state concordate le scadenze per l'estinzione del conto, nè che tali date non siano state rispettate.
L'inammissibilità, inoltre, deriva dalla considerazione che - a quanto risulta dalla sentenza impugnata - la questione della vessatorietà delle clausole relative agli interessi non è stata proposta dinanzi al giudice di merito: non senza considerare che, anche ammettendo l'applicabilità della nuova normativa al contratto in questione, non sono vessatorie, a mente dell'art. 1469-ter c.c., le clausole o gli elementi di clausola che siano stati oggetto di trattativa individuale (e tale clausola non essendo riconducibile al disposto dell'art. 1469 - quinquies, coma 2, cod. civ.).
Con l'ottavo motivo, il ricorrente invoca l'applicazione del principio giurisprudenziale secondo cui, quando nel contratto di conto corrente non è indicato un determinato tassa di interesse e si fa rinvio agli "usi di piazza" va comunque applicato il tasso legale, a causa dell'indeterminatezza (e non determinabilità) di quello corrispondente a tali usi. Anche a prescindere dalla considerazione che la questione è del tutto nuova, va rilevato che nel caso di specie il principio è malamente invocato, in quanto il tasso di interesse era stato pattuito ed indicato in modo specifico, senza alcun generico rinvio ad "usi di piazza".
Con il nono motivo, deduce che la pretesa della banca di interessi nella misura del 28% deve ritenersi comunque usuraria, per violazione. della normativa antiusura che ha modificato l'art. 644 cod. pen., trattandosi di misura superiore al tetto massimo stabilito nei vari periodi di riferimento, con apposito decreto del Ministro del Tesoro, sulla, base della media dei tassi praticati sul mercato.
La censura è, fondata, nei limiti di seguito precisati.
L'art. 1 della legge 7 marzo 1396, n. 108 ("Disposizioni in materia di usura", pubbl. su G.U. n. 58 del 9 marzo '96, suppl. ord.), nel sostituire l'art. 644 cod. pen., ha previsto che "la legge stabilisca il limite oltre il quale gli interessi sono sempre usurari "(3 comma); l'art. 2, 4 comma, ha individuato la soglia usuraria nel "tasso medio risultante dall'ultima rilevazione pubblicata nella gazzetta ufficiale ai sensi del comma 1, relativamente alla categoria di operazioni in cui il credito è compreso, aumentato della metà"; l'art. 4, infine, ha sostituito il secondo comma dell'art. 1815 c.c., nel senso che "se sono convenuti interessi usurari, la clausola è nulla e non sono dovuti interessi".
Va subito detto che, proprio con riferimento a tale ultima disposizione, la non copiosa, giurisprudenza di merito e la dottrina si sono occupate essenzialmente del problema delle conseguenze sui contratti di mutuo già stipulati alla data di entrata in vigore della nuova normativa in altri termini, con esclusivo riguardo alla natura compensativa degli interessi pattuiti. Tuttavia, non v'è ragione per escluderne l'applicabilità anche nell'ipotesi di assunzione dell'obbligazione di corrispondere interessi moratori, risultati di gran lunga accedenti lo stesso tasso soglia: va rilevato, infatti, che la legge n. 108 del 1996 ha individuato un unico criterio ai fini dell'accertamento del carattere usurario degli interessi (la formulazione dell'art. 1, 3 comma, ha valore assoluto in tal senso) e che nel sistema era già presente un principio di omogeneità di trattamento degli interessi, pur nella diversità di funzione, come emerge anche dell'art. 1224, 1 comma, cod. civ., nella parte in cui prevede che se prima della mora erano dovuti interessi in misura superiore a quella legale, gli interessi moratori sono dovuti nella stessa misura". Il ritardo colpevole, poi, non giustifica di per sè il permanere della validità di un'obbligazione così onerosa e contraria al principio generale posto dalla legge.
Ciò premesso, va anche precisato che una pattuizione di interessi intervenuta prima della entrata in vigore della legge n. 108-96 non può, stante il principio di cui all'art. 25, 2 comma, Cost., essere ritenuto penalmente rilevante sol perché detti interessi risultino superiori alla soglia fissata: ove il ricorrente (pur nella non chiara prospettazione del motivo sul punto) abbia inteso lamentarsi per la mancata considerazione, da parte della Corte territoriale, della natura criminosa della pretesa della banca, per questo aspetto la censura non potrebbe trovare accoglimento.
La Corte di merito, invece, avrebbe dovuto considerare che, alla stregua della nuova normativa, gli interessi concordati (in particolare, al tasso del 28%, applicato in sede di condanna da parte del tribunale, con decorrenza dal 1 ottobre '82 e sino al soddisfo) erano divenuti usurari, in altri termini, che la nuova normativa aveva travolto la relativa clausola.
A tale conclusione non è di ostacolo la circostanza che la pattuizione degli interessi sia avvenuta in epoca antecedente all'entrata in vigore della legge n. 108 del 1996. Sotto un primo profilo, va osservato che nel caso di specie non si pone il problema se il combinato disposto degli artt. 1339 e 1419, 2 comma, cod. civ. sia applicabile nell'ipotesi in cui la norma imperativa non prevede una clausola sostitutiva, limitandosi ad eliminare la clausola illecita (problema che si potrebbe porre, con riferimento alla nuova formulazione dell'art. 1813, 2 comma, cod. civ., nel caso di interessi pattuiti nell'ambito di un contratto di mutuo stipulato prima dell'entrata in vigore della nuova normativa), dal momento che non si tratta di non attribuire alcun interesse, ma di sostituire un tasso diverso a quello divenuto usurario.
Sotto altro profilo, se è vero che nella giurisprudenza di questa Corte si è affermato, in via di principio, che il giudizio di validità deve essere condotto alla stregua della normativa in vigore al momento della conclusione del contratto, è anche vero che in dottrina è stato posto in rilievo come, verificandosi un concorso tra autoregolamentazione pattizia ed autoregolamentazione normativa, si renda insostenibile la tesi che subordina l'applicabilità dell'art. 1419, 2 comma, cod. civ. all'anteriorità della legge rispetto al contratto, poiché l'inserimento ex art. 1339 c.c. del nuovo tasso incontra l'unico limite che si tratti eseguite (in tutto od in parte).
D'altro canto, la tesi ha trovato l'autorevole avallo della Corte Costituzionale nella sentenza n. 204 del 1997, che ha dichiarato non fondata la questione di legittimità costituzionale dell'art. 1938 c.c. proprio sulla base della considerazione che, pur avendo carattere innovativo la legge n. 154-92 e non applicandosi retroattivamente, tuttavia ciò non implica che la disciplina precedente "acquisti carattere ultrattivo, tale da consentire che la garanzia personale prestata dal fideiussore assista non solo le obbligazioni principali sorte prima dell'entrata in vigore della legge n. 154 del 1992, ma anche quelle successive, in modo da attribuire efficacia permanente alla illimitatezza del rapporto di. garanzia. In altri termini, l'innovazione legislativa, che stabilisce la nullità delle fideiussioni per obbligazioni future senza limitazione di importo, non tocca la garanzia per le obbligazioni principali già sorte, ma esclude che si producono ulteriori effetti e che la fideiussione possa assistere obbligazioni principali successive al divieto di garanzia senza limiti".
Sia pur con riferimento alla problematica riguardante il contratto di mutuo, ma con argomenti del tutto sovrapponibili alla fattispecie che qui interessa, la dottrina ha osservato, in via generale, che, l'obbligazione degli interessi non si esaurisce in una sola prestazione, concretandosi in una serie di prestazioni successive e, in particolare, che, ai fini della qualificazione usuraria dell'interesse, il momento rilevante è la dazione e non la stipula del contratto, come si evince anche dall'art. 644-ter cod. pen.
(introdotto dall'art. 11 l. n. 108-96), a mente del quale "la prescrizione del reato di usura decorre dal giorno dell'ultima riscossione sia degli interessi che del capitale". La tesi, poi, trova riscontro nella giurisprudenza penale di questa corte secondo cui in tema di usura, qualora alla promessa segua - mediante la rateizzazione degli interessi convenuti - la dazione effettiva di essi, questa non costituisce un "post factum" non punibile, ma fa parte a pieno titolo del fatto lesivo penalmente rilevante e segna, mediante la concreta e reiterata esecuzione dell'originaria pattuizione usuraria, il momento consumativo sostanziale del reato (così, Cass. Sez. I , 11055-98, imp. D'Agata e altri).
Non sembra superfluo aggiungere che, quando anche non si volesse aderire alla configurabilità della nullità parziale sopravvenuta come sembra preferibile), tuttavia non si potrebbe comunque continuare a dare effetto alla pattuizione di interessi superiori alla soglia usuraria, a fronte di un principio introdotto nell'ordinamento con valore generale e di un rapporto non ancora esaurito, come nel caso di specie, il, cui il Meraglia è stato condannato a corrispondere interessi del 28% dal 1 ottobre '82 al soddisfo.
Il ricorrente ha espressamente prospettato l'usurarietà dell'interesse sotto il profilo dell'eccedenza rispetto al c.d. tasso soglia: conseguentemente, il motivo va accolto in questi termini e la sentenza impugnata cassata con rinvio ad altro giudice, designato in diversa Sezione della Corte d'Appello di Lecce, che, attenendosi ai principi di diritto enunciati in tema di interessi a seguito dell'entrata in tema di interessi a seguito della legge n. 108-96, procederà a nuova determinazione sul punto, provvedendo anche sulle spese della presente fase di legittimità.

P.Q.M.

La Corte rigetta i primi otto motivi del ricorso; accoglie il nono motivo per quanto di ragione; cassa la sentenza impugnata in relazione al motivo accolto e rinvia, anche per le spese, ad altra Sezione della Corte d'Appello di Lecce.

Così deciso in Roma, il 26 ottobre 1999.





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