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Cass. Civ. Sez. I n. 7713/2000 su danno esistenziale
Cassazione Civile  Sez. I del 07 giugno 2000 n. 7713
Poiché l'art. 2043 c.c., correlato agli art. 2 ss. cost., va necessariamente esteso fino a ricomprendere il risarcimento non solo dei danni in senso stretto patrimoniali ma di tutti i danni che almeno potenzialmente ostacolano le attività realizzatrici della persona umana, la lesione di diritti di rilevanza costituzionale va incontro alla sanzione risarcitoria per il fatto in sè della lesione (danno evento) indipendentemente dalle eventuali ricadute patrimoniali che la stessa possa comportare (danno conseguenza). (Nella specie, in applicazione di tale principio la S.C. ha confermato la decisione di merito che aveva riconosciuto il diritto al risarcimento del danno, liquidato in via equitativa, del figlio naturale in conseguenza della condotta del genitore, tale riconosciuto a seguito di dichiarazione giudiziale, che per anni aveva ostinatamente rifiutato di corrispondere al figlio i mezzi di sussistenza con conseguente "lesione in sè" di fondamentali diritti della persona inerenti alla qualità di figlio e di minore).


LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE
SEZIONE PRIMA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:
Dott. Pasquale      REALE       -Presidente -
Dott. Giovanni      LOSAVIO     - Consigliere -
Dott. Ugo Riccardo  PANEBIANCO  - Consigliere -
Dott. Mario Rosario MORELLI     - Rel. Consigliere -
Dott. Francesco     FELICETTI   - Consigliere -
ha pronunciato la seguente

SENTENZA

sul ricorso proposto da:
C. F., elettivamente domiciliato in ROMA VIA SILLA 3, presso  l'avvocato   MASTROSTEFANO   D.,   rappresentato   e   difeso dall'avvocato PIAZZA ALBERTO, giusta procura in calce al ricorso;

ricorrente –

contro

HU C. D., HU C. D., elettivamente  domiciliati  in ROMA VIA BEATO ANGELICO 35, presso l'avvocato PIZZORNO  A.  LODOVICO, che  li  rappresenta  e  difende,  giusta   procura   in   calce   al controricorso;

controricorrenti –

avverso la sentenza n. 1787-97  della  Corte  d'Appello  di  VENEZIA, depositata il 7 novembre 1997;
udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza  del  10 gennaio 2000 dal Consigliere Dott. Mario Rosario MORELLI;
udito  per  il  ricorrente,  l'Avvocato  Piazza,   che   ha   chiesto l'accoglimento del ricorso;
udito per i  resistenti,  l'Avvocato  Pizzarno,  che  ha  chiesto  il rigetto del ricorso;
udito il Pm in  persona  del  Sostituto  Procuratore  Generale  Dott. Vincenzo GAMBARDELLA che ha concluso per il rigetto del ricorso.

Svolgimento del processo

1)- Con sentenza del 31 ottobre 1992, il Pretore penale di Mestre assolveva F. C. dal reato di cui all'articolo 570 co. 2, Cp - del quale era stato chiamato a rispondere per aver fatto mancare i mezzi di sussistenza al figlio naturale D. Hu C. - ritenendo esclusa la sussistenza di tal reato in ragione del fatto che al mantenimento del minore aveva comunque provveduto la madre naturale D. Hu C.. 2)- Su ricorso proposto per i solo interessi civili, in nome e per conto del minore, dalla Hu C. (già, in tal veste, parte civile nel giudizio a quo) l'adita Corte di cassazione - premesso che aveva errato il giudice penale nel non applicare il principio per cui lo stato di bisogno sussiste anche qualora alla somministrazione dei mezzi di sussistenza provveda un solo genitore "essendo, invece, entrambi egualmente obbligati" - cassava, conseguentemente, con sentenza n. 566 del 1994, la statuizione pretorile e, ai sensi del previgente articolo 541 Cpp, rinviava alla corte di "Venezia" per i soli effetti civili". 3)- Con citazione del settembre 1995, D. C. (per mezzo della madre e poi, raggiunta la maggiore età, in proprio) conveniva in giudizio F. C. innanzi alla designata Corte di rinvio.
All'uopo deduceva di essere figlio dello appellato, come accettato con sentenza del 12 marzo 1987, la quale aveva posto a di lui carico anche un assegno di mantenimento decorrente (come da parziale riforma in appello) dalla data della domanda giudiziaria; che solo a seguito di convenzione del giugno 1990, il C. aveva comunque pagato gli importi per tale titolo da lui dovuti "a partire dal settembre 1984" (mentre, per il periodo antecedente, con separata sentenza, era stato accolta la domanda risarcitoria proposta dalla Hu C. per il mantenimento esclusivamente da lei assicurato al figlio, dalla nascita).
E, ciò premesso, chiedeva conseguentemente, a sua volta, il risarcimento dei danni personalmente subiti, "sia sotto il profilo affettivo che economico", in conseguenza del comportamento intenzionalmente e pervicacemente defatigatorio del padre naturale". 4 - Con sentenza del 7 novembre 1997, la Corte veneziana accoglieva la domanda e, in via equitativa, quantificava in 30 milioni di lire i danni che riconosceva subito dall'istante in conseguenza dell'ingiusto comportamento del padre naturale. 5)- Avverso quest'ultima sentenza il C. ha proposto ricorso per cassazione, illustrato anche con memoria ex articolo 378 Cpc.
Nel costituirsi in questo giudizio, con congiunto controricorso, D. e D. HU C. hanno eccepito, entrambi, l'improcedibilità del ricorso per omesso deposito della prescritta copia autentica della sentenza impugnata e - la sola D. - il proprio difetto di legittimazione passiva.

Motivi della decisione

1)- Va preliminarmente respinta l'eccezione di improcedibilità del ricorso poiché, contrariamente a quanto dedotto da resistenti, il C. non ha mancato di depositare la copia autentica della sentenza impugnata come prescritto dall'articolo 369 Cpc. 2)- Accolta va invece l'ulteriore eccezione della Hu C. - ed il ricorso va di conseguenza nei suoi confronti dichiarato inammissibile - per non essere essa parte del giudizio risarcitorio promosso contro il C. dal di lui figlio naturale. 3)- Anche nei confronti di D. Hu C. l'odierno ricorso è comunque in ogni sua parte infondato 4)- Privi di giuridica consistenza risultano, i primi tre connessi motivi di detta impugnazione, con i quali - nella triplice prospettiva della elusione del "dictum" della sentenza di rinvio ex articolo 384 Cpc, del vizio di ultrapetizione ex articolo 112 stesso codice e della carenza di motivazione - sostanzialmente si addebita al Collegio a quo di aver omesso di svolgere l'ulteriore istruttoria, che gli sarebbe stata demandata con la precedente sentenza di cassazione, in ordine, alla effettiva sussistenza di una responsabilità civile del C..
Ed invero ciò che la richiamata sentenza della Cassazione penale aveva demandato al Giudice del rinvio - in conseguenza dell'annullamento del giudicato assolutorio del C. dal reato di cui all'articolo 570 cpv. c.p. - era "un nuovo esame dei fatti ai soli fini civili". Ed è evidente che la prescrizione di un tale riesame non equivale nè contiene in sè, come a torto ex adverso preteso, anche l'"obbligo di acquisire nuove prove", che motivatamente quei giudici hanno comunque ritenuto superflue ai fini del decidere. 5) - Parimenti non condivisibili sono poi tutte le ulteriori censure svolte nel residuo quarto (ancorché non formalmente numerata come tale) mezzo del, ricorso, con cui si attacca la statuizione risarcitoria per la (non rilevata) l'inesistenza, nella fattispecie, di alcun danno risarcibile in correlazione con il fatto residuale naturalisticamente addebitato al C.", e la conseguente non ricorrenza dei presupposti per una "decisione equitativa ai sensi dell'articolo 114 Cpc". 5.1)- In relazione al primo e più rilevante profilo di doglianza, anche in sede di discussione orale la difesa del ricorrente ha tenuto a ribadire il carattere "suicida" della sentenza impugnata, la quale avrebbe liquidato il contestato risarcimento ancorché avesse in premessa accertato la già intervenuta corresponsione da parte del C., in parte al figlio e in parte alla Hu C., di tutto quanto da lui dovuto a titolo di mantenimento o di concorso del mantenimento nei confronti del minore; e non ostante avesse - la stessa sentenza - altresì sottolineato come, nella specie, (a prescindere dal "danno patrimoniale", così escluso) neppure alcun "danno morale" fosse liquidabile, in conseguenza della esclusa illiceità del fatto per effetto della sentenza pretorile assolutoria, passata in giudicato agli effetti penali.
Ma tali rilievi, pur suggestivi, non valgono a scalfire la statuizione contestata.
A prescindere infatti dalla considerazione che il pagamento, pacificamente effettuato a molti anni di distanza dalla nascita del piccolo D., sia pur di tutti gli arretrati dovuti dal C., a titolo di mantenimento secondo le prescrizione del giudice civile, non esclude residuali profili di danno patrimoniale (conseguenti proprio al rilevante ritardo della erogazione)e è assorbente comunque il rilievo che ciò che soprattutto la Corte veneziana, nella specie, ha inteso risarcire è la lesione in sè, che dal comportamento del ricorrente (di iniziale ostinato rifiuto di corrispondere al figlio i mezzi di sussistenza) ne è scaturita di fondamentali diritti della persona, in particolare inerenti alla qualità di figlio e di minore.
E, in questa prospettiva, non v'è dubbio che il comportamento sanzionato dall'articolo 570 del codice penale - sia pur costituito nella sua materialità dalla mancata corresponsione di mezzi di sussistenza - rilevi; sul piano civile, in termini di violazione non di un mero diritto di contenuto patrimoniale ma di sottesi e più pregnanti diritti fondamentali della persona, in quanto figlio e in quanto minore.
Ed è poi del pari innegabile che la lesione di diritti siffatti, collocati al vertice della gerarchia dei valori costituzionalmente garantiti, vada incontro alla sanzione risarcitoria per il fatto in sè della lesione (danno evento) indipendentemente dalle eventuali ricadute patrimoniali che la stessa possa comportare (danno conseguenza), Il che è stato del resto già ben posto in luce dalla Corte costituzionale con la nota sentenza n. 184 del 1986, relativa al danno - evento da lesione del diritto alla salute (cd. danno biologico) ma riferibile (per la latitudine dei suoi enunciati) ad ogni analoga lesione di diritti comunque fondamentali della persona, risolventesi in un danno esistenziale ad alla vita di relazione. La vigente Costituzione, garantendo principalmente e primariamente valori personali impone, infatti una lettura costituzionalmente orientata dell'articolo 2043 Cc. (che non si sottrarrebbe altrimenti ad esiti di incostituzionalità) "in correlazione agli articoli della Carta che tutelano i predetti valori", nel senso appunto che quella norma sia "idonea a compensare il sacrificio che gli stessi valori subiscono a causa dell'illecito", attraverso "il risarcimento del danno che! è sanzione esecutiva del precetto primario ed è la minima delle sanzioni che l'ordinamento appresta per la tutela di un interesse".
Il citato articolo 2043 Cc, correlato agli articoli 2 e ss.
Costituzione, va così "necessariamente esteso fino a ricomprendere il risarcimento non solo dei danni in senso stretto patrimoniali ma di tutti i danni che almeno potenzialmente ostacolano le attività realizzatrici della persona umana".
Per cui, quindi - essendo le norme costituzionali di garanzia dei diritti fondamentali della persona pienamente e direttamente, operanti "anche nei rapporti tra privati" (cd. "********") - non è ipotizzabile limite alla risarcibilità", della correlativa lesione, "per sè considerata" (n. 184-1986 cit.), ai sensi dell'articolo 2043 Cc: che, per tal profilo la Corte veneziana ha per ciò correttamente applicato, riconoscendo all'attore il ristoro del danno (non già "morale" da illecito penale, ma) da lesione in sè di suoi diritti fondamentali, in conseguenza della riferita condotta del suo genitore. 5.2)- D'altra parte il contenuto stesso del danno riconnesso ad un tal tipo di lesione ne comporta naturaliter la liquidazione equitativa: che resta, a sua volta, così immune da censure (in ricorso impropriamente, per di più, formulate sull'erroneo presupposto di equivalenza di una tal liquidazione ad una statuizione secondo equità ai sensi dell'articolo 114 Cpc). 6)- Il ricorso nei confronti di D. Hu C., va pertanto integralmente respinto. 7)- Le spese di questo giudizio seguono la soccombenza e si liquidano, come in dispositivo, in favore di ciascun resistente.

P.Q.M.

La Corte dichiara il ricorso inammissibile nei confronti di D. Hu C. e lo rigetta nei confronti di D. Hu C.; condanna il ricorrente alle spese che liquida, in favore di ciascun resistente, in L. 173.000 oltre a L. 2 milioni per onorario.

Roma, 10 gennaio 200




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