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Cass. Civ. Sez. II n. 144/2007 su interversione possesso

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE
SEZIONE SECONDA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:                           
Dott. SPADONE     Mario                           -  Presidente   - 
Dott. COLARUSSO   Vincenzo                   -  rel. Consigliere  - 
Dott. EBNER       Vittorio Glauco                 -  Consigliere  - 
Dott. FIORE       Francesco Paolo                 -  Consigliere  - 
Dott. MAZZACANE   Vincenzo                        -  Consigliere  - 
ha pronunciato la seguente:

sentenza

sul ricorso proposto da:
P.P., elettivamente domiciliato in ROMA VIA  SICILIA   235,  presso lo studio dell'avvocato DI GIOIA GIULIO, che lo difende, giusta delega in atti;

ricorrente –

contro

P.F., elettivamente domiciliata in ROMA  VIA  CAMPO   ROMANO  41,  presso  lo studio dell'avvocato LUCA DEL  GAIZO,  difesa dall'avvocato RIANNA ANDREA, giusta delega in atti;

controricorrente –

avverso  la   sentenza  n. 3803/02 della Corte  d'Appello  di  NAPOLI, depositata il 20/12/02;                                             
udita  la  relazione  della causa svolta nella Pubblica  udienza  del 23/11/06 dal Consigliere Dott. Salvatore BOGNANNI;
udito  il  P.M.  in persona del Sostituto Procuratore Generale  Dott. GOLIA Aurelio, che ha concluso per il rigetto del ricorso.

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

Con atto di citazione notificato il 23 settembre 1997 P. P. conveniva in giudizio dinanzi al pretore di Afragola la sorella germana P.F.. Esponeva che ella era proprietaria di un predio esteso mq. 239, sito in agro del Comune di Caivano, contrada (OMISSIS), catastalmente individuato al foglio (OMISSIS), partita n. (OMISSIS), particella n. (OMISSIS), per averlo avuto in donazione dalla madre, A.C., con atto pubblico a rogito del notaio Angelo Spena di Napoli del 26.11.1974, col quale la medesima aveva donato altri lotti, ricavati dall'unico suo fondo più vasto, agli altri quattro suoi figli. F. era emigrata in Belgio nel 1970, e da allora non si era più interessata del fondo in questione, che era stato affidato a lui per la coltivazione. Egli vi aveva anche costruito un capannone, e poscia lo aveva recintato, collocandovi pure un cancello all'ingresso. Siccome ormai il prescritto ventennio per la maturazione dell'usucapione era trascorso, P. chiedeva declaratoria di acquisto della proprietà per tale causa.
La convenuta si costituiva con comparsa di risposta, contestando l'assunto "ex adverso" dedotto. In particolare eccepiva che mai aveva abbandonato il fondo di sua proprietà, tanto che ogni volta che rientrava dal Belgio si occupava direttamente di esso, curandone la manutenzione, e provvedendo alle altre incombenze. Dopo la morte del padre si era rivolta ai fratelli, e in particolare a P., perchè provvedessero alla coltivazione del predio, per il quale sopportava anche le spese di gestione. Chiedeva perciò il rigetto della domanda, e contestualmente proponeva riconvenzionale, con cui rivendicava il rilascio dell'immobile; vinte le spese.
Venivano acquisiti atti, ed escussi i testimoni addotti dalle parti.
Con sentenza dell'11.12.2000 il tribunale di Napoli, sezione distaccata di Afragola, nel frattempo divenuto competente a seguito della soppressione della pretura, in accoglimento della domanda dell'attore, dichiarava che ormai P. aveva compiuto l'usucapione del bene, divenendone perciò proprietario, e conseguentemente rigettava la riconvenzionale.
Avverso quella sentenza P.F. interponeva appello dinanzi alla corte territoriale di Napoli, la quale, con sentenza del 5 luglio 2002, in accoglimento di esso, ha rigettato la domanda a suo tempo proposta da P.P., e, in accoglimento della riconvenzionale già proposta dalla convenuta, lo ha condannato al rilascio del fondo e al rimborso delle spese del doppio grado.
Essa ha osservato che dall'istruttoria espletata, era emerso che in realtà l'appellato non aveva compiuto l'usucapione, per non avere mai avuto il possesso, tanto che non aveva dimostrato la prescritta interversione. In ogni caso il termine previsto non sarebbe decorso, atteso che gli atti di eventuale possesso sarebbero stati compiuti in epoca inferiore a dieci anni prima rispetto alla instaurazione del giudizio.
Avverso tale sentenza P. ha proposto ricorso per Cassazione, sulla base di un unico motivo.
F. ha resistito con controricorso.

MOTIVI DELLA DECISIONE

Col motivo addotto a sostegno del gravame il ricorrente deduce violazione e/o falsa applicazione degli artt. 1141, 1142, 1158 e 1164 c.c., con riferimento all'art. 360 c.p.c., n. 3, in quanto la corte di appello non ha considerato che ormai egli aveva compiuto l'usucapione del predio, come avevano dichiarato i vari testimoni da lui indotti. Persino alcuni di quelli indicati da controparte avevano riferito che egli aveva curato il bene e lo possedeva come proprietario.
Il motivo è infondato.
La corte di appello ha osservato che i testimoni indotti dall'appellante in sostanza hanno un identico rapporto con l'appellato. Si trattava infatti dei fratelli di ambo le parti, e non vi era ragione, in virtù della quale la loro deposizione dovesse ritenersi inficiata di inattendibilità. Essi avevano dichiarato che il predio di F. faceva parte originariamente di un più vasto fondo, che tutti i componenti della famiglia avevano coltivato, e in particolare P. lo deteneva per incarico della sorella F., cui rendeva il conto, e che non poteva badare all'attività agricola per la sua assenza dovuta alla residenza all'estero. D'altronde il fatto che il ricorrente coltivasse il predio, rientrava certamente nella destinazione naturale del fondo e nell'incarico ricevuto dalla sorella. Solo successivamente la relazione col bene era diventata più intensa, allorquando P. aveva costruito il capannone, e poi aveva realizzato la recinzione del fondo. Ma ciò non solo aveva provocato le vibrate proteste della proprietaria, comunque si trattava di episodi che erano intervenuti a meno di dieci anni prima della instaurazione del processo; quindi in ogni caso il richiedente non aveva compiuto l'usucapione del predio.
L'assunto è esatto.
P. non aveva fornito la prova rigorosa di avere ottenuto la proprietà per usucapione, per la quale doveva dimostrare di avere intervenuto la detenzione, a suo tempo "concessagli", in possesso, e cioè con "l'animus rem sibi habendi", per il quale gli elementi probatori forniti non si erano rivelati decisivi.
Inoltre, trattandosi pacificamente di comodato, era ben comprensibile che, dati i rapporti di stretta parentela tra le parti, il comodatario eventualmente contribuisse con denaro anche proprio alle spese di gestione dell'immobile, che coltivava. Circa i rapporti di parentela, in casi del tipo di quello in esame, è noto che si ha una certa tolleranza tra il proprietario del fondo e chi lo usa, specialmente tra persone legate da stretti vincoli di parentado, come sorella e fratello nella fattispecie, nel senso che si verifica generalmente un' accondiscendenza nei confronti di chi usi un bene proprio da parte del proprietario, sia in ordine alla durata che alle modalità.
In proposito questa Corte più volte ha statuito che "gli atti di tolleranza, che secondo l'art. 1144 cod. civ., non possono servire di fondamento all'acquisto del possesso, sono quelli che, implicando un elemento di transitorietà e saltuarietà, comportano un godimento di modesta portata incidente molto debolmente sull'esercizio del diritto da parte dell'effettivo titolare o possessore, e soprattutto traggono la loro origine da rapporti di amicizia o familiarità o da consueti rapporti di buon vicinato i quali, mentre "a priori" ingenerano e giustificano la "permissio", conducono per converso ad escludere nella valutazione "a posteriori" la presenza di una pretesa possessoria sottostante al godimento derivatone. Peraltro, il vincolo di stretta parentela intercorrente tra i soggetti medesimi (nel caso, fratelli) consente di configurare la sussistenza della tolleranza anche in mancanza delle suindicate caratteristiche della breve durata e della limitata incidenza del godimento assentito" (V. Sentenza n. 18360 del 13/09/2004; Massime precedenti Vedi: N. 4751 del 1977 Rv. 388363, N. 11118 del 1991 Rv. 474325, N. 8498 del 1995 Rv. 493549, N. 12133 del 1997 Rv. 510584, N. 8194 del 2001 Rv. 547541).
Inoltre è da notare appunto che P. non aveva dimostrato di avere mai operato la necessaria interversione del possesso in opposizione alla germana, pur avendo solo come titolo il contratto di comodato precario.
Al riguardo questa Corte ha pure sancito il principio secondo cui "in tema di presunzione di possesso utile "ad usucapionem", l'art. 1141, primo comma, cod. civ. opera se e in quanto non si tratti di rapporto obbligatorio e presupponente quindi la mancanza di prova che il potere di fatto sulla cosa sia esercitato inizialmente come detenzione, in conseguenza non di un atto volontario di apprensione, ma di un atto o un fatto del proprietario possessore. In tal caso l'attività del soggetto che dispone della cosa non corrisponde all'esercizio di un diritto reale, occorrendo per la trasformazione della detenzione in possesso utile "ad usucapionem" il mutamento del titolo ex art. 1141 cod. civ., comma 2, che deve essere provato con il compimento di idonee attività materiali in opposizione al proprietario" (Cfr. SENT. 07271 DEL 12/05/2003; SENT. 07337 DEL 20/05/2002).
Sul punto perciò la sentenza impugnata risulta motivata in modo giuridicamente corretto e adeguato.
Nè è possibile in sede di legittimità prospettare un vaglio alternativo degli elementi acquisiti dal giudice di merito.
Al riguardo infatti la giurisprudenza insegna che "la valutazione degli elementi probatori è attività istituzionalmente riservata al giudice di merito, non sindacabile in cassazione se non sotto il profilo della congruità della motivazione del relativo apprezzamento" (V. SEZ. L SENT. 00322 DEL 13/01/2003).
Inoltre va osservato che non è ravvisabile nemmeno il vizio di insufficiente o contraddittoria motivazione, che si configura solamente allorquando non è dato desumere l'"iter" logico- argomentativo condotto alla stregua dei canoni ermeneutici seguiti per addivenire alla formazione del giudizio. In proposito invero la giurisprudenza insegna che "il vizio di omessa o sufficiente (o contraddittoria) motivazione, deducibile in sede di legittimità ex art. 360 cod. proc. civ., n. 5, sussiste solo se nel ragionamento del giudice di merito, quale risulta dalla sentenza, sia riscontrabile il mancato o deficiente esame di punti decisivi della controversia, e non può invece consistere in un apprezzamento dei fatti e delle prove in senso difforme da quello preteso dalla parte, perchè la citata norma non conferisce alla Corte di Cassazione il potere di riesaminare e valutare il merito della causa, ma solo quello di controllare, sotto il profilo logico-formale e della correttezza giuridica, l'esame e la valutazione fatta dal giudice del merito al quale soltanto spetta individuare le fonti del proprio convincimento, e, all'uopo, valutarne le prove, controllarne l'attendibilità e la concludenza, e scegliere, tra le risultanze probatorie, quelle ritenute idonee a dimostrare i fatti in discussione" (Cfr. SEZ. U SENT. 05802 DEL 11/06/1998).
Su tali punti dunque la sentenza impugnata risulta motivata in modo adeguato, nonchè giuridicamente corretto.
Ne deriva perciò che il ricorso va rigettato, con le conseguenti statuizioni di legge relativamente alle spese di questa fase, che si liquidano come in dispositivo.

P.Q.M.

La Corte rigetta il ricorso, e condanna il ricorrente al rimborso delle spese in favore della controricorrente, che liquida in complessivi Euro cento/00 per esborsi, ed Euro duemilacinquecento/00 per onorari, oltre a quelle generali e agli accessori di legge.
Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio della Sezione Seconda Civile, il 23 novembre 2006.

Depositato in Cancelleria il 9 gennaio 2007





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