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Cass. Civ. Sez. II n. 2659/1999 su esercizio possesso

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE
SEZIONE 2a CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:
Dott. Vittorio           VOLPE                   - Presidente -
Dott. Mario              SPADONE                 - Consigliere -
Dott. Rafaele            CORONA                  - Consigliere -
Dott. Alfredo            MENSITIERI              - Consigliere -
Dott. Antonino           ELEFANTE                - Consigliere rel. -

ha pronunciato la seguente

SENTENZA

sul ricorso iscritto al n. 6825-96 proposto da
SOLDINO MARIA, elettivamente domiciliata in Roma Via  Panaro  n.  11, presso  lo  studio  dell'Avv.  Vincenzo  Bartimmo  che   la   difende unitamente agli Avv.ti Marco Evangelisti ed Enrico Bastreri  come  da procura a margine del ricorso.

ricorrente

contro

CABONA RENATO, elettivamente domiciliato in Roma, V. Flaminia n. 195, presso lo studio dell'Avv. Sergio Vacirca in  sostituzione  dell'avv. Luciano Ventura, deceduto, che lo difende  anche  disgiuntamente  con l'Avv.  Camillo  Riccardo  Musso  come  da  procura  a  margine   del controricorso, il secondo e per procura speciale  del  13-11-97  Rep. 26528 il primo.

Contro ricorrente

per la cassazione della sentenza della Corte di Appello di Genova  n. 7-96 del 22.11.1995-13.1.1996.
Udita la relazione della causa  svolta  nella  pubblica  udienza  del 24.6.1998 dal Cons. Dott. Antonino Elefante.
Sentiti gli Avv.ti Vincenzo Bartimmo e Sergio Vacirca.
Udito il P.M. in persona del Sost. Proc. Gen.le Dott.  Aurelio  Golia che ha concluso per il rigetto del ricorso.

Svolgimento del processo

Con atto di citazione 15.5.1984, Renato Cabona conveniva Angelo Massa davanti al Tribunale di Genova al fine di sentir dichiarare l'inesistenza della servitù di passaggio "carraio o carrabile o veicolare o autoveicolare" a favore dell'appartamento del Massa, sito nel fabbricato (int. 10) di via Gianelli 82 Genova - Quinto, ed a carico di una porzione di terreno di sua proprietà destinata a corte, ove era stata collocata una sbarra per impedire l'abusivo ingresso dei veicoli.
Il Massa assumeva l'esistenza della servitù perché costituita con atto negoziale o per destinazione del padre di famiglia ovvero perché acquistata per usucapione.
Il Tribunale accoglieva la domanda del Cabona e dichiarava l'inesistenza della servitù in questione.
Su impugnazione del Massa, la Corte di Appello di Genova, con sentenza non definitiva, disattendeva la tesi di costituzione della servitù per contratto ovvero per destinazione del padre di famiglia, ed ammetteva la prova diretta a dimostrare l'acquisto per usucapione.
All'esito, la Corte di Appello, con sentenza definitiva n. 7-96 del 22.11.1995-13.1.1996, rigettava l'appello proposto dal Massa, al quale era succeduta la Maria Soldino, e confermava la decisione del Tribunale anche per la parte che aveva escluso l'acquisto della servitù di passaggio veicolare sul fondo di Cabona in virtù di usucapione.
Osservava la corte di merito che, essendo stata ammessa legislativamente l'usucapibilità delle servitù discontinue apparenti solo con l'entrata in vigore dell'attuale codice civile, il possesso utile ad usucapionem della servitù in questione poteva essere preso in considerazione solo a partire dall'entrata in vigore di detto codice, essendo irrilevante il possesso esercitato sotto il vigore del precedente codice civile.
Riteneva la corte di merito che dalle deposizioni testimoniali assunte, analiticamente esaminate e vagliate, non risultava raggiunta la prova certa dell'esercito di fatto del passaggio veicolare e quindi di un possesso utile ad usucapionem durato per almeno venti anni dalla via pubblica Gianelli all'ingresso del civico 82 a favore dei proprietari dell'appartamento int. 10, per cui non poteva essere accolta la domanda del Massa di acquisto della servitù di passo veicolare per usucapione.
Contro tale sentenza ha proposto ricorso per cassazione Maria Soldino, deducendo due motivi, ai quali Renato Cabona ha resistito con controricorso.
La ricorrente ha depositato memoria.

Motivi della decisione

Preliminarmente osserva il Collegio che l'eccezione, sollevata dal controricorrente, di inammissibilità del ricorso per difetto di procura è infondata, giacché questa, apposta a margine del ricorso ancorché con espressioni generiche, ma che tuttavia non escludono univocamente la volontà della parte di proporre ricorso per cassazione, deve ritenersi nel dubbio speciale e non generica, in applicazione del principio interpretativo di conservazione dell'atto giuridico (art. 1367 c.c.), di cui è espressione l'art. 159 c.p.c. per gli atti processuali (Cass. 1.4.1997 n. 2842), non contenendo elementi incompatibili con il requisito di specialità, richiesto dalla norma (art. 365 c.p.c.), per il giudizio di cassazione (Cass. 28.3.1997 n. 2791), ma anzi elementi favorevoli come è dato desumere dall'elezione di domicilio in Roma, dove appunto ha sede la Suprema Corte di Cassazione (Cass. 13.5.1997 n. 4796). 1. Con il primo motivo, denunciando contraddittorietà della motivazione (art. 360 n. 3 - 5 c.p.c.), la ricorrente, dopo aver riportato ampi brani della sentenza non definitiva passata in giudicato, assume che l'impugnata sentenza avrebbe effettuato un salto laddove, ignorando la già accertata apparenza ed esistenza di sogni oggettivi, ha proceduto ad un'indagine valutativa delle dichiarazioni dei testi e dei soggetti che esercitarono il passaggio in relazione con l'appartamento int. 10, per giungere, in base ad un'analisi frammentaria e completamente slegata dai luoghi, alla conclusione della mancata acquisizione della prova dell'avvenuto esercizio della servitù di passaggio. In tal modo la sentenza non definitiva, la ratio e le finalità del capitolo di prova ammesso della stessa Corte di Appello, vale a dire accertare la continuità di esercizio di un passaggio già oggettivamente apparente da parte di autoveicoli a servizio degli abitanti dell'edificio civ. 82, sarebbero state completamente disattese e sarebbe stato adottato un metodo di indagine analitico proteso alla individuazione dei singoli atti di passaggio e delle qualità dei soggetti che lo esercitarono, alla ricerca di una prova quasi impossibile.
Il motivo è infondato.
Colui che assume di essere titolare della servitù apparente di passaggio con veicoli o autoveicoli deve fornire la prova dell'acquisto di tale servitù, senza che possa essere sufficiente la mera sussistenza delle relative opere visibili e permanenti, non costituendo l'esistenza di siffatti elementi un autonomo modo di acquisto della servitù stessa, ma solo il presupposto dell'acquisto mediante usucapione o destinazione del padre di famiglia (art. 1061 c.c.) (Cass. 27.9.1996 n. 8527; 28.8.1993 n. 9138; 6.11.1985 n. 5396).
Pertanto, qualora delle risultanze processuali emerga il solo requisito obiettivo dell'apparenza, vale a dire l'esistenza in loco di una strada o di altra opera idonea che colleghi il fondo dominante con una pubblica via attraverso il fondo ritenuto servente, non può inferirsi raggiunta la prova dell'acquisto per usucapione della servitù di passaggio con veicoli o autoveicoli, in mancanza di un possesso ultraventennale.
A tali principi l'impugnata sentenza si è conformata, allorché ha affermato che dall'esame delle deposizioni testimoniali non era emersa la prova certa del possesso per venti anni della servitù di passaggio con veicoli a favore dell'appartamento n. 10 del fabbricato di via Gianelli contraddistinto con il civico n. 82, disattendo quindi la tesi dell'acquisto di tale servitù per usucapione.
Infondatamente la ricorrente, come ulteriormente illustrato in memoria, assume contraddizione tra la sentenza non definitiva che ha riconosciuto l'apparenza della servitù e l'impugnata sentenza che ha ritenuto non raggiunta la prova dell'usucapione, atteso che dal solo elemento dell'apparenza non è possibile dedurre anche l'esistenza dei due requisiti concorrenti che sono necessari per l'usucapione (possesso e tempo).
Nel resto il motivo, attraverso la critica dell'indagine metodologica seguita dalla Corte di Appello, introduce una censura di merito, dato che la valutazione delle risultanze della prova testimoniale e il giudizio sull'attendibilità dei testi e sulla credibilità di alcuni invece che di altri - come la scelta, fra le varie risultanze probatorie di quelle ritenute più idonee a sorreggere la decisione - involgono apprezzamenti di fatto riservati al giudice di merito, il quale, nel porre a fondamento della decisione una fonte di prova ad esclusione di altre, non incontra altro limite che quello di indicare le ragioni del proprio convincimento, senza essere peraltro tenuto a discutere ogni singolo elemento o a confutare tutte le deduzioni avverse (Cass. 14.4.1994 n. 3498), onde la sentenza impugnata non è suscettibile di cassazione per il solo fatto che gli elementi considerati dal giudice di merito siano, secondo l'opinione del ricorrente, tali da consentire una diversa valutazione, conforme alla tesi da lui sostenuta. 2. Con il secondo motivo, deducendo vizio logico e carenza di motivazione (art. 360 n. 3 e 5 c.p.c.), la ricorrente si duole che l'impugnata sentenza abbia ritenuto non acquisita la prova di un possesso utile ad usucapionem durato sicuramente per almeno 20 anni.
Al riguardo la ricorrente assume che, saldando le diverse testimonianze (Criniti Salvatore, Angelini Giovanna, Cherchi Adele e Ferro Rita) e tutti gli altri elementi di prova acquisiti in causa, sarebbe stata raggiunta la prova del possesso ultraventennale del passaggio veicolare.
Il motivo è infondato.
Esso suggerisce una soggettiva ricostruzione della durata del possesso diversa da quella alla quale è pervenuta la Corte di Appello previo esame e valutazione delle risultanze testimoniale, adducendo, quale vizio logico, una diversa valutazione delle stesse testimonianze esaminate dalla Corte di Appello e proponendo una diversa interpretazione sulla base di personali e ipotetiche considerazioni: si tratta, pertanto, di una censura che nel suo complesso investe l'accertamento di un fatto (durata del possesso) che, in quanto congruamente eseguito dal giudice di merito, è incensurabile in sede di legittimità.
Il ricorso deve essere, pertanto, respinto, con condanna della ricorrente al pagamento delle spese del giudizio di cassazione, liquidate come in dispositivo.. (*)

P.Q.M.

La Corte rigetta il ricorso e condanna la ricorrente al pagamento delle spese del giudizio di cassazione, che liquida in complessive L. 208.700, oltre L. 2.500.000 per onorario.

Così deciso in Roma, nella Camera di Consiglio della 2 Sezione Civile, il 24 giugno 1998.





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