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Cass. Civ. Sez. III n. 17813/02 e Cass. Civ. Sez. I n. 425/00 su anatocismo bancario

Cass. Civ. Sez. III del 13 dicembre 2002 n. 17813

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE
SEZIONE TERZA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:
Dott. Vittorio          DUVA              - Presidente -
Dott. Paolo             VITTORIA          - Rel. Consigliere -
Dott. Michele           VARRONE           - Consigliere -
Dott. Renato            PERCONTE LICATESE - Consigliere -
Dott. Giovanni Battista PETTI             - Consigliere -
ha pronunciato la seguente

SENTENZA

sul ricorso proposto da:
MISSEROTTI GIANNI, elettivamente domiciliato in ROMA VIA OTRANTO, 36, presso  lo  studio  dell'avvocato  MARIO  MASSANO,  che  lo   difende unitamente all'avvocato ENRICO CORNELIO, giusta delega in atti;

ricorrente –

contro

GASPARINI  LEO  &  C  SNC,  GASPARINI  LEO,  in  persona  del  legale rappresentante p.t. sig. Leo Gasparini, elettivamente domiciliati  in ROMA VLE G MAZZINI 134,  presso  lo  studio  dell'avvocato  SALVATORE POLITANO, che li difende unitamente  all'avvocato  CLAUDIO  CAMPANER, giusta delega in atti;

controricorrente –

avverso la sentenza n. 1153-98  della  Corte  d'Appello  di  Venezia, sezione  II  civile  emessa  il  23-6-98,  depositata  il   01-10-98; RG.1882-94,
udita la relazione della causa  svolta  nella  pubblica  udienza  del 18-09-02 dal Consigliere Dott. Paolo VITTORIA;
udito l'Avvocato POLITANO SALVATORE;
udito il P.M. in persona del  Sostituto  Procuratore  Generale  Dott. Antonietta CARESTIA che ha concluso per accoglimento  del  3   motivo rigetta del resto.

Svolgimento del processo

1. - Gianni Misserotti sottoscriveva una dichiarazione di debito, datata 18.3.1986, dove dichiarava di essere debitore di Leo Gasparini della somma di L. 13.100.000 ricevuta a titolo di mutuo personale. La somma non era gravata da alcun interesse e avrebbe dovuto essere restituita entro il 30.10.1986, mentre in caso di restituzione tardiva era riconosciuto un interesse del 24% annuo composto.
Sulla base di tale prova scritta, Leo Gasparini, con ricorso al presidente del tribunale di Venezia, depositato il 5.3.1987, chiedeva fosse ingiunto a Gianni Misserotti di pagare la somma di L.
13.100.000, con gli interessi.
2. - Gianni Misserotti proponeva opposizione avverso il decreto nel frattempo emesso.
Con la citazione notificata il 3 e 4.4.1987, conveniva in giudizio oltre a Leo Gasparini la società in nome coll. Gasparini geom. Leo e C.
2.1. - L'attore, nella citazione in opposizione, riproduceva anzitutto il testo di una sua precedente citazione, notificata alle stesse parti, notificata l'11.3.1987.
V'erano stati esposti i seguenti fatti ed elementi di diritto.
Egli aveva acquistato un garage da una società edile di cui era socio Leo Gasparini.
Era stato convenuto che il prezzo di L. 13.100.000 sarebbe stato da lui pagato mediante una fornitura di serramenti.
La fornitura avrebbe dovuto essere eseguita entro il 30.10.1986.
Contestualmente alla dichiarazione di debito fatta valere con la domanda d'ingiunzione, dove s'era prevista la restituzione della somma di L. 13.100.000 per il 30.10.1986 a favore di Leo Gasparini, era stato sottoscritto tra la società Gasparini, di cui Leo Gasparini era socio ed il Misserotti, l'accordo sulla fornitura, prevedendo che i serramenti andassero forniti entro la stessa data del 30.10.1986, e che il prezzo ne sarebbe stato pagato con un acconto di L. 13.100.000 ed il resto in successive rate.
In tal modo, come in precedenti occasioni, all'esecuzione della fornitura sarebbero stati pareggiati i due debiti.
L'accordo relativo alla fornitura conteneva però una clausola per cui la committente avrebbe dovuto confermare l'appalto entro il 30.5.1986, altrimenti il contratto sarebbe stato annullato senza risarcimento per le parti.
La conferma v'era stata, ma la società aveva in seguito frapposto ostacoli alla consegna dei materiali.
Le conclusioni esposte in tale citazione erano state le seguenti.
Accertare che la convenzione 18.3.1986 stipulata tra la società in nome coll. Gasparini e Gianni Misserotti e la dichiarazione unilaterale sottoscritta in pari data da Misserotti costituivano un unico contratto per il pagamento del prezzo di un immobile.  Accertare che la condizione cui era stata sottoposta la convenzione s'era realizzata, ma la ditta Gasparini non aveva adempiuto da parte sua al contratto.
Condannare la ditta Gasparini a risarcire il danno contrattuale.
Per il caso di risoluzione di tale contratto, accertare e dichiarare che il credito per il danno andava parzialmente o totalmente compensato con il credito di L. 13.100.000 della ditta Gasparini.
2.2. - L'attore, esaurito il richiamo della sua precedente citazione, riferiva d'avere accertato che, in confronto suo e di sua moglie, era stato chiesto nel frattempo un altro decreto d'ingiunzione per la somma di L. 10.000.000; dichiarava di proporre opposizione a quello richiesto contro di lui, dopo essersi rifatto alla precedente esposizione dei fatti, chiedeva che il decreto fosse revocato e venisse dichiarato che nulla doveva a Leo Gasparini o che comunque nella previsione contrattuale delle parti il suo debito andava compensato con quello della società Gasparini nei suoi confronti.
3. - Nello stesso torno di tempo era stato iniziato dalla società Gasparini geom. Leo e C. contro Misserotti un giudizio speculare a quello proposto dal Misserotti prima di opporsi all'ingiunzione, con il contrapposto oggetto di far accertare che il contratto per la fornitura dei serramenti s'era sciolto perché ne era mancata la conferma.
4. - Il tribunale di Venezia, riunite le cause, le decideva con sentenza del 29.11.1993.
Dava conto del fatto che alle tre cause era stata prima riunita e poi separata una quarta causa, tra la società Gasparini geom. Leo e C. da una parte, e i coniugi Gianni Misserotti e Anna Comin, dall'altra, causa che era stata decisa con una precedente sentenza.
Vi aveva dato origine la pretesa della società di ottenere dai due coniugi il pagamento di L. 10.000.000, anch'essa oggetto di una dichiarazione di debito, che parimenti era stata sottoscritta il 18.3.1986, per una somma da pagare entro il 15.4.1986, con analoga clausola di interessi.
La domanda era stata rigettata, su opposizione ad ingiunzione dei due coniugi, per essere stato accertato che il debito era stato estinto.
Quanto alle residue tre cause riunite, dopo aver considerato che Leo Gasparini e la società non avevano negato il collegamento di fatto tra i rapporti, riteneva che non fosse stata raggiunta la prova della conferma del contratto di fornitura e perciò da un lato dichiarava svincolata la società dal rapporto obbligatorio nato dall'accordo 18.3.1986, dall'altro rigettava l'opposizione proposta dal Misserotti.
5. - La decisione è stata confermata dalla corte d'appello con sentenza dell'1.10.1998.
Gianni Misserotti ne ha chiesto la cassazione con ricorso notificato il 12.11.1999.
Leo Gasparini e la società in nome coll. Gasparini geom. Leo e C.
hanno resistito con controricorso.
Il ricorrente ha depositato una memoria.

Motivi della decisione

1. - La corte d'appello ha deciso la controversia sulla base di questi argomenti.
1.1. - Per rigettare l'opposizione all'ingiunzione, rivolta a far dichiarare che Leo Gasparini non aveva diritto al pagamento della somma di L. 13.100.000 indicata nella dichiarazione di debito, ha detto:
- in primo luogo, che non poteva essere accolta la pretesa di Misserotti, ribadita nel primo motivo di appello, di considerare come un unico contratto sia il contenuto della sua dichiarazione sia l'oggetto della convenzione.
Ciò perché si trattava di negozi giuridici stipulati tra parti diverse, la prima tra Misserotti e Leo Gasparini, la seconda tra Misserotti e la società Gasparini;
- in secondo luogo, che da un lato la dichiarazione di debito era valida, dall'altro Misserotti non aveva sostenuto di non dovere a Leo Gasparini la somma indicata nella dichiarazione, ma solo di aver diritto ad opporvi in compensazione il credito per i danni sorto dall'inadempimento della società Gasparini alla convenzione.
1.1.2. - Sempre nell'ambito della opposizione all'ingiunzione, con l'appello Misserotti aveva chiesto di accertare che egli non doveva gli interessi al tasso annuo del 24% composto, perché il patto di interessi composti andava contro il divieto dell'anatocismo e perché il tasso degli interessi era usurario.
La difesa - ha detto la corte d'appello - integrava una nuova eccezione che poteva essere proposta in appello, ma che non era fondata, perché il patto costituiva nel suo complesso una clausola penale, di contenuto lecito e della quale la parte non aveva chiesto la riduzione.
1.2. - Per rigettare la domanda proposta contro la società Gasparini, intesa a farla condannare al risarcimento del danno per essersi rifiutata di prestare adempimento alla convenzione, la corte d'appello ha detto che doveva escludersi che il Gasparini, inviando al Misserotti un foglio, senza data, su cui risultavano indicate alcune misure di fori nonché la qualità del legno degli infissi oggetto della preventivata fornitura, avesse voluto dare effettivamente quella conferma che, secondo le parti avrebbe dovuto rivestire forma scritta: il contenuto del foglio ed il suo invio poteva ben essere inteso come ulteriore fase di precisazione e preparazione dell'esecuzione del contratto d'appalto.
2. - Il ricorso contiene tre motivi.
3. - Il primo denunzia vizi di violazione di norme di diritto, di norme sul procedimento e di difetto di motivazione (art. 360, n. 3, 4 e 5, cod. proc. civ., in relazione agli artt. 2730 cod. civ. e 112 cod. proc. civ.).
Il ricorrente osserva che nelle due cause egli aveva sostenuto questa tesi - la sua obbligazione di pagare la somma di L. 13.100.000 s'era estinta perché gli era stato riconosciuto un corrispondente credito come acconto sul contratto di fornitura dei serramenti, il cui ordine gli era stato confermato con l'appunto scritto del Gasparini sulle misure delle finestre.
Tre erano state le prove offerte al riguardo.
La confessione giudiziale circa la provenienza dell'appunto dal Gasparini; riferirsi l'appunto alle misure delle finestre; una confessione successiva alle scritture che il debito del Misserotti nei confronti del Gasparini ammontava al 27.6.1986 a L. 3.500.000 (ma è verosimile che si sia inteso dire L. 3.150.000).
Lamenta il ricorrente che nella sentenza questo documento non sia stato affatto preso in considerazione: eppure esso era successivo di tre mesi alla dichiarazione di debito ed alla convenzione e dunque doveva riflettere la situazione, a quella data, dei rapporti di dare e avere che erano scaturiti dagli atti negoziali precedenti.
Aggiunge che, nell'atto di appello, aveva formulato una conclusione subordinata, intesa a che fosse dichiarato che il suo debito al 27.6.1986 era di L. 3.150.000 e non quello indicato nell'ingiunzione.
Ma su questa conclusione è mancata ogni pronuncia.
Tanto è mancata - si osserva nel motivo - che nella sentenza si è attribuita al ricorrente solo la difesa volta a compensare il suo debito, risultante dalla dichiarazione, con il credito di danni da inadempimento della convenzione, e non appunto quella intesa a vedere accertato che il suo debito residuo era sceso al 27.6.1986 a L.
3.150.000.
3.1. - Il secondo motivo denuncia vizi di violazione di norme sul procedimento e di difetto di motivazione (art. 360 n. 3 e 5 cod.
proc. civ., in relazione all'art. 112 dello stesso codice).
Il ricorrente sostiene che è mancata ogni pronuncia a riguardo delle domande relative alla convenzione 18.3.1986 tra lui e la società Gasparini.
3.2. - I due motivi debbono essere esaminati insieme.
3.3. - L'esame dell'atto d'appello, necessario per rilevare se il ricorrente vi ha svolto la difesa che sostiene non sia stata esaminata, mostra il contenuto che si dirà.
Misserotti, in primo grado, aveva sostenuto che dichiarazione di debito per L. 13.100.000 e contratto di fornitura per identica cifra, sottoscritti nella stessa data del 18.3.1986, erano tra loro interdipendenti, sebbene la prima fosse stata rilasciata a Leo Gasparini e la seconda avesse visto impegnarsi la società Gasparini:
su questa base aveva inteso sostenere che il contratto con la società Gasparini era divenuto efficace, ma la società non vi aveva adempiuto, ed aveva inteso opporre in compensazione al credito di Leo Gasparini verso di lui, il proprio credito per risarcimento del danno verso la società Gasparini.
Questo schema difensivo, come si è visto, è stato esaminato dalla corte d'appello che ha detto non potersi opporre a Leo Gasparini le vicende del contratto sottoscritto dallasocietà Gasparini; d'altra parte, questo contratto era rimasto inefficace, perché non sera verificata la condizione cui era stato sottoposto.
Venendo ora all'atto d'appello, si può constatare che in questo Misserotti ha svolto anche un diverso schema difensivo.
Questo ulteriore schema difensivo ha assunto due funzioni.
Una, primaria, di continuare a sostenere che il contratto era divenuto efficace.
A questo scopo, Misserotti ha inteso utilizzare come prova un atto, che nel primo motivo di ricorso è stato definito "la confessione successiva alle scritture che il debito del Misserotti nei confronti del Gasparini al 27.06.86 ammontava a L. 3.500.000" (ma, come si è detto, a L. 3.150.000).
Si è trattato di un foglio dal quale - secondo l'attuale ricorrente ed allora appellante - doveva risultare che, alla data del 27.6.1986, egli aveva eseguito una fornitura di materiali, per cui avrebbe dovuto ricevere un pagamento di L. 13.146.000, a fronte del quale gli era stata calcolata, a pareggio del suo credito una somma di L. 10.000.000, risultante da altra dichiarazione di debito (quella che Misserotti aveva firmato con la moglie ed aveva dato luogo all'altro decreto d'ingiunzione ed all'opposizione, che il tribunale aveva accolto, come si è riferito).
Rispetto alla domanda proposta da Leo Gasparini con il ricorso per decreto d'ingiunzione, questo secondo schema difensivo doveva dunque valere come integrazione della prova che l'accordo 18.3.1986 per la fornitura di serramenti, intervenuto con la società Gasparini era stato confermato, tanto che le parti, al 27.6.1986, in contemplazione della sua esecuzione, avevano considerato che il residuo debito di Misserotti sarebbe ammontato a L. 3.150.000, La seconda funzione del nuovo schema difensivo è stata quella di supportare una domanda subordinata, volta a far dichiarare che il debito residuo di Misserotti verso Leo Gasparini era sceso al 27.6.1986 a L. 3.150.000.
3.4. - Questo nuovo schema difensivo, in quanto si contrapponeva alla domanda d'ingiunzione e per la parte in cui vi si contrapponeva, avrebbe dovuto essere discusso dal giudice d'appello, perché, nei giudizi cui dà luogo l'opposizione all'ingiunzione, le difese dell'opponente non assumono il ruolo delle domande, bensì delle eccezioni e, in base all'art. 345 cod. proc. civ., nel testo vigente all'epoca, prima della riforma del 1990, nuove eccezioni erano ammissibili anche in appello (Cass. 11 gennaio 1989 n. 63; 19 maggio 2000 n. 6528).
Dalla sentenza impugnata non appare che tale schema difensivo sia stato preso in considerazione.
3.4.1. - Si deve tuttavia considerare che, non diversamente da quello sviluppato con l'opposizione, anche questo secondo schema difensivo postulava la possibilità di opporre la vicenda relativa alla conferma ed esecuzione dell'accordo con la società Gasparini, sottoscritto il 18.3.1986 per la fornitura dei serramenti, alla pretesa di Leo Gasparini fondata sul riconoscimento di debito.
Orbene, la sentenza impugnata ha escluso tale possibilità già in linea di principio - come si è riferito al n. 1.1.
Questo argomento presenta idoneità a costituire motivazione di rigetto anche del secondo sistema difensivo, che non aveva quindi ragione d'essere espressamente preso in esame.
Nè questo argomento è stato investito da critica.
Dunque, non c'è nella sentenza vizio di omessa pronuncia per non avere la corte d'appello tenuto conto dell'assunto del ricorrente che il suo debito verso Leo Gasparini era stato ridotto a L. 3.150.000.
In conclusione, il primo motivo, per questa parte, non è fondato.
3.4.2. - Conviene ancora soffermarsi sull'altro aspetto del motivo, quello del mancato esame del documento costituito dalla "confessione successiva alle scritture che il debito del Misserotti nei confronti del Gasparini al 27.06.86 ammontava a L. 3.500.000".
Orbene, la dichiarazione confessoria di cui nel motivo si è lamentato il mancato esame come spiegava l'attuale ricorrente nel proprio atto d'appello (a pag. 8) - era la parte conclusiva di un documento, già valorizzato nel diverso giudizio di opposizione all'ingiunzione chiesta, quella volta dalla società Gasparini, contro i coniugi Misserotti, per 10.000.000 di lire sulla base di altra dichiarazione di debito da loro sottoscritta per quella cifra.
Si diceva dunque a pagina 8 dell'atto di appello, che "I signori Misserotti fecero opposizione esibendo la quietanza datata 27.6.1986, da cui risultava che il (ma forse al) debito di L. 10.000.000 veniva opposto in parziale compensazione un credito del Misserotti per forniture di L. 13.146.000. Leggiamo il testo: dopo alcuni conteggi che non interessano l'attuale questione si indica una cifra totale di L. 13.146.000. A fianco vi era la parola acconto visibilmente cancellata e sostituita da "saldo 27.6.86 L. 3.150.000. Saldo di L.
10.000.000 pagata da Misserotti e con pareggio dichiarazione di debito. Firmato Misserotti e Leo Gasparini"". Ed a pagina 9: - "È pacifico che i L. 13.146.000 venivano considerati come credito del Misserotti tanto è vero che tale credito viene considerato ridotto a saldo il 27.6.1986 a L. 3.150.000 in quanto L. 10.000.000 di debito del Misserotti di cui alla dichiarazione di debito vengono posti in compensazione "con pareggio di dichiarazione di debito"".
Orbene, ciò che si potrebbe desumere da questa spiegazione che la parte dava del documento è che, per avere eseguito una fornitura di maggior valore alla società Gasparini, al 27.6.1986 era rimasta in credito verso la società di L. 3.150.000, perché il suo credito per la prima parte del prezzo, L. 10.000.000, era stato compensato con il corrispondente debito risultante da una diversa dichiarazione.
È chiaro, allora, che, sotto questo aspetto, il documento è affatto privo di decisività in rapporto alla conclusione formulata in appello, come eccezione alla domanda d'ingiunzione, che il debito di Misserotti riveniente dalla dichiarazione di riconoscimento per L.
13.100.000 s'era ridotto a L. 3.150.000.
Avrebbe potuto assumere valore rispetto ad una conclusione volta a far ridurre quel debito di L. 3.150.000, ma nè tale conclusione è stata formulata nè sarebbe valsa a superare lo sbarramento opposto dalla corte d'appello, che tale credito non era maturato da un rapporto diretto con Leo Gasparini, bensì con la società.
Se poi gli si vuole attribuire la valenza di prova che l'accordo 18.3.1986 con la società per la fornitura di serramenti era stato confermato, il documento torna a non essere decisivo perché nulla è detto dalla parte a proposito della congruenza tra serramenti da fornire secondo l'accordo e materiali tenuti a calcolo nel documento.
Il primo motivo dunque è infondato anche sotto questo aspetto e lo è perciò nel suo complesso.
3.4.3 - Anche il secondo motivo non è fondato.
Si è visto, al n. 1.2, che la corte d'appello ha escluso vi sia stata conferma dell'accordo.
Si è appena finito di considerare che questa decisione non presenta vizi di motivazione.
Non avverata - secondo l'accertamento della corte d'appello - la condizione cui l'accordo era stato sottoposto, nessun'altra pronuncia andava resa sulle ulteriori domande, che invece postulavano che il contratto fosse divenuto efficace.
4. - Il terzo motivo investe il punto della decisione (sopra riassunto al n. 1.1.2) circa l'interesse composto del 24% previsto nella dichiarazione di riconoscimento di debito per il caso di ritardo nel pagamento.
4.1. - È stato obiettato dai resistenti che questo motivo non è ammissibile, perché la questione è stata sollevata dall'attuale ricorrente per la prima volta con l'appello.
Ma il giudice di secondo grado si è pronunciato in modo espresso a proposito del fatto che si trattava bensì di una nuova eccezione, ma ciò non era di ostacolo alla sua ammissibilità.
Questo punto della decisione non ha costituito oggetto di ricorso incidentale.
4.2. - Il motivo contiene due critiche.
4.2.1. - La prima critica è che, se si ammettesse la possibilità di pattuire interessi moratori anatocistici in forma di clausola penale, il divieto dell'anatocismo risulterebbe sempre aggirabile.
Per questa parte il motivo è fondato.
Nella dichiarazione di debito, Misserotti si dichiarava debitore della somma di L. 13.100.000, ricevuta a titolo di mutuo personale e si impegnava a restituirla, senza pagare interessi, entro il 30.10.1986.
L'avesse restituita tardivamente, avrebbe dovuto pagare un interesse del 24% annuo composto.
L'obbligazione di Misserotti era dunque un'obbligazione che aveva ad oggetto una somma di danaro (art. 1224 cod. civ.).
Nelle obbligazioni pecuniarie, se prima della mora non sono dovuti interessi, le parti possono pattuire la misura degli interessi che saranno dovuti in caso di mora.
L'art. 1283 cod. civ., che si applica anche agli interessi moratori (Cass. 24 maggio 1986 n. 3500), non consente che essi producano interessi se non in forza di convenzione posteriore alla loro scadenza, purché si tratti di interessi che siano maturati per almeno sei mesi.
È altrimenti necessario che gli interessi sugli interessi siano richiesti in modo espresso con la domanda giudiziale (Sez. Un. 14 ottobre 1998 n. 10156), proposta dopo che gli interessi scaduti abbiano maturato la loro idoneità a produrne altri.
La nullità del patto anteriore alla scadenza comporta che gli interessi secondari, quelli derivanti da anatocismo, non possano essere dovuti che al tasso legale: l'art. 1284 cod. civ. si applica anche agli interessi secondari (Cass. 10 settembre 1990 n. 9311);
solo con una convenzione successiva può essere previsto un diverso tasso.
Quelli chiesti, con la domanda giudiziale, in mancanza di una convenzione successiva che ne determini la misura in cifra superiore al tasso legale, non possono essere dovuti che al tasso legale.
Orbene, il giudice di appello, nella sentenza impugnata, ha affermato che questa disciplina non si applica, perché l'interesse composto è stato pattuito con una clausola penale.
Se non che, quando l'art. 1224, secondo comma, cod. civ. prevede e disciplina gli effetti del patto con cui le parti predeterminano la misura degli interessi dovuti per il ritardo nell'adempimento di una obbligazione pecuniaria, altro non fa che configurare una clausola penale, con riferimento ad un tipo di obbligazione principale ed al contenuto della prestazione assunta ad oggetto della penale.
Una clausola di questo contenuto non si può perciò sottrarre all'operare della regola dell'anatocismo.
Questa regola si estende infatti ad ogni obbligazione di interessi dovuti per il ritardo nel pagamento di un'obbligazione pecuniaria (Sez. Un. 17 luglio 2001 n. 9653) e l'obbligazione che sorge da una clausola penale del tipo in discussione ha appunto ad oggetto quella di pagare interessi per il ritardato adempimento di un'obbligazione pecuniaria.
4.2. - La seconda critica è che la corte d'appello ha del tutto omesso di prendere in considerazione l'eccezione secondo la quale, entrata in vigore della L. 7 marzo 1996, n. 108, un interesse del 24% è divenuto un interesse usurario e, dunque, non avrebbe più potuto essere preteso.
Per questa seconda parte, per contro, il motivo non è fondato, perché la questione che non è stata esaminata, alla luce della norma di cui è stata chiesta l'applicazione, non è conforme a diritto.
L'art. 1.1. del D.L. 29 dicembre 2000, n. 394, conv. con modif.
nella L. 28 febbraio 2001, n. 24, ha stabilito che il tasso degli interessi si considera usurario non con riferimento al tempo in cui sono dovuti, ma in riferimento a quello in cui sono stati promessi o convenuti - in tal modo è stata formulata una interpretazione autentica della L. 7 marzo 1996, n. 108, di cui la Corte costituzionale, nella sentenza 27 febbraio 2002 n. 29, ha escluso l'illegittimità.
Siccome la convenzione sulla misura degli interessi è anteriore alla entrata in vigore della L. 7 marzo 1996, n. 108, la sua disciplina non le si può applicare.
D'altro canto l'obbligazione di cui si discute neppure rientra nell'ambito di applicazione dell'art. 1.2. del decreto.
5. - Il ricorso è in parte rigettato e in parte è accolto.
La sentenza, in parziale accoglimento del terzo motivo, è cassata quanto alla causa di opposizione ad ingiunzione nei rapporti tra Gianni Misserotti e Leo Gasparini.
Le parti di questa causa sono rimesse davanti al giudice di rinvio che si indica in diversa sezione della corte d'appello di Venezia.
Il giudice di rinvio, nell'esame della domanda di condanna al pagamento dell'interesse composto e dell'eccezione relativa alla nullità della convenzione che ne prevede il pagamento si uniformerà al seguente principio di diritto: - "La disciplina dell'anatocismo si applica ad un patto, qualificato dal giudice di merito come clausola penale, con cui le parti, per il caso di ritardo nell'adempimento di obbligazione pecuniaria, stabiliscano siano dovuti interessi e ne determinano la misura".
Il giudice di rinvio provvederà sulle spese di questo grado del giudizio anche nei confronti delle parti indicate.
La cassazione della sentenza, nei limiti indicati, estende i suoi effetti al capo relativo alla liquidazione delle spese del giudizio di secondo grado, eseguito in somma complessiva a favore delle altre due parti del processo e tenendo conto del suo esito complessivo.
Per la liquidazione di tali spese nei rapporti tra Gianni Misserotti e la società Gasparini geom. Leo anche queste parti sono rimesse davanti al giudice di rinvio, che provvederà anche sulle spese di questo grado.

P.Q.M.

La Corte accoglie il ricorso per quanto di ragione, cassa in relazione la sentenza impugnata e rinvia anche per le spese ad altra sezione della corte d'appello di Venezia.

Così deciso il giorno 18 settembre 2002, in Roma, nella camera di consiglio della terza sezione civile della Corte suprema di cassazione.

 

 

 Cass. Civ.  Sez. I  del 15 gennaio 2000 n. 425

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE
SEZIONE PRIMA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. Mario                 CORDA               - Presidente -
Dott. Pasquale             REALE                - Consigliere -
Dott. Ugo Riccardo     PANEBIANCO   - Rel. Consigliere -
Dott. Walter                CELENTANO      - Consigliere -
Dott. Francesco           FELICETTI          - Consigliere -
ha pronunciato la seguente

SENTENZA

sul ricorso proposto da:
CONSORZIO ZONA INDUSTRIALE DI INTERESSE REGIONALE PREDDA  NIEDDA,  in persona del Presidente pro tempore, elettivamente domiciliato in ROMA PIAZZA CAVOUR 10, presso l'avvocato BARUCCO FERDINANDO, rappresentato e difeso dall'avvocato GIUSEPPE BASSU, giusta procura a  margine  del ricorso;

ricorrente –

contro

RUGGIU PAOLA o RUGIU;

intimata –

e sul 2  ricorso n  11187-98 proposto da:
RUGGIU o RUGIU PAOLA, elettivamente domiciliata in ROMA VIA ARCHIMEDE 35, presso l'avvocato LUCIO FRANCARIO, che la rappresenta e  difende, giusta procura speciale per Notaio Vittorio Azzani di Bologna rep. n. 37174 del 21.5.1998;

controricorrente e ricorrente incidentale –

contro

CONSORZIO ZONA INDUSTRIALE DI INTERESSE REGIONALE PREDDA NIEDDA;

intimato –

avverso la sentenza n. 149-97  della  Corte  d'Appello  di  CAGLIARI, Sezione distaccata di SASSARI, depositata il 09-07-97;
udita la relazione della causa  svolta  nella  pubblica  udienza  del 22-09-99 dal Consigliere Dott. Ugo Riccardo PANEBIANCO;
udito per il resistente e ricorrente incidentale, l'Avvocato Torrese, con delega, che ha chiesto il rigetto del ricorso;
udito il P.M. in persona del  Sostituto  Procuratore  Generale  Dott. Antonio BUONAJUTO che ha  concluso  per  il  rigetto  di  entrambi  i ricorsi.

Svolgimento del processo

Con atto di citazione notificato in data 1.12.1987 Rugiu Paola e Rugiu Giulio convenivano in giudizio avanti alla Corte d'Appello di Cagliari il Consorzio per la Zona Industriale di Interesse Regionale "Predda Niedda" con sede in Sassari, esponendo che il Consorzio, con una procedura peraltro illegittima, aveva occupato, a seguito di un provvedimento d'urgenza del Presidente della Giunta Regionale dell'1.3.1983, alcuni terreni di loro proprietà in quanto siti nella zona industriale di Sassari, fornita di tutte le strutture varie e di tutti i servizi urbanistici e che la relativa indennità, del resto mai offerta, era stata determinata invece sull'erronea premessa che le aree avessero natura agricola.
Chiedevano quindi, previo accertamento della natura edificatoria dei terreni, che il Consorzio venisse condannato al pagamento della giusta indennità di espropriazione.
Si costituiva il convenuto che eccepiva, in via preliminare, l'improponibilità della domanda, operando la competenza della Corte d'Appello nella sola ipotesi in cui non sia in contestazione la legittimità del procedimento ablativo e, nel merito, la sua infondatezza per essersi adeguato alla valutazione dell'U.T.E..
Con decreto dell'8.6.1992 la causa veniva trasmessa alla sezione distaccata di Sassari la quale, disposta consulenza tecnica d'ufficio, con sentenza del 30.5-9.7.1997 determinava in 13.100.000 l'indennità di espropriazione dei terreni di proprietà di Rugin Paola (*), ordinando al Consorzio il deposito, presso la Cassa Depositi e Prestiti, di detta somma o di quella decurtata dall'importo eventualmente già depositato, oltre agli interessi legali dalla data dell'esproprio (26.10.1988).
Rigettava invece la domanda proposta da Rugin Giulio (*).
Dopo aver disatteso l'eccezione preliminare in quanto superata dalle conclusioni degli attori che non avevano più riproposto la questione relativa alla legittimità del procedimento amministrativo ma solo quella riguardante la determinazione dell'indennità di espropriazione e dopo aver respinto la domanda formulata da Rugin Giulio (*) in quanto non era risultato che i terreni in contestazione, di cui era intestataria la sola Rugin Paola (*), appartenessero anche a costui, rilevava la Corte d'Appello che i terreni espropriati, ricadendo nella zona di 2 intervento del Piano Particolareggiato della Zona Industriale di Interesse Regionale di "Predda Niedda", dovevano considerarsi, con riferimento all'epoca dell'emissione del decreto di esproprio, di natura edificatoria, senza necessità di accertare la loro edificabilità di fatto attraverso indici indiretti (ubicazione, sviluppo edilizio della zona, collegamenti, infrastrutture ecc.), essendo stata già apprezzata tale qualità dallo strumento urbanistico.
Osservava poi che il C.T.U. aveva provveduto alla stima in base a corretti elementi di valutazione, che non competeva la rivalutazione monetaria trattandosi di debito di valuta e che non poteva essere liquidata alcuna somma a titolo di indennità di occupazione non essendo stata una tale domanda mai proposta.
Avverso tale sentenza propone ricorso per cassazione il Consorzio, deducendo tre motivi di censura.
Resiste con controricorso Rugin Paola che propone anche ricorso incidentale affidato a due motivi, illustrati anche con memoria.

Motivi della decisione

Pregiudizialmente i due ricorsi, il principale e l'incidentale, vanno riuniti ai sensi dell'art. 335 C.P.C., riguardando la stessa sentenza.
Con il primo motivo del ricorso principale il Consorzio per la Zona Industriale di Interesse Regionale "Predda Niedda" denuncia la nullità della sentenza o del procedimento in relazione all'art. 360 n. 4 C.P.C. nonché violazione di legge in relazione all'art. 360 n. 3 C.P.C.. Sostiene che erroneamente la Corte d'Appello ha desunto la natura edificatoria dei terreni solo perché posti nella seconda zona di intervento del Piano Particolareggiato, senza considerare che al momento in cui era stato emesso il provvedimento di occupazione (1983) non vi era alcun elemento che potesse caratterizzarli come edificatori e che il Piano Particolareggiato li aveva considerati unicamente in relazione all'interesse del Consorzio.
Con il secondo motivo il ricorrente denuncia ancora nullità della sentenza e del procedimento nonché violazione e falsa applicazione dell'art. 5 bis della Legge 359 del 1992 ed omessa, insufficiente e contraddittoria motivazione in relazione all'art. 360 nn. 3 e 5.
Deduce che la Corte d'Appello non ha considerato che ai sensi dell'art. 5 bis comma 3 della Legge 359-92 occorre, per ritenere edificatorio il terreno, la coesistenza di entrambe le condizioni previste e cioè le possibilità legali ed effettive di edificazione al momento dell'apposizione del vincolo preordinato all'esproprio.
Entrambi i motivi di ricorso, con i quali vengono contestati sotto diversi profili i criteri adottati dalla Corte d'Appello ai fini della valutazione della natura edificatoria dei terreni, sono infondati.
Quanto al primo, articolato in due distinte censure, certamente errato è il riferimento operato dal ricorrente al momento in cui è stato emesso il provvedimento di occupazione, essendo applicabile invece per costante giurisprudenza il diverso principio, secondo cui una tale valutazione deve essere effettuata con riferimento all'epoca di emanazione del decreto di esproprio, tenendo conto delle caratteristiche dell'area espropriata nel momento in cui il proprietario ne è privato in quanto nessuna influenza possono assumere, ai fini in esame, gli aumenti o le diminuzioni del valore del suolo dipendenti dall'espropriazione o dalla realizzazione dell'opera pubblica (per tutte Cass. 3126-93).
Nè un tale consolidato orientamento può considerarsi contraddetto dal tenore letterale dell'art. 5 bis della Legge 8.8.1992 n.359 nella parte in cui prevede che ai fini della valutazione della edificabilità delle aree devesi far riferimento "al momento dell'apposizione del vincolo preordinato all'esproprio", essendosi inteso con tale espressione, non già spostare il dato temporale da tener presente per la determinazione del valore del bene espropriato, ma solo riaffermare il principio della irrilevanza del vincolo espropriativo ai fini dell'accertamento del valore del bene.
Ciò del resto è stato ribadito, oltre che recentemente da questa Corte (Cass. 9460-97). anche dalla Corte Costituzionale (16.6.1993 n. 283 in motivazione) la quale peraltro (v. in particolare 16.12.1993 n. 442 anche qui in motivazione) ha precisato che l'art. 5 bis comma 3 consente una lettura conforme a tale consolidato principio e la possibilità quindi, attesa l'indifferenza del vincolo espropriativo, di una ricognizione delle qualità legali ed effettive di edificazione al momento del verificarsi della vicenda ablativa.
Relativamente alla seconda censura del primo motivo, basata sull'utilizzabilità edificatoria dell'area per il solo Consorzio, come previsto dal Piano Particolareggiato, va rilevato in linea di, principio che la valutazione non può non prescindere dall'inclusione del terreno in un Piano di sviluppo industriale mirante all'espropriazione, dovendosi tener conto, come esattamente ha osservato la Corte d'Appello, della sua originaria attitudine edificatoria derivante, nel caso in esame, dal Piano Regolatore Generale, della cui previsione dà atto l'impugnata sentenza, senza che possa incidere riduttivamente un tale vincolo che non ha natura conformativa essendo preordinato all'esproprio (in tal senso Cass. 3627-79; Cass. 3403-94; Cass. 8982-91).
Infondato è anche il secondo motivo, relativo alla dedotta necessità della coesistenza di entrambe le possibilità (legali ed effettive) di edificazione ai fini di una corretta valutazione sulla natura del terreno, dovendosi ritenere sussistente la natura edificatoria dell'area per il solo fatto che risulti tale in base alle previsioni degli strumenti urbanistici, indipendentemente da ogni valutazione sulla edificabilità di fatto, mentre eventuali cause di esclusione o riduzione in ordine alle possibilità effettive di edificabilità (quali l'obbligo del rispetto delle distanze dalle costruzioni pubbliche, necessità di una superficie minima per ottenere a concessione edilizia, interessi archeologici o artistici ecc.), non trasformano il terreno edificabile in agricolo, ma possono assumere incidenza solo in sede di liquidazione dell'indennità, rilevando sulla loro concreta utilizzazione (Cass. 5821-98; Cass. 3839-99).
Pertanto, essendo stato accertato nel caso in esame la sussistenza di un'edificabilità legale sulla base degli strumenti urbanistici, non assume rilevanza il richiamo all'edificabilità di fatto del terreno.
Con il terzo motivo il ricorrente denuncia omessa, insufficiente e contraddittoria motivazione in relazione all'art. 360 n. 5 C.P.C..
Lamenta che la Corte d'Appello nulla abbia osservato in ordine al metodo c.d. analitico adottato dal C.T.U. per la valutazione dei terreni al posto di quello sintetico - comparativo, legato alla realtà del mercato. Ritiene inaccettabile la giustificazione data al riguardo dal C.T.U. che ha scartato l'altro metodo per la tendenza a registrare gli atti con un valore inferiore al reale per motivi fiscali.
Anche tale censura è infondata.
È pur vero che in linea di principio la stima con il metodo analitico deve costituire un criterio sussidiario, da utilizzare quando non sia possibile il ricorso al metodo sintetico - comparativo da operare con riferimento ai prezzi di mercato di aree omogenee (da ultimo Cass 3839-99), ma è anche vero che nel caso in esame la Corte d'Appello, nel dare atto del metodo analitico seguito dal C.T.U., ha evidenziato - senza che tale affermazione sia stata contestata in questa sede - come nessuna censura fosse stata mossa al riguardo dalle parti nel corso del giudizio.
In mancanza di contestazione in sede di merito la censura prospettata in questa sede per la prima volta deve ritenersi quindi inammissibile, involgendo apprezzamenti di fatto preclusi in sede di legittimità.
Con il primo motivo del ricorso incidentale Rugin Paola (*) denuncia violazione e falsa applicazione dell'art. 112 C.P.C. nonché omessa od insufficiente motivazione. Lamenta che la Corte d'Appello abbia ritenuto non proposta la domanda relativa al pagamento dell'indennità di occupazione, senza considerare che, essendo stata richiesta in sede di conclusioni la condanna al pagamento della somma di L 284.586.000, oltre alla svalutazione monetaria decorrente dalla data di occupazione, era evidente che tale importo era comprensivo anche dell'indennità di occupazione.
La censura è infondata.
Risulta dagli atti, la cui lettura è certamente consentita in questa sede in presenza del dedotto vizio processuale, che Rugin Paola (*) non ha fatto riferimento all'indennità di occupazione nè nell'atto di citazione introduttivo, nè nel corso del giudizio, nè in sede di conclusioni, ma si è limitata a richiedere il pagamento dell'indennità (al singolare) in relazione alla subita espropriazione.
In un tale contesto la Corte d'Appello ha ritenuto che nessuna domanda in ordine all'indennità di occupazione era stata proposta.
È evidente quindi che non si verte in tema di omessa pronuncia ma di interpretazione del contenuto della domanda, la cui valutazione costituisce però un apprezzamento di merito incensurabile in Cassazione.
Nè può condividersi l'assunto difensivo, secondo cui un tale più ampio contenuto avrebbe dovuto essere dedotto dall'entità dell'importo richiesto, non potendosi ovviamente ogni richiesta prescindere dall'indicazione della relativa "causa petendi".
Con il secondo motivo la Rugin (*) denuncia violazione e falsa applicazione degli artt. 112 C.P.C. e 1224 C.C. nonché omessa od insufficiente motivazione. Sostiene che erroneamente la Corte d'Appello ha respinto la richiesta di riconoscimento della svalutazione monetaria in base alla semplice considerazione che trattasi di obbligazione di valuta, senza considerare che anche in tal caso non preclusa al creditore la possibilità di richiedere il maggior danno ai sensi dell'art. 1224 C.C. con la dimostrazione dell'ulteriore pregiudizio anche in base ad elementi presuntivi.
La tesi sostenuta dalla Rugin (*) con il presente motivo di ricorso si basa sull'asserita possibilità da parte del creditore, in presenza di un debito di valuta, di dimostrare il maggior danno previsto dall'art. 1224 comma 2 C.C. attraverso il ricorso ad elementi presuntivi od a fatti notori acquisiti dall'esperienza.
Orbene, si osserva in primo luogo che, anche ammessa per mera ipotesi la possibilità di una tale automaticità, non può non rilevarsi l'estrema genericità della censura, non essendo stato nemmeno precisato se in sede di merito siano stati indicati elementi idonei per un valutazione basata su presunzioni.
Nè sarebbe consentita in questa sede un'indagine del genere, dovendosi escludere, nonostante il richiamo all'art. 112 C.P.C. operato dalla ricorrente, che sia ipotizzabile, in presenza di un'espressa pronuncia sul punto, una violazione di ordine processuale, peraltro nemmeno desumibile dal contenuto della censura.
Ogni richiamo pertanto ai principi elaborati in materia dalla giurisprudenza in ordine alla necessaria presenza, in ogni caso, di elementi di carattere soggettivo ed oggettivo su cui basare eventuali presunzioni appare del tutto superfluo.
Anche il ricorso incidentale va pertanto integralmente rigettato.
Tenuto conto della differente incidenza dei due ricorsi nell'economia del giudizio, in quanto tendenti, l'uno (il principale), alla cassazione integrale dell'impugnata sentenza e, l'altro (l'incidentale), solo a quella parziale, si ritiene di compensare per un terzo a favore della Rugiu le spese del presente giudizio che si liquidano, per i restanti due terzi e nella misura indicata in dispositivo, a carico del ricorrente principale.

P.Q.M.

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE Riunisce i ricorsi. Rigetta il ricorso principale e quello incidentale. Compensa per un terzo a favore della resistente le spese del giudizio, condannando il ricorrente principale al pagamento dell'onorario nei limiti dei due terzi, liquidati in L 5.000.000 e in L 272.700 per esborsi.

Roma, 22.9.1999 (*) ndr: così nel testo.

 





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