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Giurisprudenza delle S.U. su cumulo rivalutazione e interessi
Cassazione Civile  Sez. III del 30 novembre 1978 n. 5670
In tema di obbligazioni pecuniarie, tra i maggiori danni che possono spettare al creditore, in aggiunta agli interessi legali, ai sensi del capoverso dell'art. 1224 c.c., vanno compresi quelli dipendenti dalla svalutazione monetaria, verificatasi durante la mora del debitore, e pertanto, il creditore, qualora si limita a chiedere il risarcimento della perdita subita per effetto della diminuzione del potere di acquisto della moneta, ben può dedurre ed utilizzare a suo favore il solo fatto notorio della svalutazione, senza necessità di fornire la prova di aver concretamente predisposto il reimpiego della somma dovutagli, prova che invece deve essere offerta nel caso in cui venga chiesto il risarcimento anche del mancato guadagno.

La dimostrazione della perdita, conseguente all'inadempimento dell'obbligazione pecuniaria, può trarsi dal fatto notorio della svalutazione monetaria, che costituisce in sè un danno concreto e reale anche dal punto di vista giuridico, perché si traduce in un diminuito potere d'acquisto della somma che doveva essere corrisposta.

La mora "debendi" determina due specifici effetti: la "perpetuatio obligationis" e il risarcimento del danno. Il creditore, mentre è tenuto a dare specifica prova del difetto di guadagno, come conseguenza dell'inadempimento, non è tenuto a tale onere se si sia limitato a chiedere il risarcimento della perdita subita. Il creditore infatti è tenuto a provare solo che è stato causato un pregiudizio, eccedente la misura degli interessi legali.


Cassazione Civile  Sez. I del 04 luglio 1979 n. 3776
Le obbligazioni pecuniarie, le quali danno luogo al cosiddetto debito di valuta, sono soggette al principio normalistico espresso dall'art. 1277 c.c. e continuano ad esserlo anche dopo la scadenza, per cui la prestazione si estingue, pur dopo che il debitore sia caduto in mora, col pagamento della quantità di moneta cui essa è commisurata, anche se questa durante la mora abbia perduto parte del suo potere di acquisto per effetto della svalutazione, mentre la svalutazione stessa in sè non è un danno giuridico, ma un'evenienza che può aggravare il pregiudizio derivante al creditore dall'inadempimento.

In tema di inadempimento di obbligazioni pecuniarie, la svalutazione monetaria verificatasi durante la mora del debitore non giustifica, in se, alcun risarcimento automatico (sotto il profilo del danno emergente) che possa essere attuato con la rivalutazione della somma dovuta, ma può essere causa di danni maggiori di quelli coperti con l'attribuzione degli interessi legali.

Nelle obbligazioni pecuniarie, il creditore che domanda oltre gli interessi legali, i maggiori danni derivanti dalla mora, ha l'onere di allegare e dimostrare, valendosi, senza alcuna limitazione, di ogni possibile mezzo di prova, il pregiudizio patrimoniale risentito; ed il giudice può, in conseguenza di altre specifiche prove, utilizzare oltre che il notorio acquisto alla comune esperienza (destinazione del denaro all'acquisto di beni o servizi; impiego del denaro in maniera coerente con le qualità professionali, con i bisogni che le personali possibilità finanziarie consentono di soddisfare, con le abitudini derivanti dalla mentalità e dall'ambiente di vita) presunzioni di vita fondate su condizioni e qualità personali del creditore e sulle modalità d'impiego del denaro, coerenti - secondo i criteri della normalità e della possibilità - con tali elementi, per desumere dal complesso di questi dati (integrati, ove occorra, con criteri equitativi) quali maggiori utilità, nei singoli casi, la somma tempestivamente pagata avrebbe potuto procurare al creditore, rimanendo fermo, per questo ultimo, l'onere di dimostrare in maniera più specifica l'eventuale danno emergente derivante dal fatto di aver dovuto procurarsi la somma (non pagatagli) a condizioni particolarmente svantaggiose o mediante alienazione di beni reali, od il danno allegato con riferimento ad investimenti particolari specificamente programmati e resi impossibili dall'inadempimento del debitore.

In tema di inadempimento di obbligazioni pecuniarie la svalutazione monetaria verificatasi durante la mora del debitore non giustifica, in sè, alcun risarcimento automatico che possa essere attuato con la rivalutazione della somma dovuta e nella misura della svalutazione stessa, ma può essere causa di maggiori danni a condizione che il creditore, che intenda ottenere il risarcimento ex comma 2 dell'art. 1224 c.c., assolva l'onere di allegare e dimostrare (valendosi, senza limitazione alcuna, di ogni possibile mezzo di prova) il pregiudizio patrimoniale risentito. Peraltro il giudice cui venga proposta la relativa domanda può utilizzare, in mancanza di altre specifiche prove, oltre che il notorio acquisto alla comune esperienza, presunzioni fondate su condizioni e qualità personali del creditore e sulle modalità di impiego del denaro coerenti - secondo i criteri della normalità e della possibilità - con tali elementi, per desumere dal complesso di questi dati quali maggiori utilità, nei singoli casi, la somma tempestivamente erogata avrebbe potuto procurare al creditore medesimo.

La notorietà della svalutazione non può essere utilizzata quale elemento di prova relativamente al danno subito dal creditore. Infatti l'attribuzione automatica e generalizzata al risarcimento, in misura corrispondente alla svalutazione monetaria, implica la presunzione di necessario impiego uniforme del denaro. Ma questa presunzione è smentita dalla realtà, sia per la diversità delle posizioni dei creditori, sia per il fenomeno del risparmio, che è rilevante malgrado l'insufficienza dei normali relativi interessi rispetto al tasso di svalutazione.


Cassazione Civile  Sez. Un. del 05 aprile 1986 n. 2368
Con riguardo alle obbligazioni pecuniarie, il fenomeno inflattivo non consente un automatico adeguamento dell'ammontare del debito, nè costituisce di per sè un danno risarcibile, ma può implicare, in applicazione dell'art. 1224 comma 2 c.c., solo il riconoscimento in favore del creditore, oltre gli interessi, del maggior danno che sia derivato dall'impossibilità di disporre della somma durante il periodo della mora, nei limiti in cui il creditore medesimo deduca e dimostri che un pagamento tempestivo lo avrebbe messo in grado di evitare o ridurre quegli effetti economici depauperativi che l'inflazione produce a carico di tutti i possessori di tale danno, il ricorso ad elementi presuntivi ed a fatti di comune esperienza non può tradursi nell'applicazione, in via generale, di parametri fissi, quali quelli evincibili dagli indici Istat o dal tasso corrente degli interessi bancari, nè può implicare l'esonero dal suddetto onere di allegazione e prova, ma deve ritenersi consentito soltanto in stretta correlazione con le qualità e condizioni della categoria cui appartiene il creditore, atteso che, esclusivamente alla luce di tali dati personalizzati, che l'interessato deve fornire, sussistono i presupposti per una valutazione, secondo criteri di probabilità e normalità, delle modalità di utilizzazione del denaro, e, quindi, degli effetti nel caso concreto della sua ritardata disponibilità, in particolare, e sempre nei limiti degli elementi forniti dal danneggiato, il suddetto principio può comportare, in favore del creditore esercente attività imprenditoriale, la considerazione del mancato impiego del danaro nel ciclo produttivo, ovvero della necessità di avvalersi del prestito bancario, e quindi il calcolo forfettario del danno in questione, rispettivamente, alla luce dei proventi medi della attività imprenditoriale e del costo del prestito bancario; in favore del risparmiatore abituale, cioè di quello che sistematicamente investe in impieghi di risparmio il residuo non assorbito dai consumi, la utilizzazione come parametro dell'investimento che è solito effettuare; in favore del creditore occasionale, cioè di chi beneficia "una tantum" di una somma di un certo rilievo per la quale debba escludersi la destinazione al consumo, il raffronto con gli investimenti che si presentino più probabili, ivi incluso il deposito bancario; in favore del modesto consumatore, cioè chi abitualmente spende il denaro per bisogni personali e familiari, il ricorso al criterio degli indici inflattivi, in quanto idonei ad evidenziare il maggior esborso per quei beni di consumo che non ha potuto acquistare, per la inadempienza del debitore, alla data di scadenza dell'obbligazione.

In tema di revisione del prezzo di appalto di opere pubbliche, la posizione dell'appaltatore, che ha natura di interesse legittimo nella fase in cui l'amministrazione è chiamata a stabilire se tale revisione possa essere o meno accordata, vertendosi in materia di determinazioni discrezionali correlate a preminenti interessi pubblicistici, assume consistenza di diritto soggettivo dopo che l'amministrazione abbia positivamente esercitato detto potere discrezionale, accordando esplicitamente od implicitamente la revisione, e, pertanto, è tutelabile davanti al giudice ordinario, al pari di qualsiasi altra ragione creditoria, sia per quanto riguarda la liquidazione dell'entità della revisione, sia per quanto riguarda la responsabilità della debitrice per interessi ed eventuale maggior danno a norma dell'art. 1224 comma 2 c.c., a partire dalla data dell'insorgenza dell'obbligazione, cioè da quella del suddetto riconoscimento della revisione stessa.
 
Il danno da svalutazione monetaria deve essere dimostrato in concreto dal creditore - se del caso avvalendosi di presunzioni e dati notori riferiti a categorie economiche socialmente individuate di creditori - e non può essere identificato in ogni caso con il fenomeno inflattivo per sè considerato.

Una volta che la P.A. abbia riconosciuto, a favore dell'appaltatore, la revisione dei prezzi sugli importi contrattuali, la posizione di quest'ultimo assume il carattere di vero e proprio diritto soggettivo, con la conseguenza che, in caso di ritardato pagamento degli importi riconosciuti, all'appaltatore competono gli interessi moratori ed il risarcimento del maggior danno subito ai sensi dell'art. 1224 comma 2 c.c. con decorrenza dalla data dell'avvenuto riconoscimento.

Dopo che la p.a. abbia esercitato in senso positivo il potere di accordare la revisione del prezzo di appalto di un'opera pubblica, l'appaltatore è costituito in una posizione di diritto soggettivo alla corresponsione del compenso revisionale sull'ammontare risultante dai parametri normativi e tecnici applicabili per la monetizzazione delle differenze di prezzo. In caso di ritardo nel pagamento della differenza tra la somma originariamente stabilita e quella poi accertata come dovuta, spettano all'appaltatore gli interessi nella misura prevista dalle leggi in materia e, in caso di colpa, il maggior danno ex art. 1224, comma 2, c.c.

Il risarcimento del maggior danno da colpevole ritardo nella liquidazione dell'esatto compenso revisionale non può essere dovuto da data anteriore a quella del provvedimento che, accordando la revisione del prezzo, anche se in misura inferiore a quella dovuta, costituisce in favore dell'appaltatore un diritto soggettivo.


Cassazione Civile  Sez. Un. del 16 luglio 2008 n. 19499

In tema di maggior danno di cui all'art. 1224, comma 2 c.c., nelle obbligazioni pecuniarie, è fatta salva la possibilità del debitore di provare che il creditore non ha subito un maggior danno o che lo ha subito in misura inferiore alla differenza tra il tasso del rendimento medio annuo netto dei titoli di Stato di durata non superiore a dodici mesi ed il saggio degli interessi legali, in relazione al meno remunerativo uso che avrebbe fatto della somma dovuta se gli fosse stata tempestivamente versata.

Il creditore che domandi a titolo di maggior danno, una somma superiore a quella della differenza tra il tasso del rendimento medio annuo netto dei titoli di Stato di durata non superiore a dodici mesi ed il saggio degli interessi legali, è tenuto ad offrire la prova del danno effettivamente subito, quand'anche sia un imprenditore, mediante la produzione di idonea e completa documentazione, e ciò sia che faccia riferimento al tasso dell'interesse corrisposto per il ricorso al credito bancario sia che invochi come parametro l'utilità marginale netta dei propri investimenti.

Nel caso in cui il creditore domandi a titolo di maggior danno una somma superiore alla differenza tra il tasso del rendimento medio annuo netto dei titoli di Stato di durata non superiore a dodici mesi ed il saggio degli interessi legali la prova del danno effettivamente subito potrà dirsi raggiunta per l'imprenditore solo se, in relazione alle dimensioni dell'impresa ed all'entità del credito, sia presumibile, nel primo caso, che il ricorso o il maggior ricorso al credito bancario abbia effettivamente costituito conseguenza dell'inadempimento, ovvero che l'adempimento tempestivo si sarebbe risolto nella totale o parziale estinzione del debito contratto verso le banche; e, nel secondo, che la somma sarebbe stata impiegata utilmente nell'impresa.

Nelle obbligazioni pecuniarie, in difetto di discipline particolari dettate da norme speciali, il maggior danno da svalutazione monetaria (rispetto a quello già coperto dagli interessi legali moratori non convenzionali che siano comunque dovuti) è invia generale riconoscibile in via presuntiva e per qualunque creditore che ne domandi il risarcimento, senza necessità di inquadrarlo in un'apposita categoria, nella eventuale differenza, a decorrere dalla data di insorgenza della mora, tra il tasso del rendimento medio annuo netto dei titoli di Stato di durata non superiore a dodici mesi ed il saggio degli interessi legali; è fatta salva la possibilità del debitore di provare che il creditore non ha subito un maggior danno o che lo ha subito in misura inferiore a quella differenza, in relazione almeno remunerativo uso che avrebbe fatto della somma dovuta se gli fosse stata tempestivamente versata; mentre il creditore che domandi a titolo di maggior danno una somma superiore a quella differenza è tenuto ad offrire la prova del danno effettivamente subito, quand'anche sia un imprenditore, mediante la produzione di idonea e completa documentazione, e ciò sia che faccia riferimento al tasso dell'interesse corrisposto per il ricorso al credito bancario sia che invochi come parametro llutilità marginale netta dei propri investimenti; in entrambi i casi la prova potrà dirsi raggiunta per l'imprenditore solo se, in relazione alle dimensioni dell'impresa e dall'entità del credito, sia presumibile, nel primo caso, che il ricorso o il maggior ricorso al credito bancario abbia effettivamente costituito conseguenza dell'inadempimento, ovvero che l'adempimento tempestivo si sarebbe risolto nella totale o parziale estinzione dei debito contratto verso le banche, e, nel secondo, che la somma sarebbe stata impiegata utilmente nell'impresa.

Nel caso di ritardato adempimento di una obbligazione di valuta, il maggior danno di cui all'art. 1224, comma 2, c.c. può ritenersi esistente in via presuntiva in tutti i casi in cui, durante la mora, il saggio medio di rendimento netto dei titoli di Stato con scadenza non superiore a dodici mesi sia stato superiore al saggio degli interessi legali. Ricorrendo tale ipotesi, il risarcimento del maggior danno spetta a qualunque creditore, quale che ne sia la qualità soggettiva o l'attività svolta (e quindi tanto nel caso di imprenditore, quanto nel caso di pensionato, impiegato, ecc.), fermo restando che se il creditore domanda, a titolo di risarcimento del maggior danno, una somma superiore a quella risultante dal suddetto saggio di rendimento dei titoli di Stato, avrà l'onere di provare l'esistenza e l'ammontare di tale pregiudizio, anche per via presuntiva; in particolare, ove il creditore abbia la qualità di imprenditore, avrà l'onere di dimostrare o di avere fatto ricorso al credito bancario sostenendone i relativi interessi passivi; ovvero - attraverso la produzione dei bilanci - quale fosse la produttività della propria impresa, per le somme in essa investite; il debitore, dal canto suo, avrà invece l'onere di dimostrare, anche attraverso presunzioni semplici, che il creditore, in caso di tempestivo adempimento, non avrebbe potuto impiegare il denaro dovutogli in forme di investimento che gli avrebbero garantito un rendimento superiore al saggio legale.




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