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Giurisprudenza sulle invaliditā civilistiche

Cassazione Civile  Sez. III del  19 luglio 1997 n. 6663
Costituisce accertamento di fatto, in base ad elementi sintomatici, soggettivi - quali ad esempio lo stato di debolezza economica dell'impresa venditrice - ed oggettivi - quali ad esempio la sproporzione tra valore del bene venduto e prezzo pagato dalla fornitrice - stabilire se il lease back, contratto di impresa in sè lecito, è stato in concreto impiegato per eludere il divieto di patto commissorio, ed è pertanto nullo perché in frode alla legge.

Poiché il contratto di sale and lease back è trilaterale - ed è al riguardo irrilevante che l'impresa venditrice appartenga allo stesso gruppo di quella utilizzatrice, ovvero che dopo il contratto questa si fonda in quella - per l'ipotizzabilità di un patto commissorio, è necessario dedurre l'interposizione fittizia dell'utilizzatrice, venendo altrimenti a mancare la configurabilità del trasferimento di un bene a garanzia di un proprio debito.

Il leasing traslativo è caratterizzato da elementi oggettivi e soggettivi tali da eliminare la libertà di scelta finale per l'imprenditore circa l'acquisto del bene al prezzo di opzione, nel senso di rendere tale soluzione come l'unica economicamente ragionevole per l'utilizzatore sin dalla conclusione del contratto (nella specie, il contratto di leasing aveva per oggetto un immobile).
 
Costituisce accertamento di fatto, in base ad elementi sintomatici, soggettivi - quali ad esempio lo stato di debolezza economica dell'impresa venditrice - ed oggettivi - quali ad esempio la sproporzione tra valore del bene venduto e prezzo pagato dalla società fornitrice - stabilire se il "lease back", contratto di impresa in sè lecito, è stato in concreto impiegato per eludere il divieto di patto commissorio, ed è pertanto nullo perché in frode alla legge.
 
La pretesa identità soggettiva tra venditore ed utilizzatore del bene concesso in leasing non consente di qualificare il contratto come "sale and lease back", qualora non venga contestualmente dedotta la simulazione relativa del leasing per interposizione fittizia di persona.
 
Lo schema negoziale del "sale and lease-back" non integra in sè una violazione del patto commissorio, che, viceversa, deve risultare dalla valutazione caso per caso dei parametri soggettivi ed oggettivi, tra i quali spiccano la situazione economica dell'impresa venditrice e la concreta valutazione economica dell'affare in termini di adeguata proporzionalità delle prestazioni corrispettive. La pretesa identità soggettiva tra venditore ed utilizzatore del bene, concesso in locazione finanziaria, non permette di qualificare il contratto come "sale and lease back", qualora non venga contestualmente addotta la simulazione relativa del leasing finanziario per interposizione fittizia di persona. Al leasing traslativo, in caso di inadempimento dell'utilizzatore al pagamento di una rata, è applicabile analogicamente la disciplina della risoluzione del contratto di vendita con riserva della proprietà.
 

Cassazione Civile  Sez. Un. del 04 febbraio 2005  n. 2207
La legge "antitrust" 10 ottobre 1990 n. 287 detta norme a tutela della libertà di concorrenza aventi come destinatari non soltanto gli imprenditori, ma anche gli altri soggetti del mercato, ovvero chiunque abbia interesse, processualmente rilevante, alla conservazione del suo carattere competitivo al punto da poter allegare uno specifico pregiudizio conseguente alla rottura o alla diminuzione di tale carattere per effetto di un'intesa vietata, tenuto conto, da un lato, che, di fronte ad un'intesa restrittiva della libertà di concorrenza, il consumatore, acquirente finale del prodotto offerto dal mercato, vede eluso il proprio diritto ad una scelta effettiva tra prodotti in concorrenza, e, dall'altro, che il cosiddetto contratto "a valle" costituisce lo sbocco dell'intesa vietata, essenziale a realizzarne e ad attuarne gli effetti. Pertanto, siccome la violazione di interessi riconosciuti rilevanti dall'ordinamento giuridico integra, almeno potenzialmente, il danno ingiusto ex art. 2043 c.c., il consumatore finale, che subisce danno da una contrattazione che non ammette alternative per l'effetto di una collusione "a monte", ha a propria disposizione, ancorché non sia partecipe di un rapporto di concorrenza con gli imprenditori autori della collusione, l'azione di accertamento della nullità dell'intesa e di risarcimento del danno di cui all'art. 33 della legge n. 287 del 1990, azione la cui cognizione è rimessa da quest'ultima norma alla competenza esclusiva, in unico grado di merito, della Corte d'appello. (Nella specie, dopo l'irrogazione da parte dell'Autorità garante della concorrenza e del mercato a numerose compagnie di assicurazione di una sanzione per la partecipazione a un'intesa restrittiva della concorrenza, il consumatore finale aveva convenuto in giudizio, dinanzi al giudice di pace, la propria compagnia di assicurazioni, chiedendo il rimborso di una parte - il 20% - del premio corrisposto per una polizza di Rc auto, assumendo che l'ammontare del premio era stato abusivamente influenzato dalla partecipazione dell'impresa assicuratrice all'intesa vietata).
 
La disciplina della concorrenza sleale e quella della legge antitrust hanno ambiti e funzioni diversi. La legge antitrust (l. n. 287 del 10 ottobre 1990) non è la legge degli imprenditori soltanto, ma è la legge dei soggetti del mercato, ovvero di chiunque abbia interesse alla conservazione del suo carattere competitivo al punto di poter allegare uno specifico pregiudizio conseguente alla rottura o alla diminuzione di tale carattere. Il cd. contratto "a valle", quello cioè che intercorre tra l'impresa che ha concluso l'intesa e il consumatore, costituisce lo sbocco dell'intesa, essenziale a realizzarne gli effetti. Esso in realtà, oltre ad estrinsecarla, la attua. Il contratto "a valle" è tale da eludere la possibilità di scelta da parte del consumatore. Poiché la violazione di interessi riconosciuti rilevanti dall'ordinamento giuridico integra, almeno potenzialmente, il danno ingiusto ex art. 2043 c.c. (cfr. Cass., sez. un. n. 500 del 1999), colui che subisce danno da una contrattazione che non ammette alternative per l'effetto di una collusione a monte, ancorché non sia partecipe ad un rapporto di concorrenza con gli autori della collusione, ha pertanto a propria disposizione l'azione di cui all'art. 33 l. n. 287 del 1990.
 
Il consumatore è legittimato, ex art. 33 l. n. 287 del 1990, ad impugnare dinanzi al g.o., specificamente alla Corte d'appello, l'intesa fra imprenditori, lesivo della struttura concorrenziale del mercato, al fine di ottenerne sia la declaratoria di nullità che l'eventuale risarcimento del danno.
 
Il contratto cosiddetto "a valle" costituisce lo sbocco dell'intesa anticoncorrenziale nulla, essendo essenziale a realizzarne gli effetti. Nel realizzare l'intesa, il contratto "a valle" esclude ogni possibilità di scelta da parte del consumatore. Colui che subisce danno da una contrattazione che non ammette alternative per l'effetto di una collusione a monte, ancorché non sia partecipe di un rapporto di concorrenza con gli autori della collusione, ha a propria disposizione l'azione di cui all'art. 33 l. n. 287 del 1990. La competenza relativa a tale azione di risarcimento del danno è perciò della Corte d'appello.
 

Cassazione Civile  Sez. Un. del  07 marzo 2005  n. 4806
In tema di condominio negli edifici, debbono qualificarsi nulle le delibere dell'assemblea condominiale prive degli elementi essenziali, le delibere con oggetto impossibile o illecito (contrario all'ordine pubblico, alla morale o al buon costume), le delibere con oggetto che non rientra nella competenza dell'assemblea, le delibere che incidono sui diritti individuali sulle cose o servizi comuni o sulla proprietà esclusiva di ognuno dei condomini, le delibere comunque invalide in relazione all'oggetto; debbono, invece, qualificarsi annullabili le delibere con vizi relativi alla regolare costituzione dell'assemblea, quelle adottate con maggioranza inferiore a quella prescritta dalla legge o dal regolamento condominiale, quelle affette da vizi formali, in violazione di prescrizioni legali, convenzionali, regolamentari, attinenti al procedimento di convocazione o di informazione dell'assemblea, quelle genericamente affette da irregolarità nel procedimento di convocazione, quelle che violano norme richiedenti qualificate maggioranze in relazione all'oggetto. Ne consegue che la mancata comunicazione, a taluno dei condomini, dell'avviso di convocazione dell'assemblea condominiale comporta, non la nullità, ma l'annullabilità della delibera condominiale, la quale, ove non impugnata nel termine di trenta giorni previsto dall'art. 1137, comma 3, c.c. (decorrente, per i condomini assenti, dalla comunicazione, e, per i condomini dissenzienti, dalla sua approvazione), è valida ed efficace nei confronti di tutti i partecipanti al condominio.
 

Cassazione Civile  Sez. III del 22 marzo 2007  n. 6969
Responsabilità patrimoniale - Cause di prelazione - Divieto di patto commissorio - Lease back - Contratto di impresa - Liceità - Mezzo per eludere il divieto del patto commissorio - Nullità - Accertamento relativo - Criteri.
Costituisce accertamento di fatto, in base a elementi sintomatici, soggettivi - quali, ad esempio, lo stato di debolezza economica dell'impresa venditrice - ed oggettivi - quali, ad esempio, la sproporzione tra valore del bene venduto e prezzo pagato dalla fornitrice - stabilire se il lease back, contratto di impresa in sé lecito, sia stato in concreto impiegato per eludere il divieto di patto commissorio, con conseguente sua nullità per frode alla legge.

Responsabilità patrimoniale - Cause di prelazione - Divieto di patto commissorio - Contratto di cosiddetto lease back - Profilo causale - Contratto di impresa - Elusione "ipso facto" del divieto di patto commissorio - Esclusione - Fondamento.
Lo schema socialmente tipico del cosiddetto lease back presenta autonomia strutturale e funzionale, quale contratto di impresa, e caratteri peculiari di natura oggettiva e soggettiva che non consentono di ritenere che esso integri, per sua natura e nel suo fisiologico operare, una fattispecie che - in quanto realizzi una alienazione a scopo di garanzia - si risolva in un negozio atipico, nullo per illiceità della causa concreta.


Cassazione Civile  Sez. II  del 09 agosto 2007 n. 17583
 Obbligazioni e contratti - Incapacità del contraente - Contratto concluso da un soggetto in stato d'incapacità naturale - Annullamento - Presupposti - Malafede dell'altro contraente - Sufficienza.
Ai fini dell'annullamento del contratto concluso da un soggetto in stato d'incapacità naturale, è sufficiente la malafede dell'altro contraente, senza che sia richiesto un grave pregiudizio per l'incapace; laddove, in concreto, tale pregiudizio si sia verificato, esso tuttavia ben può costituire un sintomo rivelatore di detta malafede (Nella specie la S.C. ha confermato la decisione del giudice di merito che ha ritenuto a maggior ragione provata la malafede dell'acquirente, dal momento che era stato accertato, mediante consulenza tecnica psichiatrica, espletata nel giudizio relativo all'interdizione dell'alienante, il suo stato di grave infermità psichica irreversibile da etilismo cronico).


Cassazione Civile  Sez. Un. del 19 dicembre 2007  n. 26724
 Obbligazioni e contratti - Nullità del contratto ed azione relativa - Cause - Contrarietà a norme imperative - Presupposti - Contrarietà a norme sulla validità del contratto - Necessità - Violazione di norme concernenti il comportamento dei contraenti - Conseguenze - Nullità - Esclusione - Risarcimento del danno e risoluzione del contratto - Configurabilità - Condizioni e limiti - Contratto di intermediazione finanziaria - Violazione dei doveri di condotta imposti dall'art. 6 l. n. 1 del 1991 - Conseguenze - Nullità - Esclusione - Responsabilità civile - Configurabilità - Condizioni e limiti.
In relazione alla nullità del contratto per contrarietà a norme imperative in difetto di espressa previsione in tal senso (cd. "nullità virtuale"), deve trovare conferma la tradizionale impostazione secondo la quale, ove non altrimenti stabilito dalla legge, unicamente la violazione di norme inderogabili concernenti la validità del contratto è suscettibile di determinarne la nullità e non già la violazione di norme, anch'esse imperative, riguardanti il comportamento dei contraenti la quale può essere fonte di responsabilità. Ne consegue che, in tema di intermediazione finanziaria, la violazione dei doveri di informazione del cliente e di corretta esecuzione delle operazioni che la legge pone a carico dei soggetti autorizzati alla prestazione dei servizi di investimento finanziario (nella specie, in base all'art. 6 l. n. 1 del 1991) può dar luogo a responsabilità precontrattuale, con conseguenze risarcitorie, ove dette violazioni avvengano nella fase antecedente o coincidente con la stipulazione del contratto di intermediazione destinato a regolare i successivi rapporti tra le parti (cd. "contratto quadro", il quale, per taluni aspetti, può essere accostato alla figura del mandato); può dar luogo, invece, a responsabilità contrattuale, ed eventualmente condurre alla risoluzione del contratto suddetto, ove si tratti di violazioni riguardanti le operazioni di investimento o disinvestimento compiute in esecuzione del "contratto quadro"; in ogni caso, deve escludersi che, mancando una esplicita previsione normativa, la violazione dei menzionati doveri di comportamento possa determinare, a norma dell'art. 1418, comma 1, c.c., la nullità del cosiddetto "contratto quadro" o dei singoli atti negoziali posti in essere in base ad esso.

Contratti di borsa - Attività di intermediazione mobiliare - Art. 6, comma 1, lett. g, l. n. 1 del 1991 (applicabile "ratione temporis") - Divieto di procedere ad operazioni in conflitto di interessi con il cliente - Violazione - Conseguenze - Risarcimento del danno - Configurabilità - Condizioni e limiti.
In tema di intermediazione finanziaria, la disposizione contenuta nella lett. g dell'art. 6 l. n. 1 del 1991 (applicabile nella specie "ratione temporis") faceva espresso ed assoluto divieto all'intermediario (diversamente da quanto ora stabilisce l'art. 21, comma 1 bis, lett. a) e b), d.lg. n. 58 del 1998) di dar corso all'operazione in presenza di una situazione di conflitto di interessi non rivelata al cliente o, comunque, in difetto di autorizzazione espressa del cliente medesimo. Sicché, in riferimento a domanda di risarcimento del danno per operazioni compiute dall'intermediario in situazione di asserito conflitto di interessi (come nella specie), doveva attribuirsi rilievo, per individuare l'esistenza di un danno risarcibile ed il nesso causale tra detto danno e l'illegittimo comportamento imputabile all'intermediario, alle sole conseguenze della mancata astensione dell'intermediario medesimo dal compiere un'operazione non consentita nelle condizioni di cui alla citata disposizione e non già alle conseguenze derivanti dalle modalità con cui l'operazione era stata in concreto realizzata o avrebbe potuto esserlo ipoteticamente da altro intermediario.

La violazione dei doveri d'informazione del cliente e di corretta esecuzione delle operazioni, che la legge pone a carico dei soggetti autorizzati alla prestazione dei servizi di investimento finanziario, può dar luogo a responsabilità precontrattuale, con conseguente obbligo di risarcimento dei danni, ove tali violazioni avvengano nella fase precedente o coincidente con la stipulazione del contratto d'intermediazione destinato a regolare i successivi rapporti tra le parti. Può, invece, dar luogo a responsabilità contrattuale ed eventualmente condurre alla risoluzione del predetto contratto, ove si tratti di violazioni riguardanti operazioni di investimento o disinvestimento compiute in esecuzione del contratto d'intermediazione finanziaria in questione. In nessun caso, in difetto di previsione normativa in tal senso, la violazione dei suaccennati doveri di comportamento può, però, determinare la nullità del contratto d'intermediazione o dei singoli atti negoziali conseguenti, a norma dell'art. 1418, comma 1, c.c.


Cassazione Civile  Sez. III del 28 novembre 2008  n. 28424
Il potere del giudice di rilevare d'ufficio la nullità di un atto giuridico va coordinato con il principio della domanda, fissato negli art. 99 e 112 c.p.c. Pertanto, soltanto quando la nullità si ponga come ragione di rigetto della pretesa attorea, per essere l'atto elemento costitutivo della domanda, essa può essere rilevata dal giudice in qualsiasi stato e grado del giudizio, indipendentemente dall'iniziativa delle parti; qualora, invece, sia la parte a chiedere la dichiarazione di invalidità di un atto ad essa pregiudizievole, la pronuncia del giudice deve essere circoscritta alle ragioni di legittimità enunciate dall'interessato e non può fondarsi su elementi rilevati d'ufficio o tardivamente indicati, in quanto, in tale ipotesi, la nullità si configura come elemento costitutivo della domanda, il quale opera come limite alla pronuncia del giudice. (In applicazione del riportato principio, la S.C. ha ritenuto che correttamente la corte di merito aveva dichiarato la nullità della clausola di deroga della durata del contratto di affitto di un fondo rustico, conferendo l'art. 58 della legge n. 203 del 1982 espressamente tale potere ed essendo la proposta domanda di accertamento negativo della pretesa di rilascio del fondo da parte dell'affittuario basata proprio sulla nullità della detta clausola).

 

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