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La sospensione necessaria del processo
La sospensione necessaria del processo ai sensi dell'art. 295 cpc, la questione pregiudiziale in senso logico e la pregiudiziale in senso tecnico giuridico i distinguo posti dalla suprema Corte di Cassazione 
 
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Cassazione civile    sez. lav. 25/05/1996 n 4844

Poiché l'art. 295 c.p.c., la cui "ratio" è quella di evitare il rischio di un conflitto tra giudicati, fa esclusivo riferimento all'ipotesi in cui fra due cause pendenti davanti allo stesso giudice o a due giudici diversi esista un nesso di pregiudizialità in senso tecnico giuridico e non già in senso meramente logico, la sospensione necessaria del processo non può essere disposta nell'ipotesi di contemporanea pendenza davanti a due giudici diversi del giudizio sull'"an debeatur" e di quello "sul quantum" (fra i quali esiste un rapporto di pregiudizialità solamente in senso logico); ne consegue che deve essere cassata l'ordinanza con cui il pretore ha disposto la sospensione necessaria del processo "sul quantum" in attesa della definizione del processo sull'"an debeatur".


Secondo la giurisprudenza, l'art. 295 c.p.c., quando stabilisce che il processo deve essere sospeso in caso di contemporanea pendenza, davanti allo stesso od altro giudice, di una diversa controversia dalla cui definizione dipende la decisione della causa, collega il concetto di dipendenza a due distinte situazioni: quella nella quale la sospensione è imposta da una specifica disposizione i legge e quella che postula l'esistenza di un rapporto di dipendenza fra le cause (v., fra le tante sentenze, da ultimo Cass. 23 giugno 1995, n. 7145, Cass. 26 gennaio 1995, n. 929, Cass. 20 dicembre 1994 n. 10978, Cass. Sez. Un. 11 aprile 1994 n. 3354 e Cass. 25 luglio 1992 n. 8994). E, ricorrendo questa seconda situazione, come pure si sostiene da parte sia della prevalente dottrina, sia della giurisprudenza (v. le sentenze indicate, cui adde Cass. 22 febbraio 1994 n. 1719), si deve fare riferimento al concetto di pregiudizialità, come sinonimo di dipendenza, proprio per rimarcare il nesso di conseguenzialità giuridica che deve esistere tra la due cause e che deve essere di tale natura che la decisione della questione oggetto della causa pregiudicata non può essere emanata senza la necessaria e preventiva definizione, con sentenza passata in giudicato, della causa pregiudicante.
V. Nell'ipotesi di sospensione necessaria non imposta da una specifica disposizione di legge, inoltre, da parte della giurisprudenza è stato più volte posto l'accento sul fatto che, per l'applicabilità dell'art. 295 c.p.c., il nesso di pregiudizialità. oltre che logico, deve essere giuridico. Sintomatico è in proposito, nelle numerose massime giurisprudenziali che si sono succedute nel tempo, l'assunto secondo cui il rapporto di pregiudizialità esiste non solo quando la definizione di una controversia rappresenta un momento ineliminabile del processo logico relativo alla decisione della causa dipendente, ma anche quando l'accertamento dell'antecedente logico viene postulato con effetto di giudicato, in modo tale che, in difetto di coordinamento tra i due procedimenti, può realizzarsi un conflitto fra le decisioni adottate nell'uno e nell'altro giudizio (Cass. 20 dicembre 1994 n. 10978, Cass. 22 febbraio 1994 n. 1719, Cass. 27 maggio 1988 n. 3623 e Cass. 11 febbraio 1988 n. 1483) "essendo indispensabile prevenire ogni possibilità di conflitto fra giudicati contraddittori" (Cass. 26 giugno 1992 n. 7987 e Cass. 26 gennaio 1990 n. 466).
Ciò che rileva, quindi, è che, per le finalità perseguite dalla legge, la sospensione (non imposta da una particolare norma) è necessaria quando, in concreto, vi sia il rischio di un conflitto di giudicati; con la conseguenza che, se tale rischio non sussiste, la sospensione è per il giudice non già obbligatoria, ma solamente facoltativa (Cass. 23 giugno 1995 n. 7145, Cass. Sez. Un. 11 aprile 1994 n. 3354 e Cass. Sez. un. 19 ottobre 1993 n. 10343).
VI. L'istituto della pregiudizialità è stato studiato specialmente con riferimento alla disposizione contenuta nell'art. 34 c.p.c., che regola l'istituto dell'accertamento incidentale e che ha, come si dirà fra breve, una ratio identica a quella dell'art. 295.
Da parte della dottrina, infatti, a dimostrazione della relazione che intercorre fra le due disposizioni di legge, giustamente si sostiene che, in caso di pregiudizialità, deve farsi luogo alla sospensione necessaria del processo, previa applicazione dell'art. 295 c.p.c., solo quando, per qualsiasi ragione (come avveniva, ad esempio, prima dell'entrata in vigore del nuovo testo dell'art. 40 c.p.c., quando le due cause appartenevano, rispettivamente, alla esclusiva competenza per materia dei due diversi giudici), non sia possibile l'emanazione di un'unica decisione da parte di un solo giudice (v., per quanto concerne la giurisprudenza, Cass. 25 gennaio 1995 n. 874, secondo cui l'art. 295 c.p.c. è applicabile solo se non possa essere emanato un qualsiasi provvedimento di riunione dei procedimenti).
Il significato che deve darsi al termine pregiudizialità, quindi, attesa l'identità delle situazioni disciplinate dai due articoli di legge - diverse quanto agli affetti, ma analoghe quanto ai presupposti e, soprattutto, quanto allo scopo perseguito, che è quello di eliminare il rischio di giudicati contrastanti - deve trarsi dalla elaborazione che si è sviluppata nell'interpretazione del suddetto art. 34 c.p.c.
VII. La dottrina, nello studio dell'istituto dell'accertamento incidentale, analogamente a quanto è stato sopra accennato a proposito dell'interpretazione dell'art. 295, ha rilevato che il termine "pregiudizialità" può dar luogo a due diversi significati.
Innanzi tutto, come è stato precisato, si parla di questione pregiudiziale in senso meramente logico per indicare o il rapporto giuridico dal quale nasce l'effetto dedotto in giudizio o, secondo una diversa (ma convergente) accezione, il fatto costitutivo del diritto fatto valere davanti al giudice (ad esempio, il contratto di compravendita rispetto alla richiesta di pagamento del prezzo della cosa venduta). È questo il c.d. punto pregiudiziale, che deve essere necessariamente conosciuto dal giudice anche senza una espressa richiesta di parte, dato che il relativo accertamento si pone quale antecedente logico indispensabile per la decisione o, come anche si suole affermare, dato che oggetto della pronuncia è, in primo luogo, l'indagine circa l'esistenza del rapporto giuridico sul quale la pretesa si fonda; tanto è vero che, come più volte è stato sostenuto dalla giurisprudenza, l'efficacia del giudicato, anche il assenza di una apposita richiesta, deve coprire (e copre) non solo la pronuncia finale, ma anche l'accertamento che si presenta come necessaria premessa o come presupposto logico della pronuncia medesima (c.d. giudicato implicito: cfr. Cass. 28 settembre 1994 n. 7890, Cass. 13 febbraio 1993 n. 1811, Cass. 18 gennaio 1992 n. 576 e Cass. 11 febbraio 1988 n. 1473).
Diversa dal c.d. punto pregiudiziale (o questione pregiudiziale in senso logico) è la questione pregiudiziale in senso tecnico giuridico. Con tale espressione si indica quella fattispecie che, essendo esterna al fatto costitutivo del diritto, ne integra il presupposto o, come si afferma da parte della dottrina, quella situazione che ugualmente rappresenta un presupposto dell'effetto dedotto in giudizio ma che si distingue, attesa la sua autonomia, dal fatto costitutivo sul quale si fonda l'effetto (ad esempio, la qualità di erede del creditore rispetto alla domanda di pagamento del prezzo oggetto del contratto di compravendita stipulato dal defunto). Questa - e non già il punto pregiudiziale - è la situazione che è presa in considerazione dall'art. 34 (e, quindi, dall'art. 295, in base a quanto è stato sopra esposto circa l'identico scopo perseguito dalle due disposizioni di legge), tant'è vero che la stessa, che non concerne l'oggetto del processo, deve essere decisa solo in via incidentale e non con efficacia di giudicato, ammenoché ciò non sia richiesta dalla legge o dall'espressa domanda di una delle parti.
Ora, ciò che preme sottolineare è che, mentre riguardo alla questione pregiudiziale in senso logico non sussiste alcun rischio di conflitto tra giudicati (anche in caso di non contestuali pronunce: v. quanto sarà esposto nel successivo punto XI), la stessa cosa non può dirsi con riferimento alla questione pregiudiziale in senso tecnico giuridico. Ed è per questa ragione che il legislatore si è preoccupato di dettare le disposizioni contenute negli artt. 34 e 295 del codice di rito.
Tenuto conto di questi rilievi, quindi, si deve affermare che tanto l'art. 34, il quale espressamente menziona la "questione pregiudiziale", quanto l'art. 295, che il medesimo istituto richiama secondo l'interpretazione che dottrina e giurisprudenza ne danno, fanno riferimento solamente alla pregiudizialità in senso tecnico giuridico e non anche alla pregiudizialità in senso meramente logico; sicché, come si deve pure asserire, mentre l'art. 295 può trovare piena applicazione quando in un altro giudizio deve essere decisa una questione pregiudiziale in senso tecnico giuridico, non può invece farsi luogo alla sospensione necessaria del processo qualora oggetto dell'altra controversia sia una questione pregiudiziale solamente in senso logico.
VIII. Con diverse pronunce la Suprema Corte ha affermato il principio secondo cui l'art. 295 c.p.c. deve trovare applicazione anche nel caso di contemporanea pendenza, davanti a giudici di grado diverso, fra il giudizio sull'an debeatur e quello sul quantum debeatur. Come è stato in più occasioni osservato, infatti, ove sia stata impugnata la sentenza resa nel separato giudizio sull'an, che ha carattere di indispensabile antecedente logico-giuridico sulla decisione del quantum, questo secondo giudizio deve essere sospeso fino alla definizione del primo con sentenza passata in giudicato (Cass. 14 luglio 1993 n. 7788, Cass. 3 aprile 1993 n. 4026, Cass. 21 agosto 1990 n. 538 ord.! e Cass. 8 agosto 1983 n. 5298).
A questa giurisprudenza si è contrapposto un diverso indirizzo, che è stato espresso nella sentenza n. 2037 emessa da questa Corte il 20 marzo 1985 e che è rimasta fino ad ora (per quanto consta) isolata. In tale sentenza è stato asserito che il lavoratore, nonostante la pendenza del giudizio nel quale è stata emanata una pronuncia di condanna generica, è immediatamente legittimato a promuovere il separato giudizio per la determinazione della prestazione e che in questa ipotesi, diversamente da quanto prevede l'art. 295 c.p.c., il giudizio relativo alla liquidazione del credito non deve essere necessariamente sospeso, essendo affidata al potere discrezionale del giudice l'opportunità, o meno, di ordinare la sospensione fino all'esito dell'impugnazione della pronuncia sull'an.
E questa conclusione è stata tratta dall'applicazione della disposizione contenuta nel secondo comma dell'art. 337 c.p.c. - il quale testualmente stabilisce che "quando l'autorità di una sentenza è invocata in un diverso processo, questo può essere sospeso se tale sentenza è impugnata" - e in base al rilievo che la disposizione in parola non è incompatibile con la norma dell'art. 295 c.p.c., trattandosi di "previsioni normative fondate su presupposti diversi ed ispirate da differenti esigenze processuali".
IX. Posto che la norma di cui al secondo comma dell'art. 337 c.p.c. prende in considerazione, come risulta dal suo tenore letterale, l'istituto della sospensione facoltativa del processo, sull'esatto suo significato si sono manifestati in dottrina due diversi orientamenti (che costituiscono, in definitiva, il fondamento dei due distinti indirizzi giurisprudenziali di cui si è testè parlato).
È stato, in primo luogo, sostenuto che, in forza dell'espressa menzione nel testo della norma del termine "autorità", poiché la pronuncia dotata di autorità è solo quella sulla quale si è formato il giudicato, la norma medesima non può che fare riferimento alla sentenza non più soggetta ai mezzi di impugnazione ordinari.
Sulla base di questa argomentazione, quindi, è stato affermato che la disposizione può trovare applicazione solamente se la sentenza, dotata già dell'"autorità del giudicato", sia oggetto di impugnazione per revocazione straordinaria (art. 395, nn. 1, 2, 3 e 6 c.p.c.) o di opposizione di terzo (art 404 c.p.c.), mentre nell'ipotesi di dipendenza fra cause, qualora la decisione di una delle due cause influisca sulla decisione dell'altra, non resta che applicare l'art. 295 c.p.c., con la conseguente sospensione necessaria della causa pregiudicata fino al passaggio in giudicato della pronuncia emanata nella causa pregiudicante.
A questa concezione si contrappone una diversa teoria, propugnata da un'altra parte della dottrina, che muove dal rilievo secondo cui, prima ancora del passaggio in giudicato, qualsiasi pronuncia giurisdizionale è dotata di una propria autorità, "dato che la sentenza esplica una efficacia di accertamento al di fuori del processo". E da questa premessa la suddetta dottrina ricava, come corollario, il principio in base al quale il secondo comma dell'art. 337 c.p.c. fa riferimento a qualsiasi sentenza, soggetta anche ai mezzi di impugnazione ordinari, con la conseguenza che, qualora una qualsivoglia pronuncia sia invocata in un diverso processo - perché posta a fondamento di una domanda o di una eccezione - il giudice si trova di fronte a questa duplice alternativa: a) può tenere conto della pronuncia indipendentemente dal suo passaggio in giudicato; b) se la pronuncia è stata impugnata (anche mediante un mezzo c.d. ordinario), può ordinare, nell'esercizio del suo potere discrezionale (insindacabile in sede di legittimità), la sospensione del processo.
X. Questo secondo indirizzo merita piena adesione, dovendo essere, al riguardo, richiamate le argomentazioni svolte nella sentenza n. 2037 del 1985, sopra indicata.
In tale sentenza è stato affermato che, per effetto della naturale proprietà dell'atto giurisdizionale (che esprime la volontà della legge nel caso concreto), la norma di cui all'art. 337, comma 2, c.p.c. applica in modo coerente il principio della immediata stabilità della sentenza impugnata, anche tale stabilità è attuata solamente in via provvisoria "nell'attesa del formarsi del giudicato ed indipendentemente da questo". Ed è stato aggiunto che queste considerazioni trovano conferma, innanzi tutto, nelle disposizioni di legge che regolano gli effetti della sentenza non definitiva emessa nel giudizio di primo grado, dal momento che gli artt. 278, 279, comma 2 n. 4, e 340 c.p.c. ammettono la possibilità che la sentenza in questione possa avere una propria efficacia (la quale, ancorché provvisoria, opera indipendentemente da quella che è diretta conseguenza della cosa giudicata), e, in secondo luogo, nella formulazione letterale della norma, la quale riconosce "autorità" e, quindi, efficacia alla sentenza ancor prima del suo passaggio in giudicato (atteso che di tale evento nella norma stessa non v'è menzione) e come, altresì, è dato ricavare dal testo dell'art. 2909 c.c., il quale, pur stabilendo che l'accertamento derivante dal giudicato fa stato "ad ogni effetto", tuttavia non esclude che dalle sentenza possano derivare effetti provvisori, in attesa del passaggio in giudicato e indipendentemente da questo.
Tenuto conto di questi esatti rilievi e di quanto è stato sopra precisato in ordine ai due diversi significati che deve essere attribuito al termine "pregiudizialità" - a seconda che lo si intenda in senso meramente logico o in senso tecnico giuridico - si deve affermare che la questione che ' oggetto del giudizio sull'an debeatur è pregiudiziale solamente in senso logico a quella, pregiudicata, che viene discussa nel separato giudizio sul quantum; con la conseguenza che, nell'ipotesi di contemporanea pendenza di questi giudizi davanti a due giudici diversi, non si può far luogo alla sospensione necessaria del processo relativo al quantum debeatur, ai sensi dell'art. 295 c.p.c., ma il giudice può, a norma dell'art. 337, comma 2, stesso codice e nell'esercizio del suo potere discrezionale, disporre la sospensione (facoltativa) ove la sentenza sull'an sia stata impugnata.
XI. Poiché la vera ragione che sta alla base della disposizione contenuta nel suddetto art. 295 c.p.c. è, come si è detto, la necessità di evitare il conflitto di giudicati, per dimostrare che in caso di contemporanea pendenza di separati giudizi sull'an e sul quantum non sussiste il rischio di un tale conflitto appare necessario completare le considerazioni svolte nella suddetta sentenza n. 2037 del 1985, sopra richiamate, con le seguenti ulteriori argomentazioni.
Stabilisce l'art. 336, comma 2, c.p.c. (nel testo modificato dall'art. 48 della legge 26 novembre 1990 n. 353), che "la riforma o la cassazione estende i suoi effetti ai provvedimenti e agli atti dipendenti dalla sentenza riformata o cassata". Questa disposizione - che attiene, secondo quanto si afferma in dottrina, al c.d. effetto espansivo esterno delle pronunce giurisdizionali - è applicabile, come è pacificamente riconosciuto sia della dottrina che dalla giurisprudenza, anche alle sentenza definitive, nel senso che la riforma o la cassazione della sentenza non definitiva determina l'immediata "caducazione" delle statuizioni contenute nella sentenza definitiva e dipendenti dalla pronuncia riformata o cassata. In proposito, da parte di questa Corte è stato asserito che, qualora fra la sentenza non definitiva e quella definitiva sussista un nesso di conseguenzialità, nel senso che la prima costituisce il presupposto dell'altra, gli effetti pregiudicanti determinati dalla riforma o dalla cassazione della sentenza non definitiva si producono su quella definitiva anche in caso di mancata impugnazione di questa, dato che il giudicato che si è formato sulla sentenza definitiva è solo apparente, essendo lo stesso necessariamente collegato alla mancata riforma della sentenza non definitiva che ne costituisce l'antecedente (Cass. 9 giugno 1990 n. 5633 e Cass. 24 febbraio 1990 n. 1409; nello stesso senso v. anche Cass. 23 febbraio 1993 n. 2188; sul concetto di giudicato solo apparente, formatosi sulla sentenza definitiva non impugnata, cfr. Cass. Sez. Un. 1 marzo 1990 n. 1589).
Orbene, poiché questi principi giurisprudenziali vengono pacificamente applicati anche alla sentenza non definitiva sull'an debeatur - la cui riforma o cassazione determina l'automatica caducazione della sentenza definitiva sul quantum (Cass. 25 gennaio 1990 n. 451) - a tale applicazione si deve pervenire pure nel caso che il creditore adisca il giudice per ottenere una pronuncia di condanna generica (per qualsiasi scopo, ad esempio al fine di conseguire un titolo che gli permetta di iscrivere l'ipoteca giudiziale sui beni immobili del debitore) e agisca poi in un diverso e separato giudizio per ottenere una sentenza di condanna specifica previa determinazione quantitativa della prestazione. Anche in questa ipotesi, essendo le due questioni legate da un nesso di conseguenzialità logica e costituendo la pronuncia sull'an il necessario presupposto della pronuncia sul quantum, la riforma o la cassazione della prima sentenza riversa i suoi effetti sulla seconda pronuncia, la quale non può continuare ad esistere ad esistere anche se sulla stessa si è formato un giudicato apparente. Il che dimostra che, non sussistendo il rischio di un conflitto fra giudicati, in caso di semplice pregiudizialità logica non è applicabile l'art. 295 c.p.c. e non può farsi luogo alla sospensione necessaria del processo (v. quanto è stato detto nel precedente punto V a proposito della sospensione facoltativa, con la giurisprudenza ivi indicata).
XII. Da tutte le argomentazioni che sono state svolte deve essere tratto il seguente principio di diritto.
Poiché l'art. 295 c.p.c., la cui ratio è quella di evitare il rischio di un conflitto tra giudicati, fa esclusivo riferimento all'ipotesi in cui fra due cause pendenti davanti allo stesso od altro giudice esista un nesso di pregiudizialità in senso tecnico giuridico e non già in senso meramente logico, la sospensione necessaria del processo non può essere disposta nell'ipotesi di contemporanea pendenza, davanti a due giudici diversi, del giudizio sull'an debeatur e di quello sul quantum (fra i quali esiste un rapporto di pregiudizialità solamente in senso logico), essendo in tal caso applicabile l'art. 337, comma 2 c.p.c. - il quale, in caso di impugnazione di una sentenza la cui autorità possa essere invocata in un separato processo, prevede soltanto la possibilità della sospensione facoltativa di tale processo - e tenuto conto, altresì, del fatto che, a norma dell'art. 336, comma 2, c.p.c., la riforma o la cassazione della sentenza sull'an determina l'automatica caducazione della sentenza sul quantum anche se su quest'ultima, in caso di mancata impugnazione, si sia formato un giudicato apparente.
XIII. Avuto riguardo al principio di diritto testè enunciato, poiché nel caso in esame non esistevano i presupposti per applicare l'art. 295 c.p.c. e per disporre, quindi, la sospensione necessaria del processo, il ricorso proposto dalla Coppola deve essere accolto.
Il provvedimento impugnato deve essere, per conseguenza, cassato e le parti debbono essere rimesse davanti allo stesso Pretore di lavoro di Napoli che ha emanato il provvedimento in questione.




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