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Art 43 cc
Articolo 43 del codice civile annotato con la giurisprudenza di legittimità, le nozioni di domicilio, residenza e dimora nella giurisprudenza della suprema corte
 
 
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ART 43 CC
Domicilio e residenza.


[I]. Il domicilio di una persona è nel luogo in cui essa ha stabilito la sede principale dei suoi affari e interessi [343, 354, 456; 14 Cost.; 18, 139 c.p.c.; 614, 615-bis c.p.].
[II]. La residenza è nel luogo in cui la persona ha la dimora abituale [94, 1441; 18, 139 c.p.c.].

Cassazione civile  sez. VI 15 ottobre 2011 n. 21370


Il domicilio individua il luogo ove la persona, alla cui volontà occorre avere principalmente riguardo, ha stabilito il centro principale dei propri affari e interessi, sicché riguarda la generalità dei rapporti del soggetto - non solo economici, ma anche morali, sociali e familiari - che va desunta alla stregua di tutti gli elementi di fatto dai quali, direttamente o indirettamente, risultino la presenza di tale complesso di rapporti in quel determinato luogo ed il carattere principale attribuitogli dall'interessato, a prescindere dalla dimora o dalla presenza effettiva ivi dello stesso. Il fatto che una persona ricoverata in una casa di cura o di riposo non possa necessariamente implicare, di per se solo, anche il trasferimento del domicilio della persona stessa nel detto luogo, in quanto il ricovero può avere carattere temporaneo e/o comunque non continuativo, potendo la persona per più o meno brevi periodi riportarsi nel luogo lasciato e, soprattutto, voler ivi comunque conservare, per intuibili plurimi motivi morali e materiali, il centro principale dei propri rapporti (nella specie, la Corte ha ritenuto valida la notifica effettuata nella precedente residenza di un soggetto che, pur risiedendo in una casa di riposo, aveva manifestato la volontà di conservare il domicilio nel vecchio indirizzo).


Cassazione civile  sez. trib. 25 marzo 2011 n. 6934



In tema di imposte sui redditi, qualora un soggetto, iscritto nell'anagrafe degli italiani residenti all'estero (Aire), intenda essere assoggettato, ai sensi dell'art. 2, comma 2, del d.P.R. n. 917 del 1986, alla tassazione in Italia, sul presupposto di avere ivi il domicilio, deve, per superare la presunzione di conformità del dato anagrafico a quello reale, dimostrare in modo rigoroso che si trovi in Italia il centro dei suoi interessi, ossia il luogo con il quale ha il più stretto collegamento sotto il profilo degli interessi personali e patrimoniali. (In applicazione del principio, la S.C. ha confermato la sentenza della Commissione tributaria regionale che aveva escluso potesse essere ritenuto domiciliato in Italia un soggetto, iscritto all'Aire e residente nel Principato di Monaco, sulla sola scorta dell'autodichiarazione di domicilio, contenuta nel modello Unico).

Cassazione civile  sez. trib. 15 giugno 2010 n. 14434



In tema d'imposte sui redditi, l'art. 2, comma 2, d.P.R. 22 dicembre 1986 n. 917 richiede, per la configurabilità della residenza fiscale nello Stato, tre presupposti, indicati in via alternativa, il primo, formale, rappresentato dall'iscrizione nelle anagrafi delle popolazioni residenti, e gli altri due, di fatto, costituiti dalla residenza o dal domicilio nello Stato ai sensi del codice civile; ne consegue che l'iscrizione del cittadino nell'anagrafe dei residenti all'estero non è elemento determinante per escludere la residenza fiscale in Italia, allorché il soggetto abbia nel territorio dello Stato il proprio domicilio, inteso come sede principale degli affari ed interessi economici, nonché delle proprie relazioni personali, non risultando determinante, a tal fine, il carattere soggettivo ed elettivo della « scelta » dell'interessato, rilevante solo quanto alla libertà dell'effettuazione della stessa, ma non ai fini della verifica del risultato di quella scelta, ma dovendosi contemperare la volontà individuale con le esigenze di tutela dell'affidamento dei terzi, per cui il centro principale degli interessi vitali del soggetto va individuato dando prevalenza al luogo in cui la gestione di detti interessi viene esercitata abitualmente in modo riconoscibile dai terzi.


Cassazione civile  sez. trib. 07 maggio 2010 n. 11186



In tema di i.v.a., l'art. 7, comma 3, d.P.R. 26 ottobre 1972 n. 633, considera effettuate nel territorio dello Stato le prestazioni di servizi rese da soggetti che nello stesso hanno il domicilio, tale intendendosi, ai sensi dell'art. 43 c.c., il luogo dove il soggetto ha la sede dei suoi affari ed interessi ed essendo questi ultimi comprensivi anche della sfera dei rapporti personali e non solo economici, con la conseguenza che sono soggette all'imposta le prestazioni sportive rese da un'atleta (nella specie corridore motociclista) che, avendo fissato all'estero la propria residenza, si rechi, sempre all'estero, ma in luoghi diversi, per partecipare alle varie competizioni, vivendo però negli altri periodi nella propria abitazione sita nel territorio dello Stato.


Cassazione civile  sez. lav. 22 agosto 2007 n. 17882


Nelle controversie del lavoratore parasubordinato, nelle quali ai sensi dell'art. 413, comma 4, c.p.c. la competenza territoriale si determina in modo esclusivo in relazione al foro del domicilio del lavoratore, il domicilio stesso deve intendersi fissato nel luogo in cui il lavoratore ha il centro dei propri affari ed interessi, intendendosi per interessi non solo quelli economici e materiali, ma anche quelli affettivi e spirituali, atteso che la nozione di domicilio è unitaria e impone che vengano considerati, assieme agli affari ed agli interessi economici dell'individuo, anche gli interessi affettivi e personali. (Nella specie, la S.C. ha confermato la sentenza di merito che aveva ritenuto che il domicilio del lavoratore parasubordinato fosse non nel luogo di residenza della famiglia, ove il lavoratore si ritirava la sera o per trascorrere le festività, ma nel diverso luogo in cui lo stesso, oltre a risiedere anagraficamente, svolgeva l'attività lavorativa).


Per domicilio del lavoratore parasubordinato deve intendersi il luogo in cui questi ha il centro dei propri affari e interessi, intendendosi per interessi non solo quelli economici e materiali, ma anche quelli affettivi e spirituali. La nozione di domicilio è unitaria e richiede che si considerino sia gli affari e gli interessi economici, sia gli interessi affettivi e personali. Non può un lavoratore coordinato assumere che il domicilio è quello ricollegabile ai soli interessi affettivi e familiari, senza conferire alcuna rilevanza al luogo dei molteplici interessi economici e affari, accompagnato dalla residenza anagrafica.

Cassazione civile  sez. un. 29 novembre 2006 n. 25275



Ai sensi del comma 1 art. 3 l. 31 maggio 1995 n. 218, essendo venuto meno, a seguito dell'abrogazione dell'art. 4 c.p.c., ogni riferimento allo straniero ai fini della determinazione dell'ambito della giurisdizione del giudice italiano, assume rilevanza, quale criterio generale di radicamento della competenza giurisdizionale del giudice italiano, il dato obiettivo del domicilio o della residenza del convenuto in Italia, dovendosi intendere la nozione di domicilio alla stregua dell'art. 43 c.c., cioè il luogo nel quale il convenuto ha la sede dei suoi affari ed interessi, e dovendo presumersi, in conformità a quanto di regola avviene, che il soggetto stabilisca la sede principale dei suoi affari ed interessi nel medesimo luogo in cui abitualmente dimora. (Nella specie, sulla base di tale principio, la S.C. ha confermato la decisione della corte territoriale che aveva riconosciuto la giurisdizione italiana, con riferimento ad un'azione di condanna per differenze retributive per attività dirigenziale svolta negli Stati Uniti, sul presupposto dell'accertata circostanza che il datore di lavoro, evocato in giudizio in proprio e quale rappresentante delle società controllate, aveva la residenza ed il centro dei propri affari in Italia e che le società che egli rappresentava, e sostanzialmente controllava influenzandone le decisioni e le scelte gestionali, avevano anch'esse la propria sede legale in Italia).


Cassazione civile  sez. II 14 novembre 2006 n. 24284



Il domicilio, anche ai fini della competenza per territorio nella cause ereditarie, deve essere inteso come il luogo in cui la persona ha stabilità la sede principale dei suoi affari e dei suoi interessi, che va individuato non solo con riferimento ai rapporti economici e patrimoniali, ma anche ai suoi interessi morali, sociali e familiari, che confluiscono normalmente nel luogo ove la stessa vive con la propria famiglia. Deriva da quanto precede, pertanto, che il domicilio è caratterizzato dalla intenzione di costituire in un determinato luogo il centro principale delle proprie relazioni familiari, sociali ed economiche. (Nella specie in applicazione del riferito principio la S.C. ha affermato che correttamente il giudice del merito aveva accertato che era irrilevante che il "de cuius" avesse conservato la propria residenza anagrafica in altro luogo, nel quale si recava occasionalmente per uno o due giorni ogni mese, facendosi ospitare presso il suocero, atteso non solo che aveva sempre vissuto, tra il 1949 sino alla sua morte nel 1979 in altro luogo, in una sua villa, con la moglie e i figli, intrattenendo rapporti con le persona del posto, curando direttamente come agricoltore non coltivatore la gestione di una sua azienda agricola, per mezzo di salariati, dimostrando per quella un affetto confermato dalla decisione dei suoi familiari, di fare tumulare il "de cuius" nel locale cimitero).

Cassazione civile  sez. III 08 marzo 2005 n. 5006



Ai fini della competenza territoriale, qualora sia convenuta una persona fisica, e si faccia riferimento al luogo del domicilio, che è criterio di collegamento rilevante sia ai fini dell'art. 18 c.p.c. che dell'art. 20 c.p.c. ed autonomo rispetto a quello della residenza, s'intende per domicilio il luogo in cui la persona ha stabilito la sede principale dei suoi affari e dei suoi interessi, che non va individuato solo con riferimento ai rapporti economici e patrimoniali, ma anche ai suoi interessi morali, sociali e familiari, che confluiscono normalmente nel luogo ove la stessa vive con la propria famiglia; ne consegue che il domicilio è caratterizzato dall'intenzione di costituire in un determinato luogo il centro principale delle proprie relazioni familiari, sociali ed economiche. (Nella specie il convenuto aveva trasferito la residenza da Palermo a Cefalù, continuando a svolgere attività professionale nel capoluogo; la S.C, nel confermare la sentenza di merito, ha precisato che il trasferimento della residenza comporta la presunzione di trasferimento anche del domicilio, presunzione non superata dalla permanenza dello studio legale in Palermo, in mancanza di prova sia della persistente iscrizione nell'albo professionale di quella città, sia del carattere fittizio del trasferimento di residenza).


Cassazione civile  sez. un. 11 febbraio 2003 n. 2060



Ove il cittadino italiano, convenuto in giudizio, abbia all'estero la propria residenza, deve ritenersi che ivi abbia anche il domicilio, potendo presumersi che la sede principale degli affari ed interessi sia fissata nel medesimo luogo in cui il soggetto abitualmente dimora; ai fini del superamento di detta presunzione, e quindi della prova dell'esistenza di un domicilio del detto convenuto in Italia - necessaria perché scatti il criterio generale di radicamento della competenza giurisdizionale del giudice italiano, ai sensi dell'art. 3 l. 31 maggio 1995 n. 218 - non basta la mera disponibilità di un immobile in Italia, nè la ricezione, ivi, ad opera di un domestico, dell'atto di citazione in giudizio, trattandosi di circostanze non significative ai fini dell'individuazione di un luogo elevato a centro dei propri affari ed interessi.





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