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cassa commercialisti validi gli anni con parziali omissioni contributive
Con la recente sentenza n. 294 del 21 aprile del 2017, la Corte di Appello di Bologna, confermando la sentenza del precedente grado che aveva accolto la domanda di un dottore commercialista diretta ad ottenere la riliquidazione della pensione, ha ritenuto che la Cassa Commercialista non potesse annullare periodi di iscrizione e contribuzione maturati da dottori commercialisti presso di sè adducendo il solo parziale versamento della contribuzione dovuta in tale periodo dai professionisti.
Deve, al riguardo, ricordarsi che, già con la sentenza n 5672 del 10 aprile 2012, la Suprema Corte ha ritenuto che, in difetto di norme di legge che stabiliscano espressamente l'inefficacia, a fini previdenziali, delle annualità contributive per le quali la contribuzione risulti solo parzialmente versata, la stessa dovrà essere computata ai fini della maturazione dell'anzianità assicurativa necessaria per accedere alla pensione ed ai fini della determinazione del quantum salvo riproporzionare l'importo in relazione al reddito correlativo alla contribuzione effettivamente versata.
Ha, infatti, osservato la Suprema Corte “Nessuna norma della previdenza forense prevede che la parziale omissione del contributo determini la perdita o la riduzione dell'anzianità contributiva e della effettività di iscrizione alla Cassa, giacchè la normativa prevede solo il pagamento di somme aggiuntive”
Ha ulteriormente osservato che: "L'unico aggancio normativo reperibile è quello di cui alla norma sopra citata della L. n. 141 del 1992, art. 1, ove si prevede appunto che la pensione di vecchiaia "è pari, per ogni anno di "effettiva" iscrizione e contribuzione, all'1,75 per cento della media dei più elevati dieci redditi professionali...".  Tuttavia il termine "effettivo" non può interpretarsi come precettivo del fatto che la contribuzione deve essere "integrale", lo vieta in primo luogo la comune accezione del termine che non fa alcun riferimento ad una "misura". L'aggettivazione usata sta invece ad indicare che la pensione si commisura sulla base della contribuzione "effettivamente" versata, escludendo così ogni automatismo delle prestazioni in assenza di contribuzione, principio che vige invece per il lavoro dipendente e che è ovviamente inapplicabile alla previdenza dei liberi professionisti, in cui l'iscritto e beneficiario delle prestazioni è anche l'unico soggetto tenuto al pagamento della contribuzione."
La richiamata sentenza risulta in definitiva così massimata: “In relazione al sistema che regola la Cassa di Previdenza Forense, anche gli anni non coperti da integrale contribuzione, concorrono a formare l'anzianità contributiva e vanno inseriti nel calcolo della pensione, prendendo come base il reddito sul quale è stato effettivamente pagato il contributo”.
Tale principio è stato nuovamente affermato da Cass. 26962/13 secondo cui “Nessuna norma della previdenza forense prevede che la parziale omissione del contributo determini la perdita o la riduzione dell'anzianità contributiva e della effettività di iscrizione alla Cassa, giacchè la normativa prevede solo il pagamento di somme aggiuntive. Nessuna norma quindi prevede che venga "annullata" l'annualità in cui vi siano stati versamenti inferiori al dovuto. L'unico aggancio normativo reperibile è quello di cui alla norma sopra citata della L. n. 141 del 1992, art. 1, ove si prevede appunto che la pensione di vecchiaia "è pari, per ogni anno di "effettiva" iscrizione e contribuzione, all'1,75 per cento della media dei più elevati dieci redditi professionali...". Tuttavia il termine "effettivo" non può interpretarsi come precettivo del fatto che la contribuzione deve essere "integrale", lo vieta in primo luogo la comune accezione del termine che non fa alcun riferimento ad una "misura". L'aggettivazione usata sta invece ad indicare che la pensione si commisura sulla base della contribuzione "effettivamente" versata, escludendo così ogni automatismo delle prestazioni in assenza di contribuzione, principio che vige invece per il lavoro dipendente e che è ovviamente inapplicabile alla previdenza dei liberi professionisti, in cui l'iscritto e beneficiario delle prestazioni è anche l'unico soggetto tenuto al pagamento della contribuzione. 6.3. Si consideri poi la particolare struttura dell'obbligo contributivo gravante sul professionista, che si compone di un contributo soggettivo (L. n. 576 del 1980, art. 10) commisurato al reddito Irpef e determinato sulla base di scaglioni di reddito, con una misura minima predeterminata ed un contributo integrativo (art. 11) ossia una maggiorazione percentuale su tutti i corrispettivi rientranti nel volume annuale d'affari ai fini dell'IVA; nessuna disposizione della legge professionale prescrive che, l'annualità non possa essere accreditata, ove i versamenti siano inferiori ad una determinata soglia, non vi è quindi la regola del "minimale" per la pensionabilità come invece previsto per i lavoratori dipendenti (cfr. L. n. 638 del 1983, art. 7). ..Si deve allora concludere che gli anni non coperti da integrale contribuzione concorrono a formare l'anzianità contributiva e vanno inseriti nel calcolo della pensione, prendendo come base il reddito sul quale è stato effettivamente pagato il contributo". (Cass. n. 5672 del 2012, cit.).
Il principio è stato, poi, ribadito ancora più di recente dalla Suprema Corte con la pronuncia n. 7621 del 2015 che risulta così massimata “In caso di mancato esercizio del potere di rettifica dei contributi versati dal professionista da parte della Cassa nel termine fissato dall'art. 20 l. n. 576 del 1980, gli anni non coperti da integrale contribuzione concorrono a formare l'anzianità contributiva e vanno inseriti nel calcolo della pensione, prendendo come base il reddito sul quale è stato effettivamente pagato il contributo”. Nel percorso motivazionale tale sentenza afferma “…non induce una diversa interpretazione l'argomento addotto dalla resistente, secondo cui il disposto della L. n. 576 del 1980, art. 2, che riconosce il diritto alla pensione di vecchiaia a coloro che abbiano compiuto almeno sessantacinque anni di età, dopo almeno trenta anni di effettiva iscrizione e contribuzione alla Cassa, stia a significare che tanto la iscrizione quanto la contribuzione debbano essere effettive e, con particolare riferimento a quest'ultima, che questa debba essere esattamente quella dovuta, con la conseguenza che la parziale omissione ne imporrebbe la totale esclusione ai fini del calcolo. 7.1. Tale interpretazione contrasta sia con il tenore letterale della norma - l'aggettivo effettivo non è sinonimo di integrale, dal momento che esso non contiene alcun riferimento ad una misura - sia con la mancanza di una norma che sanzioni, con la perdita o la riduzione dell'anzianità contributiva e dell'effettività di iscrizione alla Cassa, il parziale pagamento dei contributi, ma prevede soltanto il pagamento di somme aggiuntive (in tal senso Cass., 10 aprile 2012, n. 5672; Cass., 2 dicembre 2013, n. 26962).
Anche se le pronunce citate si riferiscono all'ordinamento previdenziale della Cassa Forense, il comma 2 dell’art. 2 della l. n. 21 del 1986 (dell’ordinamento previdenziale della Cassa Commercialisti) reca una norma anche testualmente coincidente “…La pensione annua è pari, per ogni anno di effettiva iscrizione e contribuzione, al 2 per cento della media dei più elevati dieci redditi annuali professionali dichiarati dall'iscritto”. Il ragionamento della Corte non può non essere, dunque, esteso anche al sistema di previdenza della Cassa Commercialisti.
Ciò significa che, laddove un dottore commercialista abbia parzialmente versato la contribuzione previdenziale, egli avrebbe comunque diritto acchè la relativa annualità sia considerata a fini pensionistici, sia pure rideterminando il reddito con riferimento al contributo effettivamente versato.
Va, tuttavia, considerato che, nell’ordinamento della Cassa Commercialisti, vi è una norma (di fonte regolamentare), che sancisce l’inefficacia a fini previdenziali della contribuzione che non sia stata integralmente versata (cfr. l’art. 10 comma 11 del regolamento di disciplina del regime previdenziale – regolamento, questo, entrato in vigore il 14 luglio del 2004).
A tale riguardo, però, deve osservarsi che il regolamento di disciplina del regime previdenziale, nel quale tale norma è stata inserita, è stato approvato nel mese di luglio del 2004 e, quindi, sarebbe idoneo, in astratto, a produrre effetti solo su fatti successivi alla sua entrata in vigore non potendo, dunque, per il principio generale di irretroattività della legge di cui all’art. 11 delle preleggi (principio, questo, ancora più cogente con riferimento alle fonti di rango secondario) incidere (determinando l’inefficacia della relativa annualità di contribuzione) sugli effetti previdenziali di versamenti contributivi parziali effettuati in precedenza dal professionista. Ove,infatti, fosse consentito ad una norma regolamentare (quale è l’art. 10, comma 11 del regolamento di disciplina del regime previdenziale) di determinare l’invalidità di contribuzioni pregresse che, in base al precedente assetto normativo, avrebbero avuto, invece, effetti a fini pensionistici, la norma in questione produrrebbe, infatti, effetti retroattivi, effetti, peraltro, incidenti su un diritto costituzionalmente garantito come quello alla tutela previdenziale (cfr. art. 38 Cost.). Inoltre, l’impianto motivazionale della richiamata giurisprudenza di legittimità si fonda, come doveroso, esclusivamente sull’esame delle norme primarie e non sulle norme regolamentari e, sotto tale profilo, il sistema previdenziale della Cassa Forense è, come già sottolineato, in larga parte sovrapponibile a quello della Cassa Commercialisti. A tale riguardo, infatti, il principale argomento valorizzato dalla sentenza è quello dell’inesistenza di una norma di legge che sancisca, a fronte del parziale versamento della contribuzione, l’annullamento dell’intera annualità di contribuzione e neppure nel sistema previdenziale gestito dalla Cassa Commercialisti esiste una norma di legge che sancisca l’inefficacia degli anni di contribuzione in relazione ai quali la contribuzione risulti essere stata parzialmente versata. Va poi considerato che la norma, di cui all’art. 10, comma 11 del regolamento di disciplina del regime previdenziale che ha previsto, per la prima volta, la condizione, prima inesistente, dell’esattezza della contribuzione ai fini della validità dell’annualità contributiva ha, di fatto, introdotto un nuovo requisito di accesso alla pensione stabilendo che, ai fini del pensionamento, non soltanto sia necessaria la maturazione di una determinata anzianità contributiva ma anche che le annualità contributive possano essere computate solo a condizione che la contribuzione sia stata integralmente versata. Orbene, la S.C., con la sentenza n. 7010/2005 e, molto più di recente con la n. 7516/2017, ha avuto modo di chiarire che, ai sensi dell’art. 3 comma 12 della l. n. 335 del 1995, le Casse sono state munite di specifici poteri di autoregolamentazione del sistema previdenziale; poteri, questi, che non sono, tuttavia, assoluti e che, in particolare, non comprendono quello di modifica dei requisiti di accesso ai trattamenti pensionistici (cfr., per l’appunto, il seguente brano della sentenza citata “…Però la legge ha fatto riferimento alla "…riparametrazione dei coefficienti di rendimento o di ogni altro criterio di determinazione del trattamento pensionistico nel rispetto del principio del pro rata in relazione alle anzianità già maturate rispetto alla introduzione delle modifiche derivanti dai provvedimenti suddetti". Il chiaro tenore letterale della disposizione conferma la fondatezza del rilievo della Corte di merito secondo cui i poteri attribuiti riguardano i criteri di determinazione della misura dei trattamenti pensionistici - peraltro con una severa protezione delle situazioni in via di maturazione (cfr. il criterio del pro rata) - e non anche i requisiti per l'accesso ai medesimi o per la loro concreta fruizione”). 

Corte di Appello di Bologna -Sentenza n. 294 del 21 aprile del 2017
 
  
 




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