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fuga e resistenza a pubblico ufficiale

Quali sono le caratteristiche della fuga che possono integrare la resistenza a pubblico ufficiale?

 

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Con riferimento al delitto di resistenza di pubblico ufficiale, una peculiare questione è quella che concerne la fuga. Di per sè, infatti, la fuga non parrebbe poter configurare un atto di violenza volto a coartare la volontà del pubblico ufficiale. Tuttavia, la giurisprudenza ha rilevato che, ove la fuga sia svolta con modalità pericolose, essa possa integrare la resistenza a pubblico ufficiale allorchè l'inseguitore abbia la percezione di pericolo per la propria incolumità. Secondo la Suprema Corte, sussiste dunque la resistenza a pubblico ufficiale anche allorchè il sospettato che si dà alla fuga cagioni nel PU una percezione soggettiva di pericolo

Cassazione penale  sez. II 20 novembre 2009 n. 46618

Integra il reato di resistenza a pubblico ufficiale la condotta di colui che, per sottrarsi alle forze di polizia, non si limiti alla fuga in macchina ma proceda ad una serie di manovre finalizzate ad impedire l' inseguimento , così ostacolando concretamente l'esercizio della funzione pubblica e inducendo nell'inseguitore una percezione di pericolo per la propria incolumità.



MOTIVI DELLA DECISIONE

1. Con sentenza in data 11.7.2008 la Corte di appello di Lecce ha confermato la decisione del Gup presso il Tribunale della stessa città con la quale C.G., M.A., V.E. e R.G., all'esito di giudizio abbreviato, erano stati dichiarati colpevoli, rispettivamente, C. e M.:
a) del delitto di concorso in furto aggravato di un autocarro;
b) del delitto di concorso in resistenza a pubblico ufficiale dal quale era derivata, come evento non voluto, la morte di un carabiniere a seguito di incidente che aveva coinvolto l'auto militare su cui questi viaggiava, impegnata - per contrastarne la fuga - nell'inseguimento del mezzo sub a) e di quello sub d);
c) del delitto di porto e detenzione di armi, utilizzate per commettere il reato di resistenza sub b) C., M. e V.;
d) del delitto di concorso in rapina di un'autovettura, successivamente utilizzata per commettere il reato di resistenza sub b);
C., V. e R.;
e) del delitto di cessione di sostanze stupefacenti.
2. Alla base dell'affermazione di responsabilità degli imputati in ordine ai delitti di cui ai capi a), b), c) e d) i giudici di merito ponevano le dichiarazioni di un collaboratore di giustizia - valutate come testimonianza perchè il propalante non risultava nè coimputato nè imputato o indagato in procedimento connesso o collegato - il quale aveva indicato sia i soggetti coinvolti nell'episodio del furto e successiva resistenza ai pubblici ufficiali sopravvenuti, sia quelli che, mesi prima, avevano rapinato l'auto con la quale, nella ricostruzione accusatoria, erano state prima effettuate le manovre a "protezione" della marcia del camion e poi raccolte le persone che si trovavano al suo interno, per proseguire quindi la fuga fino al tragico epilogo dell'uscita di strada del mezzo inseguitore; detto testimone veniva ritenuto attendibile sotto il profilo estrinseco ed intrinseco e veniva altresì escluso che le discrasie riscontrate nel suo narrato ne potessero inficiare la complessiva credibilità.
Ritenevano i giudici di appello la correttezza dell'inquadramento del fatto concernente la fuga degli autori del furto (prima con due e poi con un solo mezzo) e gli ostacoli frapposti al veicolo militare inseguitore (azzardate manovre di disturbo, peraltro compiute anche mediante l'utilizzazione di auto con fari posteriori disattivi, esplosione di colpi d'arma da fuoco) nell'ipotesi di resistenza di cui all'art. 337 c.p.; nonchè la riconducibilità del decesso del carabiniere, conseguito all'uscita di strada dell'auto inseguitrice su cui viaggiava, alla previsione normativa di cui all'art. 586 c.p.:
conclusione cui si perveniva anche a privilegiarne la più "garantista" fra le possibili interpretazioni, che richiede la prevedibilità dell'evento non voluto.
Ribadiva la sentenza impugnata che dall'auto in fuga fossero stati esplosi colpi d'arma da fuoco nei confronti dei carabinieri, e ciò nonostante il reperimento sul luogo del fatto solo di bossoli in dotazione a questi ultimi; ed affermava che l'uscita di strada dell'auto militare dovesse ascriversi proprio alla condotta pericolosa del mezzo in fuga ed agli spari.
Quanto al reato sub e) ritenevano i giudici di merito che la responsabilità degli imputati (i quali erano stati genericamente indicati dal collaboratore G. come dediti allo spaccio) emergesse dall'esito di intercettazioni telefoniche disposte nel corso delle indagini svolte in relazione ai reati di cui si è detto in precedenza.
3. Avverso tale sentenza hanno proposto ricorso per cassazione tutti gli imputati.
4. C. denuncia:
1 - inutilizzabilità delle dichiarazioni rese dal collaboratore G. in relazione all'art. 63 c.p.p., comma 2, artt. 64 e 191 c.p.p., art. 192 c.p.p., commi 2 e 4; rileva il ricorrente come erroneamente dette propalazioni siano state valutate alla stregua di una testimonianza, mentre, come si evince dalla stessa ordinanza cautelare, le indagini per i fatti di cui è processo erano state fin dall'inizio indirizzate nei suoi confronti, sicchè egli avrebbe dovuto essere considerato come soggetto indagato fin da prima della sua assunzione;
2 - violazione dell'art. 191 c.p.p., art. 192 c.p.p., commi 3 e 4, nonchè vizio della motivazione; deduce il ricorrente che le dichiarazioni del collaboratore G. avrebbero dovuto essere valutate alla stregua del dettato dell'art. 192 c.p.p., commi 2 e 4, atteso che egli era sottoposto ad indagine quale "capo" di un gruppo criminale nel quale si riteneva fossero inseriti gli imputati M. e C., sicchè ricorre l'ipotesi di cui all'art. 194 c.p.p., comma 4, essendo stato peraltro il G. interrogato con le garanzie di cui all'art. 64 c.p.p.;
3 - vizio della motivazione e violazione dell'art. 192 c.p.p., comma 4; incompiuta ed incompleta appare al ricorrente la motivazione dell'impugnata sentenza circa la credibilità soggettiva del G., avendo la Corte di appello illogicamente sottovalutato il suo stato psichico e la circostanza che egli avesse motivi di rancore nei suoi confronti, per la vicinanza ad un rivale nel mondo del crimine; rileva altresì come la Corte territoriale non abbia adeguatamente risposto alle censure difensive concernenti lo sviluppo dell'interrogatorio reso dal collaboratore, dal quale appare evidente come egli si fosse adattato a quelle che apparivano via via le aspettative dei suoi interlocutori; come non abbia tenuto conto della rappresentazione vaga e fumosa del furto e dell'inseguimento, operata dal propalante senza fare alcun cenno al conflitto a fuoco, e delle altre divergenze con i dati emergenti dagli atti; aggiunge, altresì, che il giudice di secondo grado si è impegnato a rinvenire riscontri estrinseci alle dichiarazioni del collaboratore, ma non è stato in grado di rinvenire alcun elemento individualizzante a suo carico, sicchè l'unica prova rimane la dichiarazione accusatoria atteso che il propalante ha affermato di avere appreso dagli stessi imputati quanto da lui narrato;
4 - vizio della motivazione con riferimento all'affermazione di responsabilità in ordine al delitto di cui al capo e) dell'imputazione; osserva il ricorrente come sia intervenuta condanna da parte del Gup esclusivamente per una singola cessione, ma siano stati utilizzati a tal fine evenienze processuali riferibili a data successiva all'episodio contestato;
5 - violazione del D.P.R. n. 309 del 1990, art. 73, comma 5, e vizio della motivazione con riferimento alla deduzione difensiva, formulata con i motivi di appello, circa l'applicazione dell'attenuante del fatto lieve e l'individuazione del tipo di stupefacente ceduto;
6 - violazione dell'art. 81 c.p. e vizio della motivazione; lamenta il ricorrente che la Corte di appello abbia erroneamente escluso la continuazione fra i reati di cui ai capi a), b), c) e quello di cui al capo d), valorizzando a tal fine solo il dato temporale.
5. M. denuncia:
1 - violazione dell'art. 63 c.p.p., comma 2, artt. 64 e 191 c.p.p., art. 192 c.p.p., commi 2 e 4; deduce il ricorrente l'inutilizzabilità delle dichiarazioni del collaboratore G., nei cui confronti all'epoca dei fatti vi erano indizi di responsabilità che avrebbero imposto le cautele di cui all'art. 63 c.p.p.; deduce, altresì, la ricorrenza dell'ipotesi di cui all'art. 194 c.p.p., comma 4 per essere il predetto indiziato dell'appartenenza allo stesso sodalizio criminale degli imputati;
critica, ancora, la ritenuta attendibilità intrinseca del collaboratore;
2 - violazione degli artt. 337 e 586 c.p. e vizio della motivazione;
deduce il ricorrente che la Corte di appello abbia errato, innanzi tutto, nel ritenere sussistente il delitto di resistenza a pubblico ufficiale, avendo esteso la portata della norma anche alla fuga, con lesione conseguente del principio di tassatività; e quindi abbia compiuto erronea applicazione dell'art. 586 c.p., trascurando l'indagine sulla necessaria sussistenza sia del coefficiente di partecipazione psichica al fatto, sia del nesso di causalità tra il delitto presupposto e l'evento morte: rapporto causale che illogicamente la sentenza impugnata ricollega, pretermettendo dati obbiettivi, alla condotta di guida dell'auto in fuga, ai segnali di stop non funzionanti ed all'esplosione di colpi di arma da fuoco all'indirizzo dei militari; rileva in particolare su quest'ultimo punto che nessun riscontro obbiettivo attesti l'uso di armi da fuoco da parte dei fuggitivi - del quale riferisce solo il militare sopravvissuto, peraltro interessato ad evitare responsabilità nella causazione dell'incidente - e che i giudici di merito abbiano illegalmente dedotto la circostanza de qua dal ritrovamento dei bossoli delle armi dei carabinieri e dalla considerazione conseguente che essi avessero risposto al fuoco avversario attuato - "immagina la sentenza" - con una pistola a tamburo, sì da giustificare l'assenza di residui; conclude nel senso che le risultanze obbiettive - rilievi e perizia sul sinistro - inducano a ritenere che questo si sia verificato esclusivamente perchè l'autista del mezzo ne ha perso il controllo;
3 - violazione degli artt. 40 e 110 c.p.; rileva il ricorrente che il collaboratore di giustizia non abbia svelato quali siano stati i ruoli svolti dagli indagati nella vicenda e quale sia stato il contributo fornito da ciascuno di essi, sicchè la decisione impugnata ha illogicamente, cioè senza alcun supporto normativo ma solo in base ad una presunzione, attribuito la responsabilità senza l'accertamento delle condotte realizzate dai singoli;
4 - vizio della motivazione risultante anche da atti del fascicolo in ordine all'affermazione di responsabilità per i reati sub a), b), c) e d) ; rileva il ricorrente come - a proposito dell'episodio della rapina dell'auto - la versione del collaboratore G. risulti smentita dagli atti di causa; lamenta in proposito che la Corte di appello abbia "liquidato" le radicali divergenze fra le propalazioni e la denuncia delle persone offese come "lievi difformità", non riconoscendo ad esse l'importanza che rivestono per l'accertamento dei fatti ed in ordine all'attendibilità del collaboratore; e ciò in relazione anche agli altri episodi, in ordine ai quali non sono stati raccolti elementi di alcun genere che possano essere considerati riscontri alla chiamata in reità, nè la Corte territoriale ha fornito congrua risposta alle segnalate divergenze;
5 - violazione dell'art. 81 c.p., per avere i giudici di merito erroneamente escluso la continuazione fra i delitti di cui ai capi a), b), c) e la rapina di cui al capo d), valorizzando solo ed esclusivamente il fattore tempo e trascurando le finalità perseguite con il reato;
6 - violazione degli artt. 62 bis e 63 c.p. nonchè vizio della motivazione in relazione al trattamento sanzionatorio ed in particolare al diniego delle circostanze attenuanti generiche pure in riferimento al delitto sub e), consistente in un'unica cessione di sostanze stupefacenti.
6. V. denuncia:
1 - violazione dell'art. 63 c.p.p., comma 2, artt. 64, 191 e 192 c.p.p. con riferimento agli artt. 110 e 628 c.p.; deduce il ricorrente, con argomentazioni sovrapponibili a quelle svolte dagli altri imputati, l'inutilizzabilità delle dichiarazioni del collaboratore G., sul quale fin dall'inizio si erano indirizzate le indagini, con la conseguente operatività del disposto di cui all'art. 63 c.p.p., comma 2;
2 - violazione dell'art. 191 c.p.p. e art. 192 c.p.p., commi 3 e 4, nonchè vizio della motivazione; rileva il ricorrente che in ogni caso le dichiarazioni del collaboratore, coinvolto con gli imputati in un sodalizio criminoso, avrebbero dovuto essere valutate alla stregua delle prescrizioni di cui all'art. 192 c.p.p..
3 - vizio della motivazione e violazione dell'art. 192 c.p.p., comma 4; deduce il ricorrente come, essendosi impegnati i giudici di merito a trovare i riscontri alle dichiarazioni G., così riconoscendo la necessità della loro verifica ex art. 192 c.p.p., comma 4 nessun dato sia stato rinvenuto nei suoi confronti e rileva come sia stato eluso il tema, posto con i motivi di gravame, della credibilità del collaboratore anche sotto il profilo soggettivo;
4 - vizio della motivazione in ordine alla deduzione difensiva concernente la incompatibilità fra la patologia cardiaca di cui egli soffre e la partecipazione alla contestata rapina;
5 - violazione di legge e vizio della motivazione con riferimento all'affermazione di responsabilità in ordine al delitto di cui al capo e) dell'imputazione; osserva il ricorrente come sia intervenuta condanna da parte del Gup esclusivamente per una singola cessione, ma siano stati utilizzati a tal fine evenienze processuali (conversazioni intercettate e perquisizione) riferibili a data successiva all'episodio contestato;
6 - violazione del D.P.R. n. 309 del 1990, art. 73, comma 5, e vizio della motivazione con riferimento alla deduzione difensiva, formulata con i motivi di appello, circa l'applicazione dell'attenuante del fatto lieve e l'individuazione del tipo di stupefacente ceduto;
7 - violazione degli artt. 62 bis e 63 c.p. nonchè vizio della motivazione in relazione al trattamento sanzionatorio ed in particolare al diniego delle circostanze attenuanti generiche pure in riferimento al delitto sub e), consistente in un'unica cessione di sostanze stupefacenti.
7. R. denuncia:
1 - vizio della motivazione in ordine alla ritenuta attendibilità, sotto il profilo soggettivo e oggettivo, del collaboratore G., le cui dichiarazioni sono l'unico elemento a carico per il solo episodio di spaccio per cui è intervenuta condanna;
2 - violazione di legge e vizio della motivazione in ordine all'affermazione di responsabilità per il reato sub e), non essendovi prova nè del suo concorso in esso, nè della sua consapevolezza circa la detenzione e la cessione di stupefacente da parte di altri;
3 - violazione del D.P.R. n. 309 del 1990, art. 73, comma 5, e vizio della motivazione con riferimento alla deduzione difensiva, formulata con i motivi di appello, circa l'applicazione dell'attenuante del fatto lieve e l'individuazione del tipo di stupefacente ceduto;
4 - violazione degli artt. 62 bis e 63 c.p. nonchè vizio della motivazione in relazione al trattamento sanzionatorio ed in particolare al diniego delle circostanze attenuanti generiche pure in riferimento al delitto sub e), consistente in un'unica cessione di sostanze stupefacenti.
9. I ricorrenti C. (motivi 1 e 2), L. (motivo 1) e V. (motivi 1 e 2), con argomentazioni sovrapponibili, ripropongono in questa sede l'eccezione, già disattesa dalla Corte di appello, di inutilizzabilità delle dichiarazioni del collaboratore G., il quale secondo l'assunto difensivo avrebbe dovuto essere sentito "fin dall'inizio" come persona sottoposta ad indagine per l'emergenza di elementi indizianti nei suoi confronti; e rilevano che comunque, ove utilizzabili, le propalazioni avrebbero dovuto essere valutate ai sensi dell'art. 192 c.p.p., commi 3 e 4, e non quale testimonianza.
9.1. Le doglianze sono infondate.
9.2 E' principio in più occasioni affermato nella giurisprudenza di legittimità, in conformità ad un sistema processuale che distingue nettamente funzioni del pubblico ministero e del giudice (tanto da impedire a quest'ultimo perfino di integrare le argomentazioni carenti pose dal primo a base dei suoi provvedimenti: sez. un., 28.1.2004, p.c. Ferazzi, rv 226712; sez. un., 29.11.2005, Campennì, rv 232605), che il divieto di utilizzazione nei confronti di terzi delle dichiarazioni rese da persona che avrebbe dovuto essere sentita in qualità di indagata non può inficiare il narrato di soggetto che mai abbia assunto - in ordine ai fatti per cui si procede - la qualità di imputato o indagato, perchè non è consentito al giudice, a differenza che al pubblico ministero, di attribuire ad alcuno, di sua iniziativa, tale qualità (sez. 2^, 21.9.2007, Boscolo, rv 238218; sez. 5^, 4.11.2008, Biagini, rv 241942).
Peraltro, anche con riferimento al pubblico ministero, vale il principio secondo cui la sanzione di inutilizzabilità erga omnes delle dichiarazioni assunte senza garanzie difensive da un soggetto che avrebbe dovuto fin dall'inizio essere sentito in qualità di imputato o persona soggetta alle indagini, postula che a carico dell'interessato siano già acquisiti, prima dell'escussione, indizi non equivoci di reità, non rilevando a tale proposito eventuali sospetti od intuizioni personali dell'interrogante (sez. un., 23.4.2009, Fruci; sez. un., 24.9.2009, Lattanzi) e tanto meno, a posteriori, di terzi.
Non consta nel caso di specie nè è stato in alcun modo documentato che la posizione del collaboratore G. rispetto ai fatti di causa sia mai stata valutata dal titolare dell'azione penale come idonea ad integrare i presupposti anche per una semplice iscrizione nel registro di cui all'art. 335 c.p.p..
9.3. Ciò posto, deve ulteriormente osservarsi come non risulti altresì che il predetto sia o sia stato indagato o imputato in procedimento connesso o collegato con il presente, atteso che le stesse difese individuano - quale elemento di continuità un'indagine concernente la partecipazione del collaboratore e di alcuni degli attuali imputati al medesimo sodalizio criminoso finalizzato, pare, al traffico di stupefacenti.
Trattasi, all'evidenza, di procedimento concernente fatti diversi da quelli in contestazione, in relazione ai quali dunque il dichiarante si trovava in una posizione di estraneità tale da legittimarne l'assunzione in veste di testimone (sez. un., 9.10.1996, Campanelli, rv 206846). Nè vale richiamare la circostanza che, in occasione di uno degli esami, egli sia stato audito in presenza del difensore, atteso che tale garanzia - come si evince chiaramente dalla decisione di primo grado - derivava esclusivamente dalla necessità di evitare l'inutilizzabilità di eventuali dichiarazioni rese a proprio carico da un soggetto divenuto collaboratore di giustizia.
9.4. Solo per completezza si deve precisare che, con riferimento al reato di cessione di stupefacenti contestato sub e), del tutto autonomo rispetto alle imputazioni principali, le propalazioni di cui sopra non sono state utilizzate per l'accertamento dei fatti, fondato essenzialmente sull'esito di captazioni telefoniche.
10. Tutti i ricorrenti contestano la ritenuta credibilità intrinseca ed estrinseca del collaboratore e la carenza di riscontri alle sue dichiarazioni anche con riferimento al delitto di rapina sub d) (motivo 3 C., motivi 1, 3 e 4 M., motivo 3 V. e motivo 1 R.).
10.1. Le doglianze sono infondate.
10.2. Osserva il collegio che i rilievi difensivi, già proposti con i motivi di appello, hanno trovato tutti congrua risposta nella sentenza impugnata, con riferimento sia all'attendibilità soggettiva del G. che alla conferma "esterna" delle sue dichiarazioni, poste a confronto con vari elementi oggettivi specifici emergenti dagli atti di causa, tutti partitamente elencati ed analizzati in motivazione. Nè vale dedurre ( C. e V.) l'assenza di riscontri "individualizzanti", considerata la inoperatività nella specie, per le ragioni più su esposte, dell'art. 192 c.p.p., commi 3 e 4; o censurare la mancata attribuzione dello specifico ruolo svolto negli episodi contestati da ciascuno degli agenti, atteso che non si pone in discussione, nella ricostruzione operata dalla Corte di appello, la loro partecipazione concorsuale ad essi (sez. 4^, 13.1.1983, Vorgese, rv 158948).
Anche in ordine al delitto di rapina i giudici di merito hanno ritenuto il narrato accusatorio conforme al nucleo essenziale delle risultanze obbiettive costituite dalle dichiarazioni della persona offesa, giustificando con argomentazione che non presenta cadute logiche nè palesi contraddizioni le imprecisioni o discrasie in proposito evidenziatesi. Allo stesso modo del tutto congrue rispetto al contenuto delle deduzioni formulate nell'atto di gravame si palesano le ragioni per cui è stata disattesa la tesi dell'inconciliabilità tra partecipazione al fatto ed impegni curativi e diagnostici dell'imputato V.. A fronte di una motivazione completa, che non ha trascurato di esaminare le doglianze difensive e ha dato conto con argomentazione coerente delle conclusioni raggiunte, il giudice di legittimità non è abilitato ad intervenire sovrapponendo la propria logica a quella cui è informato il provvedimento impugnato, così effettuando un'operazione che si risolverebbe nell'alterazione delle valutazioni riservate al giudice di merito.
11. Infondate sono anche le censure formulate dal ricorrente M. in relazione alla dedotta violazione degli artt. 337 e 586 c.p. ed al vizio della motivazione circa l'episodio di resistenza (motivo 2).
11.1. Osserva il collegio, innanzi tutto, come la ricostruzione del fatto così come operata dalla Corte di appello con argomentazione strutturalmente coerente non possa essere posta in discussione in questa sede. Le deduzioni formulate in proposito si sostanziano invero nella prospettazione di una diversa lettura delle emergenze di causa (testimonianza, perizia, presenza ed assenza di bossoli, altre risultanze obbiettive) rispetto a quella offerta dal provvedimento impugnato; ma il vizio logico della motivazione descritto dall'art. 606 c.p.p., lett. e) sussiste soltanto ove il giudice adotti massime di esperienza che si pongano in contrasto con il senso comune o con i limiti di una plausibile opinabilità di apprezzamento (sez. 2^, 21.12.1993, Modesto, rv 196955; sez. 5^, 30.11.1999, Moro, rv 215745), ovvero quando, pur partendo da premesse accettabili, sia pervenuto a conclusioni aberranti al lume della logica comune, sicchè difetti ogni nesso razionale tra premesse e conclusioni (sez. un., 13.12.1955, Clarke, rv 203428). Ciò non è dato riscontrare nella specie, sicchè deve essere sussunto nelle norme che si assumono violate il fatto così come accertato in sentenza, compresa l'uscita di strada dell'auto inseguitrice quale conseguenza della condotta degli imputati.
11.2. Nessun dubbio è prospettabile, dunque, in relazione alla configurabilità del delitto di resistenza a pubblico ufficiale, atteso che - come emerge dal testo integrato dei provvedimenti di merito - il camion e l'auto condotti dagli imputati non si sono limitati alla fuga, ma hanno effettuato una serie di manovre finalizzate a impedire l'inseguimento operato dal mezzo militare, così ponendo in pericolo l'incolumità stessa di coloro che in questo viaggiavano; ed a ciò si aggiunga che l'esplosione dei colpi d'arma da fuoco ha reso esplicite e più efficaci le caratteristiche minatorie e violentemente ostacolatrici dell'azione ascritta ai ricorrenti, tali da determinare in concreto l'evento aggravatore non voluto.
Tanto basta perchè sia integrato il delitto contestato, per il cui perfezionamento non è necessario, come si assume nel ricorso richiamando singoli passaggi di tralaticia giurisprudenza, che la fuga del mezzo resistente determini un "generale pericolo", essendo condizione sufficiente che l'azione ostacoli concretamente l'esercizio della funzione pubblica e che sia indotta nei funzionari resistiti una percezione di pericolo per la propria incolumità (sez. 3 18.2.1983, Giardulo, rv 158764).
11.3 Corretta è pure la sentenza impugnata nella parte in cui ricerca e riconosce come esistente nella specie - in conformità all'interpretazione dell'art. 586 c.p. maggiormente rispondente ai canoni costituzionali e fatta propria dalle sezioni unite di questa Corte nella decisione del 22.1.2009, ric. Ronci - un coefficiente di colpa in ordine alla causazione dell'evento, che non è stato posto a carico dei prevenuti esclusivamente sulla base del mero nesso di causalità materiale bensì alla stregua di una valutazione di prevedibilità ed evitabilità; valutazione rispondente ai canoni della logica e dunque esente da censure, atteso che sia secondo la prospettiva di un "agente modello", sia secondo quella propria delle circostanze concrete in cui si è svolta la vicenda, l'uscita di strada del mezzo inseguitore si palesava all'evidenza come conseguenza probabile delle manovre ostacolatrici e degli spari.
12. I ricorrenti C. (motivo 6) e M. (5) lamentano il mancato riconoscimento della continuazione anche in relazione al delitto di rapina sub d).
12.1. Le doglianze sono infondate.
12.3. I giudici di merito, le cui motivazioni si integrano, al fine di escludere l'identità del disegno criminoso hanno valorizzato non solo l'intervallo temporale tra i fatti, ma anche le dichiarazioni del collaboratore: dalle quali è risultato che l'autovettura oggetto del delitto fosse stata rapinata al solo scopo di "fare un regalo" al soggetto in più occasioni indicato come il capo del sodalizio al quale anche gli imputati appartenevano, per cui si mostra da un lato del tutto logica la conclusione che solo un collegamento occasionale esiste tra il primo reato e quelli successivamente commessi e da un altro conforme ai principi l'esclusione della continuazione.
13. I ricorrenti censurano altresì, sotto vari aspetti, l'affermazione di responsabilità in ordine al reato - capo e) - di cessione di stupefacenti (Corrado motivi 4 e 5, V. 5 e 6, R. 1, 2 e 3).
13.1. Le doglianze sono infondate.
13.2. Premesso che l'attenuante di cui al D.P.R. n. 309 del 1990, art. 73, comma 5 è stata riconosciuta fin dal primo grado di giudizio e che la individuazione del tipo di stupefacente ceduto, per quanto possa rilevare, è stata pure effettuata dalla Corte di appello sulla base di non discutibili criteri inferenziali (f. 39), osserva la Corte come l'affermazione di responsabilità per l'unico episodio ritenuto in sentenza sia fondata sull'esito di intercettazioni telefoniche il cui contenuto è stato interpretato, con argomentazione scevra da vizi, come univocamente conducente a tale conclusione; nè vale dolersi del ricorso a riscontri probatori acquisiti successivamente al fatto contestato, utilizzati solo per corroborare l'accertamento dell'ipotesi accusatoria di cui è stata verificata la fondatezza.
14. Comuni sono le censura concernenti il trattamento sanzionatorio (motivi 7 C., 6 M., 7 V., 4 R.).
14.1. La Corte ne deve rilevare la manifesta infondatezza, avendo il giudice di appello, a fronte di motivi di gravame generici, correttamente richiamato la motivata statuizione del giudice di primo grado indicando le ragioni della sua condivisione.
15. I ricorsi devono pertanto essere rigettati.


P.Q.M.

Rigetta i ricorsi e condanna i ricorrenti al pagamento delle spese processuali.
Così deciso in Roma, il 20 novembre 2009.
Depositato in Cancelleria il 3 dicembre 2009
 





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