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misure cautelari: necessaria la richiesta del PM
La richiesta di misura cautelare spetta al PM, il Giudice non può disporre l'applicazione di una misura in difetto della richiesta del Pubblico Ministero
 
La questione esaminata dalle pronunce sotto elencate e’ quella relative alla competenza in tema di misure cautelari. In realtà, si pone il quesito se il giudice possa autonomamente procedere a disporre una misura cautelare anche senza previa richiesta del pubblico ministero.

A tal proposito occorre richiamare l’art. 291 cpp in base al quale “Le misure sono disposte su richiesta del pubblico ministero, che presenta al giudice competente gli elementi su cui la richiesta si fonda, nonché tutti gli elementi a favore dell’imputato e le eventuali deduzioni e memorie difensive già depositate”.
 
La norma in esame e’ stata univocamente interpretata nel senso che la richiesta del P.M. rappresenta il presupposto indefettibile per l’adozione di una misura cautelare sia nella fase delle indagini preliminari che nelle fasi successive del giudizio.
 
A conferma di tale impostazione si riporta una recentissima sentenza della Suprema Corte, maturata sul ricorso in Cassazione presentato dal Procuratore della Repubblica presso il Tribunale di Roma, il quale lamentava l’applicazione da parte del Tribunale Monocratico di Roma della misura dell’obbligo di presentazione alla PG una volta a settimana, in mancanza di una sua richiesta.
 
Cass. Pen., sez. II, 11.07.2012 n. 27361
 
Il Procuratore della Repubblica presso il Tribunale di Roma ricorre avverso il provvedimento emesso il 31.01.2012 dal Tribunale
Monocratico di Roma con il quale e’ stata applicata a VV la misura cautelare dell’obbligo di presentazione alla p.g., una volta alla settimana in assenza di una richiesta in tal senso da parte del P.M.. Di cio’ si duole il P.M. ricorrente che deduce la violazione dell’art. 606 comma 1 lett c) c.p.c.  per inosservanza ed erronea applicazione della legge penale, in relazione a quanto disposto dall’art. 291 c.p.c., che prevede per l’applicazione delle misure cautelari la richiesta del P.M. Il ricorso e’ fondato e deve essere accolto. Come correttamente e’ rilevato dal ricorrente, secondo la consolidata giurisprudenza di questa Corte, la richiesta del P.M. e’ il presupposto dell’adozione di misure cautelari, sia nella fase di indagini preliminari sia nelle ulteriori fasi del giudizio. Pertanto la mancanza di tale richiesta integra l’ipotesi di nullita’ di ordine generale ex art 178, comma primo, lett. b) c.p.c., insanabile e rilevabile d’ufficio in ogni stato e grado del processo ai sensi dell’art. 179 c.p.c. ( tra le tante la sentenza n. 48162 del 2009). Va, pertanto, disposto l’annullamento senza rinvio dell’ordinanza impugnata e gli atti vanno trasmessi al P.M. presso il Tribunale di Roma per i provvedimenti conseguenti)” .
 
Altro pronunciamento sul tema, assolutamente conforme nelle conclusioni e’ Cass. Pen. Sez III, 18 novembre 2009 n. 48162 che si riporta di seguito:
 
“Al riguardo si rileva che il sistema processuale si articola indiscutibilmente in generale sul principio della cd. domanda cautelare e, quindi, sulla necessità della richiesta del pubblico ministero per l'applicazione delle misure cautelari sia nel caso di prima applicazione che di sostituzione della misura in atto con altra più grave.
E' sufficiente richiamare in proposito la regola generale enunciata all'art. 291 c.p.p. e, per quanto concerne l'aggravamento, quella specifica riportata nell'art. 299 c.p.p., comma 4.
Lo stesso principio è stato più volte ribadito anche a proposito di altre disposizioni quali quella dell'art. 307 c.p.p. o quelle relative alla applicazione delle misure nel corso del giudizio (Sez. 6, n. 33858 del 10/07/2008 Rv. 240799).
Alla regola della domanda cautelare farebbe eccezione - secondo un orientamento peraltro contrastato di questa Corte - solo l'art. 276 c.p.p. - espressamente fatto salvo dall'art. 299 c.p.p., comma 4 - che consente al giudice di procedere alla sostituzione della misura nel caso di trasgressione alle prescrizioni imposte con la misura cautelare. In questo caso, infatti, si ritiene che l'attivazione della procedura di revoca, avendo carattere sanzionatorio, prescinda dalla situazione descritta dall'art. 299 c.p.p., comma 4.
Completa evidentemente il quadro sistematico di riferimento la "novella" contenuta nella L. 8 agosto 1995, n. 332, fa ora obbligo al Pm all'art. 291 c.p.p., comma 1, di presentare all'atto della richiesta anche "tutti gli elementi a favore dell'imputato e le eventuali deduzioni e memorie difensive già depositate".
E' del tutto evidente, infatti, che tale modifica presuppone e si spiega proprio con il potere - dovere esclusivo del PM di richiedere le misure cautelari.
E' chiaro, dunque, il modello che il legislatore ha inteso seguire nel codice vigente rinunciando infine ad altri, quali quello inserito nel progetto del 1978, che, ad esempio, limitava alla sola fase delle indagini la necessità di richiesta del PM. Ora, rispetto alla questione in esame, appare del tutto indifferente che l'aggravamento delle esigenze cautelari operi a seguito di un intervento normativo.
Vale al riguardo anzitutto la considerazione che l'art. 275 c.p.p., comma 3 nella attuale formulazione non introduce alcun automatismo limitandosi a contemplare per i reati di violenza sessuale una presunzione di sussistenza delle esigenze cautelari che lascia tuttavia aperta anche la possibilità di prova contraria sul punto.
E dunque non si vede la ragione per prescindere dalla richiesta del PM anche in questo caso, tanto più che l'art. 299 c.p.p., comma 4 non opera distinzioni in tema di aggravamento delle esigenze cautelari, come evidenziato dalle stesse Sezioni Unite, nella sentenza n. 8 del 1992 in precedenza citata.
Nè può surrogare in alcun caso la richiesta il parere espresso dal PM. Esso è contemplato, infatti, dall'art. 299 citato unicamente per il caso di attenuazione della misura (art. 299 c.p.p., comma 3 bis) e non può comunque essere inteso quale richiesta implicita di misura (così, ad esempio, Sez. 6, n. 31474 del 06/05/2003 Rv. 226105 in relazione all'art. 307 c.p.p.).
Nella fattispecie il parere risulta essere stato peraltro limitato alla sola richiesta di autorizzazione di deroga delle prescrizioni imposte con il provvedimento degli arresti domiciliari.
Nemmeno può evidentemente ipotizzarsi una permanenza degli effetti della richiesta iniziale di misura custodiale in carcere.
Si è già rilevato, infatti, che l'impulso della parte pubblica a un'attività processuale mantiene ferma la sua validità per tutto il procedimento sino a quando la stessa parte pubblica non manifesti una volontà incompatibile con quella precedente.
Ora è anzitutto evidente nella specie che la sostituzione della misura custodiale con quella degli arresti domiciliari non risulta impugnata dal PM. In più si deve rilevare come il principio abbia trovato in passato applicazione nel caso specifico in cui il G.I.P., nell'accogliere la richiesta del PM abbia emesso un'ordinanza illegittima per il mancato rispetto non dei requisiti attinenti al contenuto e alle esigenze da tutelare, bensì per carenza dei requisiti formali prescritti a pena di nullità. Solo in questo caso si è ritenuto, infatti, che il GIP possa addivenire, per gli stessi fatti reato, all'emissione di un nuovo provvedimento correttivo, integrativo o sostitutivo del precedente senza che il pubblico ministero debba formulare ulteriore, nuova richiesta, bastando quella precedente a soddisfare le prescrizioni di cui all'art. 178 c.p.p., lett. b) e art. 291 cod. proc. pen.. (Sez. 1, n. 1861 del 28/04/1992 Rv. 190524).

La mancanza della richiesta integra secondo il costante orientamento della giurisprudenza di legittimità - l'ipotesi di nullità di ordine generale ex art. 178 c.p.p., comma 1, lett. b), insanabile e rilevabile d'ufficio in ogni stato e grado del processo ai sensi dell'art. 179 cod. proc. pen. (Sez. 6, n. 33858 del 10/07/2008 Rv.
240799).    




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