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opposizione all'avviso di accertamento e pretese contributive dell'INPS
La questione della legittimità dell'iscrizione a ruolo e/o dell'emissione di avvisi di addebito aventi ad oggetto contributi in pendenza di opposizione all'avviso di accertamento che abbia accertato un maggiore imponibile contributivo
 
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Una questione che è stata recentemente affronata dalla Suprema Corte è quella della legittimità degli atti impositivi emessi dall'INPS come conseguenza di avvisi di accertamento emessi dall'Agenzia delle Entrate che abbiano determinato un maggiore imponibile contributivo.
Al riguardo, è bene ricordare che, per effetto delle disposizioni di cui al d.lgs. n. 462/1997 (cfr. gli artt. 1 e 2) con gli avvisi di accertamento emessi dall'Agenzia delle Entrate, questa quantifica anche i contributi conseguentemente dovuti.
Ora, un problema che si pone è quello degli effetti che l'impugnativa dell'avviso di accertamento produce sulla possibilità di iscrivere a ruolo o di emettere avvisi di addebito aventi ad oggetto il maggior carico contributivo derivanete dall'avviso di accertamento opposto in quanto, da una parte, il giudice ordinario non ha competenza a conoscere del merito dell'avviso di accertamento, stante la competenza funzionale del giudice tributario e, dall'altra, l'art. 24 del d.lgs. n. 46 del 1999 preclude all'ente di previdenza la possibilità di iscrivere a ruolo contributi derivanti dall'atto di accertamento che sia stato impugnato sino al momento in cui sia sopraggiunta una sentenza esecutiva.
Si è pronunciata recentemente al riguardo la Suprema Corte di cassazione con la sentenza n. 8379/2014 escludendo che l'INPS possa, nelle more del giudizio tributario, iscrivere a ruolo (oggi emettere l'avviso) in considerazione del chiaro tenore testuale dell'art. 24 del d.lgs. n. 46/99 che non distingue tra l'atto impositivo dell'Istituto e quello di altri soggetti.

Si riporta la recente sentenza del Tribunale di Perugia, del 17 settembre 2014 che, conformandosi alla pronuncia della Suprema Corte, ha affrontato, in senso favorevole al contribuente, la questione sopra esposta

Il ricorso è fondato.
E’ pacifico che l’avviso di addebito opposto è originato dall’atto di accertamento di maggiori ricavi a titolo di IRPEF, IRAP e IVA per l’anno d’imposta 2008 emesso dall’Agenzia delle Entrate ed è pacifico che, avverso tale atto, la ricorrente ha proposto opposizione alla Commissione Tributaria Provinciale di Perugia e che, alla data di proposizione del ricorso, il relativo giudizio risultava rubricato al n.r.g. 645/13, non essendo ancora stata fissata l’udienza di trattazione di merito.
Ciò premesso, con la sentenza n. 8379 del 09/04/2014, la Suprema Corte, in vicenda del tutto analoga a quella che forma oggetto della presente controversia ha avuto modo di chiarire che “In tema di iscrizione a ruolo dei crediti degli enti previdenziali, l'art. 24, comma 3, del d.lgs. 26 febbraio 1999, n. 46, che prevede la non iscrivibilità a ruolo del credito previdenziale sino a quando non vi sia il provvedimento esecutivo del giudice, qualora l'accertamento su cui la pretesa creditoria si fonda sia impugnato davanti all'autorità giudiziaria, va interpretato nel senso che l'accertamento, cui la norma si riferisce, non è solo quello eseguito dall'ente previdenziale, ma anche quello operato da altro ufficio pubblico come l'Agenzia delle entrate, né è necessario, ai fini della non iscrivibilità a ruolo, che, in quest'ultima ipotesi, l'INPS sia messo a conoscenza dell'impugnazione dell'accertamento innanzi al giudice tributario.
In merito all’eccezione sollevata nel presente giudizio dalla difesa dell’Istituto secondo cui la norma di cui al comma 3 dell’art. 24 del d.lgs. n. 46/99 si riferirebbe esclusivamente agli atti di accertamento effettuati dall’INPS la S.C. ha rilevato
“…L'INPS prospetta che il comma 3, del trascritto art. 24, il quale inibisce l'iscrizione a ruolo della pretesa contributiva se l'accertamento su cui si fonda è impugnato davanti all'autorità giudiziaria, è da riferirsi esclusivamente a quello eseguito da esso Istituto…La tesi dell'INPS non trova riscontro alcuno nella disposizione legislativa. Questa, infatti, non distingue affatto tra accertamento eseguito dall'Istituto previdenziale e accertamento operato da altro ufficio, nè esclude l'inibizione all'emissione del ruolo nell'ipotesi in cui l'accertamento, su cui il credito dell'ente previdenziale si radica, sia impugnato davanti al Giudice tributario…La lettera della legge,infatti, è tale da non consentire alcuna interpretazione che subordini, nell'ipotesi di cui trattasi, la detta non iscrivibilità a ruolo alla sussistenza di condizioni diverse ed ulteriori rispetto a quelle normativamente previste. Diversamente si opererebbe una integrazione della volontà legislativa che, non essendo avallabile in via interpretativa, non è consentita nel nostro ordinamento giuridico. Deve, quindi, affermarsi il seguente principio di diritto: "in materia d'iscrizioni a ruolo dei crediti degli enti previdenziali il D.Lgs. n. 46 del 1999, art. 24, comma 3, il quale prevede la non iscrivibilità a ruolo del credito previdenziale sino a quando non vi sia provvedimento esecutivo del giudice qualora l'accertamento su cui la pretesa creditoria si fonda sia impugnato davanti all'autorità giudiziaria, va interpretato nel senso che l'accertamento, cui la norma si riferisce, non è solo quello eseguito dall'ente previdenziale, ma anche quello operato da altro ufficio pubblico come l'Agenzia delle entrate, nè è necessario, ai fini di detta non iscrivibilità a ruolo, che, in quest'ultima ipotesi, l'INPS sia messo a conoscenza dell'impugnazione dell'accertamento davanti all'autorità giudiziaria anche quando detto accertamento è impugnato davanti al Giudice tributario".
In mancanza di alcun valido argomento per discostarsi dal chiaro orientamento espresso dalla Suprema Corte di Cassazione, questo giudice non può che ad esso conformarsi. 
D’altronde non residua alcuno spazio ulteriore di cognizione, come argomentato dalla stessa difesa dell’Istituto convenuto, in quanto la competenza funzionale a conoscere della legittimità dell’avviso di accertamento spetta alla Commissione Tributaria. Il giudizio, cioè, non può proseguire, come invece sarebbe per l’ipotesi della decadenza di cui all’art. 25 del d.lgs. n. 46/1999 (cfr. in tal senso Cass Civ Sez Lav n. 26395/13) per l’accertamento della legittimità della pretesa impositiva in quanto si tratta di questione della quale il giudice ordinario non può conoscere e che è stata sottoposta, infatti, alla cognizione del giudice tributario.
Né, però, può sostenersi, come pretenderebbe l’INPS, che questo giudice non possa conoscere della legittimità dell’avviso di addebito avente ad oggetto contributi di previdenza, considerato che si tratta di materia devoluta alla competenza funzionale del giudice del lavoro e che, in quanto tale, non potrebbe essere conosciuta dal giudice tributario, con l’effetto che vi sarebbe un evidente vuoto di tutela.
Al riguardo, le SS.UU. della Corte hanno, con chiarezza, enunciato i seguenti principi “La giurisdizione si determina dalla natura del diritto di credito azionato, non dalla procedura di esazione adottata. Perciò la controversia inerente a diritti ed obblighi che attengono ad un rapporto previdenziale obbligatorio conserva tale sua natura anche se originata da pretesa azionata dall'ente previdenziale a mezzo di cartella esattoriale, e spetta perciò alla giurisdizione del giudice ordinario (Cass. Sez. Un. 6 giugno 1987 n. 4995). Successivamente è intervenuto il D.Lgs 31 dicembre 1992, n. 546 che ha definito la materia devoluta alla giurisdizione delle commissioni tributarie. Le attribuzioni di queste ultime sono elencate dall'art. 2, che non comprende i contributi previdenziali; tale elencazione ha carattere tassativo ed è perciò di stretta interpretazione (Cass. Sez. un. 21 gennaio 2002 n. 636). Coerente con tale quadro normativo è il D.Lgs. 26 febbraio 1999, n. 46, sul riordino dalla disciplina della riscossione mediante ruolo, il quale, nell'estendere tale procedura anche ai contributi o premi dovuti agli enti pubblici previdenziali (D.Lgs. 26 febbraio 1999, n. 46, art. 24, comma 1), espressamente prevede che il contribuente può proporre opposizione contro l'iscrizione a ruolo avanti al giudice del lavoro (D.Lgs. 26 febbraio 1999, n. 46, art. 24, comma 5).
Le spese di lite, liquidate come in  dispositivo in applicazione dei criteri e dei parametri del D.M. n. 55/2014, seguono il principio della soccombenza. Non può, al riguardo, rilevare il fatto che l’Istituto non avesse, all’epoca dell’avviso di addebito, conoscenza dell’avvenuta impugnazione dell’avviso di accertamento in quanto l’INPS non ha, successivamente, provveduto a revocare l’atto impositivo. 
 
 
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