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questioni sugli interessi bancari
 
 
Gli interessi compensativi sono individuati dall'art. 1499 cc; essi prescindono dall'esigibilità del prezzo della compravendita.
 
La giurisprudenza ha qualificato come interessi compensativi quelli che maturano sulla somma dovuta a titolo di risarcimento del danno.

Gli interessi corrispettivi sono i ccdd frutti civili dovuti in relazione alla naturale facondità del denaro e con riferimento ad un credito di somme di denaro liquido ed esigibile.
 
Gli interessi moratori costituiscono una liquidazione forfettaria minima del danno da ritardo nell'adempimento di un'obbligazione pecuniaria. Come noto, a mente del combinato disposto degli artt. 1219 cc, secondo comma e dell'art. 1182 cc le obbligazioni pecuniarie non adempiute alla scadenza determinano automaticamente la mora del debitore.
 
La giurisprudenza è granitica nella tripartizione della categoria degli interessi; secondo una dottrina, tuttavia, sia gli interessi corrispettivi che quelli compensativi rispondono al principio della naturale facondità del denaro e sono quindi riconducibili ad unità.
 
Sul piano della ricostruzione storica dell'istituto, merita segnalarsi come, prima del codice del 1942, il mutuo civile era previsto a titolo gratuito mentre il mutuo previsto dal codice del commercio era previsto, come regola generale, a titiolo oneroso; con l'unificazione dei due codici, si aderì alla regola generale della presunzione di onerosità del mutuo dacchè se ne deduce l'accoglimento del principio, di cui si parlava, della naturale facondità del denaro.
 
Una ulteriore critica mossa dalla dottrina alla categoria degli interessi compensativi sulle somme dovute a titolo di risarcimento da fatto illecito è stata quella secondo cui, in considerazione della mora ex re prevista per i crediti a titolo di risarcimento del danno da illecito, gli interessi sulla relativa somma di denaro dovrebbero qualificarsi come moratori (sulla qualificazione degli interessi dovuti sulle somme spettanti a titolo di risarcimento del danno extracontrattuale, si veda Cass Civ n 8520/2007 che precisa come non sia necessaria una specifica domanda liquidatoria al riguardo).
 
Occorre, a questo punto, introdurre l'ulteriore categoria degli interessi convenzionali che sono quelli convenuti pattiziamente in forma scritta, entro i limiti della liceità e, cioè, entro i limiti dell'usurarietà. In difetto di specifica pattuizione, gli interessi sulle somme liquide ed esigibili sono dovuti nella misura del tasso legale; il tasso è stato fisso e pari al 5% sino al 1990; successivamente e sino al 1996 il tasso è stato fissato nella misura del 10%; dal 1996, giusta quanto disposto dall'art. 1284 cc, il tasso dell'interesse legale è stato previsto come variabile e rimesso alla determinazione ministeriale annuale.

La variabilità del tasso legale pone il problema della sopravvenuta nullità di pattuizioni non scritte di interessi inizialmente inferiori al tasso legale e successivamente superiori ad esso a seguito di intervenute modifiche normative di fonte legale o regolamentare. La dottrina ha proposto diverse soluzioni; secondo una tesi il contratto diventerebbe invalido, secondo altro opposto orientamento tale soluzione non sarebbe ammissibile in quanto, all'epoca della pattuizione, la pattuizione stessa risultava valida stante il livello degli interessi inferiore a quello allora vigente. Peraltro, deve sottolinearsi che la problematica in esame, in considerazione della rinnovata versione del delitto di usura, presentava riflessi di non poco momento anche in ordine alla configurabilità di una responsabilità penale a carico del mutuante in ordine alla riscossione degli interessi che avessero ecceduto nel corso dell'esecuzione del rapporto il tasso soglia. Con espressa disposizione di legge, si è dunque provveduto a fare chiarezza sul punto fissando la regola per la quale l'usurarietà del tasso va verificata al momento della sua pattuizione. Cionondimento, secondo una certa giurisprudenza, i tassi divenuti ususrari non sarebbero esigibili per contrarietà a buona fede.
 
Si è, poi, posto il problema, con riferimento agli interessi fissati con riferimento alle condizioni usualmente praticate dalle Banche, se essi rispondessero al requisito della determinatezza prescritto dall'art. 1284 cc con riferimentonall'obbligo di forma scritta della convenzione di interessi eccedenti il tasso legale (Cass Civ 14684/2003 ha abbracciato una tesi mediana secondo cui il rinvio risponde al requisito di determinatezza dell'oggetto del conttratto sempre che sia esplicitato il riferimento all'operazione contrattuale di riferimento).
 
Ulteriore questione particolarmente delicata che si è posta con riferimento ai rapporti obbligatori tra banche e clienti è quello dell'anatocismo e, cioè, la spettanza degli interessi sugli interessi. L'anatocismo, secondo la previsione del codice, è ammesso solo se vi sia domanda giudiziale o se la pattuizione sia successiva alla scadenza degli interessi ed essi siano dovuti da almeno sei mesi.

Nei rapporti di conto corrente bancario, si prevedeva, sino agli anni 90, la capitalizzazione trimestrale degli interessi passivi ed una capitalizzazione annuale degli interessi attivi. Si trattava di un anatocismo a due velocità che poneva, in ogni caso, il problema della sua dubbia liceità; sino al 1999 la giurisprudenza sosteneva la sussistenza di un uso contrario che rendeva, nei rapporti bancari, lecita la previsione di interessi anatocistici a prescindere dal rispetto delle specifiche condizioni stabilite dall'art. 1283 cc.
 
Nel 1999, la Suprema Corte cambia orientamento sul rilievo della tripartizione degli usi presenti nell'ordinamento giuridico (usi normativi art. 8 preleggi, negoziali art. 1340 cc ed interpretativi art. 1368 cc, tra le distinzioni più rilevanti si rammenta in questa sede che gli usi negoziali derogano alle norme dispositive al contrario degli usi normativi per il loro posizionamento nella gerarchia delle fonti nonchè il fatto che gli usi normativi si applicano anche se non conosciuti).

La Suprema Corte osserva, dunque, che, nei rapporti tra banche e clienti, non sussiste la convinzione della giuridica obbligatorietà delle pattuizioni relative all'anatocismo sicchè tali usi, avendo natura negoziale, non derogano alle specifiche previsioni di cui all'art. 1283 cc.

Nel giugno 1999 il D.Lgs. n 342/1999 stabilì che le clausole che prevedavano per il passato interessi anatocistici dovevano ritenersi valide mentre, per le successive, l'anatocismo era valido solo se prevedeva meccanismi di calcolo analoghi per i rapporti attivi e per quelli passivi. La norma effettuava una sanatoria relativa alle clausole anatocistiche antecedenti al decreto.
 
La Consulta è, peraltro, intervenuta sul meccanismo di sanatoria in esame dichiarandolo illegittimo per eccesso di delega.
 
La Suprema Corte SSUU del 4 novembre 21095/2004, con riferimento alle clausole anteriori al 1999, osservando come la sentenza n. 425/2000 Corte Cost aveva dichiarata illegittima per eccesso di delega la sanatoria di cui all'art. 25 comma 3°ne ha dichiarato, dunque, l'invalidità, in difetto di una espressa previsione normativa legittimante.




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